11/04/15

Torre Del Greco, USA: intervista a Guy Littell


Ho conosciuto Gaetano Di Sarno (aka Guy Littell) qualche anno fa. Io vendevo dischi, gli ultimi anni della professione fantasma, e lui veniva in negozio. Una chiacchiera tira l'altra, Nick Hornby non sbagliava in proposito, e così ho scoperto che oltre l'appassionato di dischi c'era anche il musicista. Un musicista sincero, che stava percorrendo la sua strada: con dedizione, con testardaggine, a dispetto delle ovvie difficoltà iniziali, superate brillantamente e con personalità. Guy Littell non è uno di quelli che ti spiattellano in faccia, subito e con ansia, di essere coinvolti in un'attività artistica. Preferisce concentrarsi su quanto vuole esprimere, fottendosene dell'aspetto glamour e autocelebrativo della cosa. Mi interrogavo tempo fa su quanti, al suo posto, avrebbero menzionato la sua collaborazione con il grande Steve Wynn ad ogni piè sospinto, non temendo di ripetere all'infinito una sola notizia, per quanto rimarchevole. Guy Littell è interessato a fare musica, a rispecchiare l'identità dalla quale è partito e che al contempo si rimescola e si arricchisce, non ad altro. Questo, oltre all'indubbia qualità della proposta artistica, è ciò che mi ha maggiormente colpito del suo modo di presentarsi al mondo.

Fedele ad un mio preciso diktat, e cioé quello di non intervistare palloni gonfiati e supposte di botulino andate a male, ma solo artisti che stimo e reputo in costante crescita, vi lascio alla stimolante chiacchierata con Gaetano aka Guy Littell. Ne sentirete parlare e certamente ascolterete la sua musica.



LDP: Il tuo percorso è estremamente originale, come si legge dalle tue note biografiche. Sei su territori amabilmente sfuggenti, cantautorato profondo, di matrice americana, rock trasversale. Come ci sei arrivato?



Guy Littell: Avevo queste canzoni di cui ero convinto e che, soprattutto, avevo sentito la forte esigenza di scrivere ho quindi deciso di registrarle chiedendo l'aiuto di un mio amico musicista, che in quell'occasione divenne brillante producer, questo è accaduto per i primi due lavori e in parte per il terzo e ultimo, al momento. Credo quindi che tu ti riferisca proprio al sound dei primi lavori, soprattutto Later, primo vero album. In quel periodo tutto andò come doveva andare, sono fasi magiche, speciali, che hanno un loro tempo ben preciso per esistere. Con Ferdinando ci trovammo subito in sintonia e per quei 3 anni, tra il primo EP e Later, abbiamo lavorato benissimo, partorendo il sound al quale ti riferisci che era nelle corde di entrambi. Mi sarebbe piaciuto portare dal vivo proprio quelle sonorità, anche solo per poche date, ma non c'era molto tempo per trovare i giusti componenti e provare i brani. Tutto il tour fu acustico, io ed il chitarrista Giuseppe Di Donna.



LDP: E a proposito della tua matrice sonora e creativa, quante difficoltà ambientali hai riscontrato? È decisamente un momento di merda per proporre cose originali, come diceva qualcuno, ma mi sembra non da poco aver diviso il palco con Steve Wynn e aver ottenuto recensioni assai lusinghiere anche fuori Italia...



