24/05/15

Disillusioni come scala di priorità


Nel piccolo centro tutti conoscono tutti. Ognuno si arrampica facilmente su quel che sa degli altri. Ognuno crede di poter vivere al meglio la tendenza alla familiarità.
Non mi piace questa roba. Non mi è mai importato di cosa le persone pensassero di me, a meno che non si trattasse di affetti, dei pochi affetti concepiti.
Non so bene cosa pensino le persone che incontro quasi ogni giorno. Si va da “ecco lo stronzo con la sigaretta” a “quello un tempo lavorava in città, oggi è disoccupato, me lo ha detto...” e altre inimmaginabili sfumature. Questioni di nessuna importanza, di pochissimo conto.
L'apparenza inganna. Potrei sorridere e invece indossare l'anima del drogato, del malato terminale, del perverso. Potrei apparire dimesso, dismesso, malinconico e invece godere di spirito combattivo. Non è importante. Per me come gli altri. Sono solo chiacchiere da portinai con la prostata ingrossata e da donne intente ad invecchiare tra pettegolezzi e confessionali. Intanto, tonnellate di esseri umani continuano a morire, spesso dimenticati, il più delle volte fraintesi, quasi sempre accompagnati dal patetismo ipocrita del “resta in pace”.
Resta in pace. Resta. Dove? E la pace, sicuri che c'era?
Resta. No grazie. Meglio cambiare scena, credo penserebbe lo scomparso di turno. Non si “resta” nella pace decisa dagli altri. Gli altri non decidono. Gli altri sono spesso un'entità imbarazzante, che non può sovvertire prospettive e destini.
Scherzosamente, ogni tanto penso a cosa mi getteranno nella bara. Un basso elettrico? Sarebbe un peccato. Una macchina per scrivere? Troppo pesante. Un pacchetto di Camel Lights? Ecco, okay, me lo fumerei di corsa. Ma sono fantasticherie scaramantiche, perché non mi farei mai seppellire. Meglio cambiare argomento prima che diventi tutto sinistro.

Penso alla foto che farei per un mio libro. Di certo non metterei la mano sotto il mento e non assumerei la tipica faccia di cazzo della profondità di pensiero e di comunicazione. Tanto varrebbe farsi un selfie al cazzo, magari in quello stato intermedio di cose tra mollusco e maglio.
Luca De Pasquale vive e lavora a... ha studiato...”
No, Luca De Pasquale non ha studiato niente e infatti non lo scrive, non lo millanta. La scuola mi faceva schifo e l'università mi sembrava un ritrovo per infelici a chiappe umide. L'idea dell'insegnamento non mi attraeva. Credo che piuttosto che studiare giurisprudenza mi sarei fatto violentare da un primate.
Queste scelte hanno accompagnato e determinato i commenti dei successivi vent'anni, che posso sintetizzare con questa parola così aulica: “PECCATO”.
Ma peccato un cazzo. Me la sono giocata. Sono stato altro, spesso sbagliando tutto. Ma che importa. Non ha nessun peso. La parola peccato non significa nulla. In fondo, sono un tipo da strada. Un volgare mozzo come tanti.
Peccato, uno come te...”
Uno come me? Cioè, un qualsiasi uomo del sud, di media altezza, di media intelligenza, fissato con la musica, tabagista, non certo un cesso da balcone ma neanche Robert Downey Jr., uno qualsiasi. Questo è il dramma di molti: riuscire ad accettare di essere come tanti, come quasi tutti, maledettamente ordinari, sciaguratamente prevedibili.
Ho smesso presto di sognare palcoscenici e gente che mi applaudiva a fiducia. Ho subito interrotto i giochi da spogliatoi di calcetto con le misure dell'uccello. Ho interrotto, peggio di un coito nascosto, quel flirt di merda con l'idea dell'amore puro e incorruttibile. Forse ho vomitato una pizza in grembo ad un messo dell'eternità, a Cupido in calzamaglia, all'imitazione sonnolenta del santo protettore della memoria, ho trattato come un piazzista molesto il miglior angelo finito alla mia porta. Mi sono autodistrutto per corrispondenza e per procura, a gettone e per contratto, ho cercato di recitare il mio Shakespeare ma avevo la voce crepitante di un comprimario in un film porno, quelli che partecipano per quattro minuti e alla fine del film non sai nemmeno se hanno eiaculato.