GL: Steve suona anche l'armonica nella title track del mio ultimo lavoro Whipping the devil back, e ne sono molto fiero, lui è un grande songwriter. Ho sempre cercato di seguire il mio percorso cercando di capire in quali contesti potessi trovare "alleati" per così dire, un pubblico adatto alla mia musica, non ho mai voluto farmi condizionare troppo da dati e statistiche, se cadevo e mi facevo male lo prendevo per quello che era, ho avuto bei momenti che inesorabilmente mi hanno spinto ad andare avanti ma anche momenti meno belli che mi hanno fatto mettere in discussione quanto stavo facendo, non sulla proposta musicale ma sul percorrere la strada della musica. Poi ci sono stati incontri con altri musicisti che mi hanno fatto crescere, anche umanamente, il che è solo un bene. In Italia comunque, soprattutto al nord, ci sono molte band e cantautori che si rifanno ad artisti classici americani, come Springsteen, Tom Petty e tutto quel filone...sono davvero tutti molto bravi e portano avanti i loro progetti con grande determinazione anche loro senza porsi troppe domande, andando in tour anche negli States..a Luglio scorso ho avuto il piacere di suonare al Buscadero Day, a Pusiano in provincia di Como..è stato molto bello, anche perchè nello stesso giorno suonavano anche Chuck Prophet e Dan Stuart dei Green On Red , Elliott Murphy e Phil Cody, oltre ad alcuni musicisti locali molto bravi. Sai cosa mi ha colpito più di tutto? Il fatto che costoro non mi conoscessero e che, solo attraverso Facebook, alla mia richiesta di poter suonare, abbiano risposto di si, senza ascoltare la mia proposta, senza chiedermi materiale, hanno solo intuito che ci tenevo e mi hanno detto di si, qui a Napoli, in mezzo a tanta gente che crede di essere molto speciale quando in realtà non lo sono, una cosa del genere non sarebbe mai successa. A Napoli non si è molto propensi ad aiutarsi l'un l'altro tra musicisti, c'è sempre quel timore che tu possa risultare più bravo e interessante di me, di quei contesti non mi interessa fare parte. Ho, per fortuna, conosciuto altre persone, sempre di Napoli, che portano avanti la loro idea di musica con passione, vera voglia di fare, i gusti poi sono gusti, ma certe qualità non si può non apprezzarle, vorrei ce ne fossero di più in giro.



LDP: Il tuo nome artistico è mutuato da “American Tabloid” di James Ellroy. Quali sono i collegamenti culturali tra la tua musica e altre arti? La percezione è che tu abbia lo stomaco (in positivo!) di raccontare di losers, anche di desolazione, con un sentimento poetico e non patinato e levigato. Non si può amare James Ellroy a caso...



GL: Ti ringrazio per i complimenti. Ho amato "American Tabloid" soprattutto la parabole esistenziale e professionale di Ward J. Littell, tuttavia non so fino a che punto mi abbia influenzato ma immagino che, a braccetto con certo cinema, lo abbia fatto. Per esempio in Later c'è il brano "Small American Town" che credo sia stato ispirato, in parte, da alcuni fotogrammi di American Graffiti di George Lucas, quindi forse si, certe atmosfere, certi paesaggi e stati d'animo mi hanno ispirato. Quello che però mi spinse a scrivere i primi due lavori, l'ispirazione primaria, fu la fine di una storia e fino ad oggi l'ispirazione e' sempre venuta da mie esperienze dirette. Cerco di filtrare un certo immaginario di cui per forza di cose non posso conoscere tutto e a fondo, almeno fino ad oggi, attraverso quella che è la mia percezione da qui, da dove vivo, nel sud Italia, l'America che, mio malgrado, si sente nei miei lavori è il frutto della mia immaginazione, frutto di film e libri preferiti, è quello che mi arriva da fuori, non c'è esperienza diretta con quella realtà e questo mi piace.



LDP: Il lavoro come portiere di notte ha un suo fascino letterario molto peculiare, e nel tuo caso, songwriter e musicista, sarebbe uno spunto magnifico per Leonard Cohen e Stan Ridgway. Che umanità incontri di notte e soprattutto quanto ispira il tuo registro artistico?



GL: Ne ho incontrate meno di quel che pensi però posso dirti che quelli che ho incontrato avevano fame di qualcosa, di sesso, di amore, di cibo, di vita.. la notte come luogo sicuro per non vergognarsi di quello che si è, al riparo da occhi indiscreti e giudizi superficiali. Questo l'ho riscontrato..il mio ultimo album Whipping The Devil Back è nato tra un turno e l'altro così come è stato registrato e varie canzoni si riferiscono alla (non più) nuova avventura di avere di nuovo un lavoro e a quello che comporta come in "Waiting for my shift to start", altre nate grazie a quel tipo di solitudine ma non strettamente correlate al tipo di lavoro come "Deep Enough", altre ancora nate in contesti diversi, con diversa ispirazione come "Whipping the devil back".



LDP: Come si sviluppa il tuo percorso compositivo? Da cosa parti? E in prospettiva quali obiettivi ti prefiggi per il futuro come musicista?



GL: Parto da una sensazione, quindi imbraccio la chitarra e comincio a suonare e può accadere tutto in pochi minuti o comunque può nascere qualcosa di abbastanza solido sul quale vale la pena lavorare a più riprese e va bene comunque, il segreto è cogliere l'attimo e non forzare le cose perché non funzioneranno mai come devono. Per il futuro spero di continuare a fare dischi con la passione di sempre e di suonare molto dal vivo cosa che è un po' che non faccio in maniera continuativa e spero di imparare sempre di più, non solo da un punto di vista musicale ma anche umano che è la prima cosa per godersi la vita.



LDP: Siamo alle ispirazioni e ai famosi debiti formativi. Quali sono i musicisti ai quali devi di più? E quali sono quelli che al momento senti più vicini al tuo percorso?



GL: Devo molto ad alcune canzoni di Lucio Battisti fattemi ascoltare da mio padre durante le nostre passeggiate in auto e che presto imparai ad ascoltare all'infinito cosi come per Elton John,autonomamente ho poi scoperto gli Oasis, Joseph Arthur, John Frusciante, vari album sparsi come August and Everything After dei Counting Crows o Dirt e il bellissimo Unplugged degli Alice In Chains o Friends & Lovers di Bernard Butler (chitarrista dei Suede) per poi arrivare a Mark Lanegan, Neil Young, Elliott Smith...al momento mi interessa molto quello che sta facendo Ryan Adams che considero molto più di un semplice cantautore a stelle e strisce, lo considero dotato di una passione fuori dal comune e di molteplici sfumature che riesce a mescolare e dosare in modo davvero brillante secondo me. Anche Kurt Vile, che ha già pubblicato diversi album, mi piace molto e un altro artista che mi comunica sempre qualcosa di molto forte è Greg Dulli, l'ultimo degli Afghan Whigs lo trovo davvero bello, poi anche certi lavori solisti di Paul Westerberg, gli ultimi usciti per la VAGRANT tra il 2001 e il 2004, che ho riscoperto e approfondito in età un po' più adulta sono stati una rivelazione, la produzione del mio ultimo album credo sia stata influenzata da un disco come Stereo, in parte.



LDP: Mi piacerebbe dire che ci siamo conosciuti in un vero negozio di dischi, e in parte è vero, anche se somigliava più al reparto prosciutti di un supermarket franco-napoletano. Cosa pensi della tragica situazione del mercato discografico al dettaglio? Il cd è finito ma il vinile risorge? Per vendere dischi devi fare anche cocktail e pesce fritto? Mi fa sorridere amaramente sentir dire che gli ultimi baluardi della vendita sono posti dove puoi “rilassarti”, “bere qualcosa” e “fare quattro chiacchiere”. Il negozio di dischi deve avere una sua liturgia o queste sono posizioni antiquate?



GL: Recentemente, per puro caso, mi sono ritrovato ad assistere alla presentazione di un corso per editori in una libreria di Napoli e dicevano proprio questo, che oggi per vendere bisogna creare un bell'evento, quindi quello che dici è vero, ma purtroppo oggi è così, sembra che sia fondamentale fornire ai potenziali acquirenti una condizione di rilassatezza nella quale decidere se comprare o meno, magari distrattamente, con nonchalance, dopo aver bevuto un paio di bicchieri, il comprare cultura diventa accidentale, riflesso condizionato dall' umore del momento, non pianificato come magari accadeva prima, quando era di vitale importanza venire in possesso di quel disco e, ancora una volta, non possiamo fare altro che seguire la nostra strada ed essere contenti se qualche volta riusciamo a far comprare un disco a qualcuno più giovane di noi semplicemente parlandone.