Chiudo gli occhi, così, per gioco, e mi vengono in mente nomi e nomi di persone che ho conosciuto. Una trottola che può indifferentemente fermarsi su uno a caso, la conclusione è sempre la stessa: ci siamo capiti, ci siamo conosciuti per davvero?
La risposta è quasi invariabile: no. Ma è detto senza raccapriccio, senza disfattismo, senza provocazione.
Ci si entra dentro così poche volte nella vita. Il resto è tutta superficie, cerotti, bende, scopate, foto di cerimonia, tavolate ebbre con overdose finale di bicarbonato, altarini impolverati con folla di volti che non torneranno mai più, se non accompagnati dal vento della notte.

Come quando pensavi che qualcuna ti fosse davvero entrata nelle carni, solo perché l'avevi desiderata, una, due, mille volte. E perché lei ti dava l'idea di desiderare te, per motivi a volte oscuri a volte troppo chiari per esseri veritieri. Il desiderio è solo uno strato, troppo spesso sottilissimo e impalpabile, dall'odore dolciastro e nauseante, fittizio come un nascondiglio, un trucco di scena. Appartenersi è qualcosa invece, per i miei canoni, che mette in gioco la discesa all'inferno. Anche con il sorriso. Anche con benevolenza e apparente bonomia.
Accumuliamo una serie di inutili santini del cazzo cui tributiamo la nostra nostalgia, le nostre lacrime di frustrazione, le nostre poesie senza capo né coda. Non ha nessun senso. Spesso sono solo avatar. Cartoline semoventi che continuano in altre direzioni. Desideri che sono rimasti sui nostri muri con puntine da disegno, quelle che usavano gli adolescenti di una volta per i poster dei cantanti.
Sento sempre più spesso la parola “disillusione” nei discorsi da tardo quarantenni che mi trovo a sostenere. Parola inesistente, status ambiguo. Quelle che molti definiscono “disillusioni” sono per me una sorta di scala di priorità, la parte terminale di quella immensa gavetta che dovrebbe portare finalmente a riconoscere sprazzi di vero.
Senza amarezza addestrata, senza cuore in mano o sul comodino, senza sciocchi diario di bordo da dare in pasto a curiosi, superficiali e cacciatori di orgasmi patinati.
La vita che corre, il mare che si increspa e diventa rischio più serio. Tutto qui.

LdP, 24 maggio 2015

20/05/15

Tratte abituali


La metropolitana procede lenta. Lenta. Lentissima. Il vagone puzza di ascelle e piedi.
C'è una donna di mezza età che si è tolta le scarpe. Noto smalto rosso fuoco, brivido di disgusto. C'è un ragazzo con una barba a manica di cantero che si è infilato in bocca le stanghette degli occhiali. Vorrei fumare e so che tra pochi minuti inizierò a vedere il mare.
Il sapore del caffè tostato di quel bar, il cornetto non fresco, l'odore di camomilla nei miei capelli che chiari non sono, e sapere, ricordarsi, che ogni vista del mare è un pugno nello stomaco, una violenza, uno stupro, una felicità schivata, una statua monca, un dio senza testa, un dio finito male.
Lo sferragliare della vecchia metropolitana mi fa tornare in mente un pezzo dei Bark Psychosis. Sono dolente mio malgrado, sono rarefatto e mi piace, mi guardi in questo vagone ma io sparirò a breve e non ho tratte abituali.
La mia testa non ha tratte abituali, i miei pensieri, persino il tendersi della pelle, la tentazione di ricordare un futuro, la tentazione di risultare l'attrazione, il suono, la sosta, l'oasi, la finta eutanasia.
È pieno giorno, c'è il sole, tra poco il mare, ma questo vagone è imbottito di notti insonni, di fermate dimenticate, di stupidi graffiti, di tentativi pigri di superarsi e salutarsi in corsa.
I piedi di quella donna mi danno il voltastomaco. Non è vero che il sesso è sempre. Non è vero che il pianoforte è sempre poesia. E non è vero che la poesia è nobiltà. E poi, la conoscenza. La conoscenza è un colabrodo. Un sax suonato da un drogato. Una puttana che si trucca e io che muoio a rate.
La conoscenza è l'inganno del traguardo, è l'elaborazione pubblica di un complesso finito nel ripostiglio. Oggi mi sento ignorante, parziale come una bugia inutile, oggi mi vedo vestito di cenci presentabili, carta d'identità scambiata e spalle larghe per poter credere nel riposo.
Mi piace il rumore dei fiammiferi nella notte. Mi piace da impazzire e lo porterei avanti fino ad invecchiare, fino a smentirmi, io che amo le fiabe per gli assenti, le presenze silenziose, i ricordi che non rinnovano mai il visto, gli stupidi che si allontanano e pezzi di musica isolati, come ruscelli da cartolina, come giocattoli non utilizzati in tempo reale.
Il rumore dei fiammiferi nella notte è il suono del mio respiro, è l'attesa che non chiede pazienza e rifiuta sogni in decalcomania, è il miraggio che non urla, timido, inavvicinabile come tutte le forme d'amore più improvvise.
Ogni tanto scrivo, ogni tanto accendo la luce nella stanza, mi ricompongo quando mi penso, mi annuncio quando mi sfuggo, mi comprendo di più quando sono sobrio.
Il rumore che preferisco, dopo una certa ora, è quello del fiammifero che frigge sulla striscia marrone della scatola. Lo porto verso la bocca, a volte la sigaretta non c'è, e lo spazio che percorre la mia mano sinistra è la distanza dalle stelle e dalle fotografie.