LDP: Siamo entrambi uomini del sud Italia, al di fuori di ogni retorica. Non trovi che sia difficile, nel nostro paese e ancor più in determinate zone, ottenere credibilità con percorsi artistici lontani dal lecca-lecca mediatico e radical chic? Questo non è il paese orbo che riconosce solo quello che si vede e non quel che si muove sotto la superficie?



GL: Sì, lo è, perché è proprio nel DNA del nostro paese essere attratti e dare credito a cose dal valore discutibile, come tanti libri, tanta musica o tanta televisione. È così, ed io credo che l'unica soluzione, se davvero si ha intenzione di proseguire il proprio percorso artistico, è quello di aprirsi al mondo degli addetti ai lavori, delle agenzie, cose che magari gente più pragmatica di noi e animata da grande ed ingiustificata fiducia nelle proprie capacità ha capito prima, chi cerca di fare arte perché ha un bisogno vero di realizzarla tende ad essere felice con quel poco che ha e forse impiega più tempo a capire che forse ci sono dei compromessi da accettare se si vuole arrivare a più persone ma non è detto che tu debba accettarli, io nel mio piccolo non li ho accettati, seguo la mia strada e qualche bella soddisfazione l'ho avuta comunque, magari ci impieghi più tempo ma sei più soddisfatto. Per quanto riguarda la territorialità e il suo ruolo nel penalizzarti o meno posso dirti che fino ad oggi non ho sentito il bisogno di andarmene a Milano, per dire, in pianta stabile per fare quello che faccio, tutto quello di buono che mi è successo mi è successo qui, durante la mia vita in provincia di Napoli, girando per suonare ma sempre tornando a casa a Torre del Greco, Milano mi da l'impressione di essere un posto per persone in cerca di conferme per il proprio talento inesistente, a volte.



LDP: Non posso non parlare con te di Mike Johnson, che è un musicista che amiamo molto entrambi. Non pensi che abbia avuto meno successo di quanto meritasse? Troppo dolente, troppo particolare? E quanti, come lui, non hanno fatto breccia nonostante precise qualità?



GL: Mike Johnson è un grande, uno di quelli che ha fatto dischi quando ne sentiva davvero il bisogno, ha sempre mantenuto un basso profilo quando i dischi si vendevano ancora e lui godeva comunque di una certa fama come braccio destro di Mark Lanegan ed ex bassista dei Dinosaur Jr., purtroppo non ci sono delle regole nel mondo della musica, lui ha un passato importante eppure fatica a trovare una label. Non credo sia dovuto alla sua indolenza come musicista e non credo sia troppo particolare quello che fa, per me è un mistero del perchè lui abbia avuto da qualche anno vita difficile in tal senso. Altri artisti come lui, che magari potrebbero aver raccolto di più possono essere Hayden, cantautore canadese in giro da più di dieci anni, Ron Sexsmith, anch'egli canadese, il cui non-successo planetario è diventato un caso noto a molti.



LDP: Al di fuori della musica, quali sono i tuoi principali interessi? È una domanda che mi piace sempre fare agli artisti, perché tutto quel che sembra esterno, credo, finisce nel meccanismo creativo e di rielaborazione.



GL: È un po' di tempo che adoro camminare, mi rilassa, mi fa stare bene. Camminando do anche un'occhiata alle vetrine dei negozi, poi guardo molti film come faccio da sempre e ne compro anche, poi leggo, anche se meno di alcuni anni fa perchè preferisco sempre evadere con una bella passeggiata quando posso, mi piace incontrare i miei amici e bere con loro un buon bicchiere di vino mentre si fanno quattro chiacchiere e quando posso mi piace viaggiare e rigenerarmi e spero di farlo sempre di più, ho interessi semplici e comuni a molti, ma se ne possono aggiungere sempre di nuovi, ogni giorno.