LdP, 20 maggio 2015

19/05/15

"Non sei nel giro degli scrittori famosi" "Io faccio rock'n'roll"


La radio passa “Advice for a young at heart” dei Tears For Fears. Conosco questa canzone da anni ed anni, è rassicurante. Mi parla di anni che sono irrimediabilmente finiti, irripetibili come è giusto, anni in cui credevo di sognare, ma in realtà mi tenevo a freno e circoscrivevo lo sguardo solo ai desideri.
Errore imperdonabile. Anticipo sulla nostalgia, ammortizzatore del disincanto.
La telefonata con Aldo langue, ci sono molto silenzi. È piuttosto penosa e patetica. Non abbiamo un cazzo da dirci e sarebbe molto più opportuno che ce lo dicessimo, ci siamo persi ed è normale, buona vita ed un vaffanculo Asti Gancia.
A me non fotte nulla che lui fa ginnastica la mattina, che mangia pulito e che ha iniziato a credere nella reincarnazione. Davvero non me ne fotte niente e lo ammetto. E lui non se ne sbroda niente del mio rock duro, delle mie troppe sigarette, del mio modo di fare a diminuzioni e sottrazioni, della mia rabbia sociale che sembra un pannolone grondante piscio acido.
Non leggerò una riga del suo sito sugli orologi russi. Lui non leggerà mai mezza riga di un'intervista, di una recensione, le mie note gli sembrano esotiche, caratterizzanti, e infatti non le ha mai lette.
Sono anni che non ci confidiamo più nemmeno fatti di sesso. Lui ha un modo di pensare al sesso che a me fa schifo dal profondo: come un suggello e un dono di Dio. E poi lui fa il sesso nudo come un verme, che è tipico degli uomini che non hanno capito un cazzo della rudezza della vita.
La sua compagna ha dei denti orribili ma è una brava donna. Mi reputa un perdente, non un vero scrittore perché non mi trova sugli scaffali delle librerie che si illude di frequentare. Non crede che io sia un narratore perché non mi vede inserito nel giro degli scrittori. È vero e non lo nego. Bambola Bellabocca, dietro la stazione centrale, è più inserita di me nel giro degli scrittori nati sotto il culo del Vesuvio. Per Verdura, la compagna di Aldo, io sono spazzatura rabbiosa che ha rinnegato la fortuna incredibile di essere un uomo del sud.
Niente di più assurdo. Non posso farci nulla se non vado in giro a scattare foto a monumenti, tramonti campani e cani abbandonati a via Caracciolo. E poi, non ricordo di aver mai sostenuto di essere un narratore. Narratore di che? E con quale prosopopea? Io semplicemente indago, e quando c'è da inghiottire merda mangio senza protestare troppo.
Non sei nel giro degli scrittori, non ti vedo mai”, disse acida Verdura, qualche tempo fa, mentre Aldo continuava a palesare la sua aria dolciastra da animale di compagnia con occasionali mansioni sessuali.
Infatti”, risposi, “per questo soffro di insonnia”.
Ci cascò pure, lo spirito critico superno.
Ora Aldo ed io siamo al telefono, e non vediamo l'ora che finisca.

Di fronte c'è un tizio che ha abbassato la tapparella. Lo fa ogni giorno alle tre. Accende il pc e si tira una sega guardando siti porno. Caccia quattro gocce nel fazzolettino di carta adeguatamente preparato, poi si va a lavare il cazzo e infine tira su la tapparella. Un rituale praticamente quotidiano. Non si cura di me. Ma io so cosa fa. Se fossi un vecchio chierichetto, direi che rischia di diventare cieco. In realtà credo faccia bene, soprattutto se è un tipo nervoso. Troppo sperma annebbia. Non ci trovo nulla di male, ma credo che venirsene in uno scottex guardando una scopata amatoriale dialogata sia piuttosto deprimente, in un secondo momento. Va da se che ognuno cerchi di stare meglio come preferisce. Io continuo a preferire il rock and roll. Ma quando spengo lo stereo, fuori il cielo promette sempre pioggia e temporali.

Da giorni mi trastullo con un brano giapponese, “Mizerable” di tale Gackt. Molto elegante, affascinante, sensuale. C'è dentro pure un violino molto insinuante e al basso c'è uno dei miei preferiti, Chuck Wright dei Quiet Riot. Questo per rispondere a chi sostiene che molti musicisti metal sanno suonare solo roba pestata. Menzogna.
Come un vecchio pazzo, mi fermo alla finestra a scrutare il vento e i giochi delle nuvole con quel pezzo in cuffia. Funziona. Funziona benissimo e continuerò. Il mio modo di pensare prevede anche l'ipotesi di essere fatto fuori il giorno dopo, quindi sono tutti attimi guadagnati, suggestioni che sono la mia polvere sul mondo e sulla bellezza che non capisco. Su certe cose sono ottuso e un po' cieco, fatico a riconoscere la bellezza e soprattutto a mantenerla. Ho sempre pensato che la vera bellezza, quella sgombra da sovrastrutture e regole, possa spaventare a morte. Sono il primo coglione a finire con il fiato corto per questo. E dunque mi rifugio in Gackt e nel cielo gravido di pioggia. Mi sento così il protagonista pulito di un film che non girerò facilmente.

Molte riviste specializzate -non si sa bene in cosa- mi fanno pensare alla masturbazione e all'impotenza precoce. Molti libri mi fanno pensare a uomini gialli come limoni, ferite che drenano ego in continuazione. Le dichiarazioni d'amore in pubblico mi fanno pensare a delle soap di merda. I nuovi percorsi spirituali mi fanno pensare ad un esercizio di autoconvincimento ben riuscito. Le promesse elettorali mi spingono all'eversione armata. I talk show mi fanno pensare a Cannibal Holocaust. I selfie. I selfie sono immondizia. Mi fanno pensare alla stitichezza.
Quando Verdura mi ha apostrofato, dicendomi che non mi vede nella griglia degli scrittori vincenti, mi sono sentito come un vecchio calciatore, un centromediano metodista di una squadra di mezza classifica del 1973-74, fermato da un molestatore all'autogrill.
Piccola Simmenthal d'amore, ma ti ho mai fatto credere di pensarmi come George Best o Rob Rensenbrink?
Tante cose non sono vere, dolce Manzotin della giustezza. Sono solo gabbie mentali del cazzo dove infilare chi capita. Non sono omofobo, per esempio, anche se tu lo pensi. Ti piace, lo so, pronunciare la parola “omofobia” , perché ti fa sentire giusta, rispettabile, progressista ed aperta. Così come ti piace la parola “sostenibile”, associata anche alla stitichezza o all'omicidio. A me piacciono poche parole. Poche parole e poche persone, perché il disordine cattura sempre troppo presto la mia attenzione.
Mi piacciono poche parole perché non sono un vero narratore. Non sono sul tuo comodino e allora ecco che sono un bluff, un esotico scrivano che magari iniziò tanti anni fa a scrivere per un pass vaginale.
Sono uno stronzo malinconico; penso che adesso sto ascoltando “Lady” di Gino Vannelli e mi struggo sul tramonto, vedi che derive imprevedibili hanno gli uomini.
Ma faccio, il più delle volte, rock and roll. Finché avrò benzina e vento.