©Luca De Pasquale 2015

Grazie a Manuela Avino per la preziosa collaborazione.



Guy Littell (Gaetano Di Sarno) nasce a Torre del Greco (Na) nel 1982.

Grazie a suo padre, discreto chitarrista classico, viene introdotto al mondo della musica: frequenti infatti le passeggiate con suo padre in macchina con lo stereo che passa Lucio Battisti, Beatles e il primo Elton John. È fatta, Guy comincia a sviluppare una sana ossessione per alcune canzoni che ascolta e riascolta all'infinito. La bellezza delle melodie semplici e ispirate si impossessa di lui.

A 14 anni scrive la sua prima canzone.
Più tardi ecco la scoperta di Neil Young, Mark Lanegan ed Elliott Smith e l'amore per lo scrivere canzoni aumenta inesorabilmente fino a diventare una costante.
A metà del 2009 inizia a scrivere una serie di canzoni che vuole facciano parte di un lavoro. Alla scuola di Tecnico del Suono di Pomigliano D'Arco conosce Ferdinando Farro, musicista e produttore, il quale gli darà una mano a produrre e a registrare il suo primo lavoro ufficiale autoprodotto: l'ep di 5 pezzi "The Low Light & The Kitchen"(2009, autoprodotto) che ottiene buone recensioni su affermate riviste musicali online come "Onda Rock" e "Lost Highways", mentre precedentemente il suo myspace, con pezzi differenti (alcuni dei quali ancora proposti dal vivo), era stato recensito lodevolmente da "Freakout". Inoltre, grazie a due brani tratti dall'ep riesce ad essere selezionato , su 98 band iscritte, tra gli 8 finalisti di "Giovani Suoni" 2009.
In seguito alla realizzazione dell'ep seguono molte serate da solo e con la band (anche di supporto a Cesare Basile e Dente) dove Guy propone tutto il suo repertorio e cover significative come "Thirteen" dei Big Star e "Eyepennies" degli Sparklehorse.

Nel gennaio 2010 Guy decide di fermare i concerti con la band, vicende personali lo portano alla ricerca del silenzio ed è per questo che ingaggia una vecchia conoscenza : il chitarrista Giuseppe Di Donna che lo accompagnerà in una serie di date acustiche che riscuotono un certo interesse.

Nel luglio 2011 Guy intraprende un lungo club tour di supporto all’album LATER, disco entrato nelle top ten dei favoriti del 2011 secondo testate come Freakout e Rockline (2011, autoprodotto) e tra le varie tappe ha l'opportunità di condividere il palco con Steve Wynn, musicista e cantautore americano leader e cantante dei seminali Dream Syndicate.

A Novembre del 2011 inizia a lavorare alla colonna sonora di CIRO del regista napoletano Sergio Panariello. Il corto è selezionato per il Festival Del Cinema di Roma 2012, viene proiettato al Toronto Film Festival e vince il premio speciale della giuria ai Nastri D’Argento 2013.

Il 20 Maggio 2014, in occasione dell’esibizione in apertura a Dan Stuart, esce il nuovo album WHIPPING THE DEVIL BACK (autoprodotto), registrato nuovamente a casa di Ferdinando Farro e che ospita Steve Wynn all’armonica nella title track.

Con Whipping the Devil Back , Guy decide di fare un album più essenziale ed intimista, scegliendo il calore e l’imperfezione di un master analogico.

A fine luglio dello stesso anno si esibisce al Buscadero Day a Pusiano (Como), con in cartellone nomi come Chuck Prophet, Dan Stuart, Phil Cody ed Elliott Murphy.

Il nome Guy Littell è ispirato al romanzo di James Ellroy “American Tabloid”.



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