LdP, 19 maggio 2015


13/05/15

Rughe


Scelgo un contrasto fortissimo. Violento.
Il disco dei Kontinuum, Kyrr, appena uscito, imbottito di dolente new wave e hard spigoloso, in una mattina di sole abbagliante, di cosce nude, di allegria indotta, insomma di luce.
Scelgo uno dei dischi più invernali di questo 2015 per una giornata di sole e mare, io stesso mi sento un compromesso su due piedi, una via di mezzo che non ha voglia di dimenticare, oltre al costume, tutta la schiuma nera.
Prendo il caffè al bar e non guardo nessuno. Mi accorgo solo di una ragazza che ha la bocca sporca di cappuccino e di un vecchio che inveisce contro Renzi. Tre estati fa e due estati fa ero a caccia di nuovi appartamenti piccolissimi, ero stanchissimo di fingere che mi interessassero tutti i rapporti umani in circolazione. Ho sempre amato avere poche persone accanto, possibilmente non troppo avvezze a straparlare, ad analizzare, a costruire scenari, a fare dietrologia su ogni cosa.
Non è peccato mortale preferire la sottrazione all'addizione. In fondo, il segno meno potrebbe somigliare ad un sorriso abbozzato, trattenuto nei denti come tutto l'amore che continua a non spiegarsi e a morire nei giorni migliori.

Con il disco dei Kontinuum in testa, nelle guance, come polsino tergisudore, come parastinchi, come scudo vichingo non istoriato, entro in un luogo per attendere qualcosa, per un'ora. Ascolto senza volerlo delle telefonate altrui. Un suocero che sta preparando la pasta al sugo per una giovane coppia indaffarata, quando si ritireranno a casa. Una nonna che becca la nipote all'università e la chiamata dura pochissimo. Leggo il giornale, poi mi concentro sui cirri di polvere per terra. Non ho niente da dire a queste persone e non intavolerei mai una conversazione sul tempo o sulle tasse. La loro dedizione alla quotidianità è ammirevole e mi disorienta. Mi sembrano tutti molti convinti di quello che fanno, dei loro doveri, delle loro abitudini. Sono da apprezzare. Tra loro c'è un uomo che conosco di vista da una ventina d'anni. Ci scambiamo un cenno con la testa. È invecchiato paurosamente ed io queste cose le sostengo a fatica. Noto che è un po' zoppo, parla dei suoi figli ad una donna sformata con il muso triste, io continuo a fissare i cirri di polvere che si rincorrono sul pavimento sporco.
È come se quegli agglomerati grigio-neri di sporcizia giocassero a nascondino nelle mie stanze vuote, perché i miei occhi li riconoscono come familiari, come fantasmi da non scacciare, come memorie da non radere al suolo, come parti della storia.
Ho voglia di fumare, ma non posso alzarmi. Perderei il turno. Non posso allontanarmi. Sono taciturno, mi porto dietro tonnellate di numeri civici, di portoni con i vetri smerigliati, di finestre con i vetri ingialliti dal fumo, di persone svuotate come bigné, di rock per guarire e di sesso-ombre cinesi per guardoni già eliminati da killer di passaggio.
La ragazza ringrazia il suocero per la pasta che mangerà, è contenta di avere una nuova famiglia, di far parte di un nucleo, ripone il telefono e sorride a se stessa. Io mi sento una torre di Babele, un attore ubriaco su un ponte di legno, mi sento una scommessa finita in carta da macellaio, una caramella di veleno per scongiurare i troppi antidoti in giro.
Mi sento una ruga della mia stessa faccia, di espressione e di permanenza, ma non sono triste. Lo so che continuerò ad abbandonarmi nei giorni dispari e quando pioverà. Lo so che continuerò a perdonarmi pochissimi, ad offrirmi volontario per le imprese più difficili, a sentirmi estraneo quando mi si chiede troppa confidenza, a sentirmi la responabilità nella schiena dell'amore e di quel che ne consegue, quando ammetto che fuori c'è il sole.
È il mio turno. Mi alzo. La mia voce è grigia come la polvere che si rincorre nelle stanze che non apro mai al pubblico.

LdP, 13 maggio 2015


01/05/15

Disoccupato, ma con il culo sano


Sono anni che non guardo, se non casualmente, il concerto del primo maggio. La proposta musicale mi interessa pochissimo ed il fiume di retorica associata mi fa venire le emorroidi e qualche volta l'emicrania.
Il nuovo pop demagogico italiano, finto impegnato e con grottesche pretese d'intellettualismo, mi ha sempre irritato. Il rap italico lo reputo di poco superiore alla musica bandistica, da chiesa ed agreste.
La verità è che la musica italiana non mi piace, salvo rare eccezioni, e che l'impegno sociale che puzza di furbesco management e di moda da naufraghi del Partito Democratico mi fa addirittura schifo.

Oggi festeggio due anni di disoccupazione. L'azienda per la quale lavoravo, della quale ho spesso accennato nelle mie note, mi inserì nella lista dei non graditi, all'epoca. Dieci anni di lavoro, spesso ignobile e degradato, in mezzo a persone sovente poco dignitose, finiti in una lista di proscrizione. Ero certo che sarei entrato a buon diritto nella lista nera. Ho già scritto che in fondo è stata una liberazione. Non ne potevo più di cretini e rottinculo con la camicia da riunione, di prezzolati dilettanti, mangiapane da ufficio e tristissimi valvassori dalla lacrima facile, i tanti “tengofamiglia” di merda che infestano il nostro lamentoso stivale.
Oggi festeggio due anni di disoccupazione e, bene o male, me la cavo. Più con la testa e l'anima che con i soldi. Ne ho sempre avuti pochi, di soldi, io. Mi basta non aver offerto il culo ai padroni, i padroni di quel momento intendo; perché di padroni ce ne saranno sempre, per quelli come me, che non sono nati benestanti e non ne hanno voluto sapere di cimentarsi in qualcosa di remunerativo.
Sono quasi due anni che non vedo più quelle facce di cazzo, dovendo sorbirmi discorsi penosi, patetismi astuti da mendicanti, badilate di letame populista che, in un colorito diarroico di fondo, facevano balenare una bandierina rossa o un fiocchetto azzurro liberista senza costrutto.
Gli amici vai-e-vieni mi dicevano che uno con la mia testa non avrebbe faticato a trovare un altro posto sicuro.
Io rispondevo “col cazzo”, proprio perché la mia testa la conosco.
Ho inviato il mio curriculum in giro, ben sapendo che non sarebbe servito. L'ho fatto. “Tutto si aggiusta”, mi dicevano i buonisti. Il buonista è davvero una pessima categoria umana: la sofferenza altrui lo invade, lo fa tremare, gli procura un senso di coscienza sporca. E allora vuole rimediare con le esortazioni, con le pacche generaliste sulle spalle, con l'ottimismo a fiore di ano.
Ritengo il buonismo il peccato capitale più grave e logorante. Altre forme di perversione mi appaiono più tollerabili.

Ogni tanto incontro qualcuno, ex amico, conoscente, ex cliente, scolorito parente, che mi chiede notizie della mia vita.
Io sorridendo rispondo: “Sono disoccupato, non ho smesso di fumare e scrivo”
Credono solo che io stia continuando a fumare, ma per il resto sembra che le mie cortesi spiegazioni non bastino. E allora mi arrivano supposizioni sul mio essere freelance, come fai, come ti pagano, che scrivi e per chi, che tariffe fai? Tariffe? Io non faccio bocchini dietro lo stadio.
Molti pensano che io non voglia dichiarare cose che faccio e che realizzo; perché questo famoso stivale italiota è anche patria di marinai, poeti (troppi) ed evasori fiscali che magari si spacciano per progressisti e persone socialmente empatiche.
Il peggior figlio di puttana medievale ha imparato che il sorriso onesto può funzionare, soprattutto con gli sciocchi. Con me non attacca.
Disperati per la mancanza di informazioni, pur fottendosene completamente se sono vivo o morto, erosi da forme isteriche e compulsive di curiosità in baby-doll, con fare incredulo arrivano a chiedere se non c'è qualche zio, qualche amico di mio padre o di mio nonno che non si sia peritato di sistemarmi.
Ed io rispondo candidamente: “No”.
E la tua amica artista, e quel vicino di casa che conosce quel tuo cliente, e quel regista che conosci, e quel giornalista che ti faceva i complimenti, nessuno ti ha proposto niente?
No”
Che strano...”
E certo che è strano. Tutti o quasi hanno lo zio che conosce il cugino del nonno di quello e molte famiglie hanno aperto il paracadute, cooptando l'intero pianeta per salvare il culo ai poveri diseredati.
Non c'è niente di male o di strano, solo che a me non capita ed è molto meglio così. Non mi piace dire grazie con la saliva sotto la lingua. Non mi piace tenermi a freno per gratitudine. Non mi piace fingere di essere un tipo tollerante, disposto al compromesso. Non mi piacciono i bocchinari. Non mi sono mai piaciuti. Anche al femminile.

Dopo avermi tempestato di domande pretestuose, maliziose, mal poste e sostanzialmente idiote, si passa allo step due.
Sei stato in quella libreria ad azionariato popolare? Quella è una cosa bellissima...”
No”
Non li hai contattati?”
No”
Strano...”

Il dialogo langue, si irritano, si passa alla fase tre, quando in genere io sono alla terza sigaretta in mezz'ora, se ci si arriva.
Stai facendo delle interviste, carino”
Sì”
È una cosa carina”
Carina sarà la vagina di tua sorella, penso sempre. Rosa, pulita e santa. Le interviste carine le fanno gli imitatori dei fashion blogger, le interviste carine le fanno sul canale cattolico della Rai.
Ma davvero si è così stupidi da pensare di offendere una persona definendo distrattamente quel che fa “carino”? Davvero si pensa di sminuire un uomo (prim'ancora che un eventuale artista e creativo) commentando uno stile espressivo, facendo osservazioni storpie su pubblicazioni, aspirazioni, scopi, tentativi? Quale uomo dovrebbe essere così in pappa da accusare il colpo?
Vedo tanta di quella merda io che se fossi crudele per davvero e misero come i maligni potrei passare la vita a sbertucciare professionalmente il prossimo?
Un esempio random.
La tua compagna raggiunge l'orgasmo con te? No, vero? Eh...”
Hai messo dieci chili, sembri un porcellino d'india con il doppio culo”
Il tuo libro è una merda, sai? Sta andando bene per senso di opportunità, stai attento/a...”
Ma tu non votavi Vendola? Ricordo male? Poi hai votato Pd e ora stai con i Cinquestelle... ma il posto a tuo fratello non l'ha procurato quell'assessore di destra?”
Non te l'ho mai detto, ma in giro si diceva che sei frocio, e che la tua donna si scopava il tuo collega. Non te l'ho detto perché ti sono amico, sai, gli amici sono rari”
Sono sedici anni che ti conosco e sedici anni che penso due cose: ce l'hai piccolo e non consequenzialmente, ma anche per altri motivi legati alla personalità, tu non sai fottere. Fai solo palestra per due minuti”

Ci vuole poco ad essere sgradevoli, molesti e meschini. L'essere umano tende alla meschinità, basta squarciare l'imene dell'ipocrisia e lanciarsi nell'agone dello squallore. Senza senso di dignità, propria ed altrui, l'essere umano non vale un cazzo.
Quindi, riassumendo: oggi festeggio due anni di disoccupazione. Non devo ringraziare nessuno per questi ultimi anni, nessuno. Solo pochissime persone che non nomino qui perché la vita privata è ben altro. Scrivere in prima persona non significa chiedere aiuto, udienza, attenzione. Scrivere in prima persona mi è più comodo.
Sono disoccupato da due anni. Nessun amico di mio padre mi ha convocato per vendere salsicce, per ammaestrare pappagalli o partire alla volta di una meta esotica per scrivere una guida di viaggio.
In questi due anni non ho avuto una conversione, non ho iniziato a credere nell'incorporeità o negli spiriti degli antenati, non ho iniziato a fotografare fiori o animali morenti e non ho messo il mio povero culo a disposizione di una piccola comunità. Sfinteri salvi, tasca verde ma ben cucita. Le tasche, a meno che non ti vada di arrivare velocemente al cazzo per fatti di voyeurismo stradale, devono restare cucite bene, così da appoggiarci le tue mani di lavoratore a riposo.
Oggi, quindi, festeggio anch'io.
Ci vediamo in giro, o alla mia prossima “intervista carina”.

ldp