05/04/15

Tagliata di buonismo in agrodolce


Vengo coinvolto in una discussione su capretti e agnelli, sull'orrore che comporta l'ucciderli in occasione della santa Pasqua.
Non mi piace l'agnello e non mi piace il capretto. E non mi piace partecipare a queste discussioni. Per cui, come al solito, passo per uno stronzo e tiro dritto. Non è la prima volta e non sarà certo l'ultima, ci ho fatto il callo.
Penso solo, parlando con questo invasato, che sta sbavando schiumetta e saliva per questa causa, ma intanto a pranzo si ripulirà una bella tagliata di salumi. A lui i maiali squartati non fanno impressione come gli altri animali macellati. Poi, anche se è più buono di me e più empatico verso il mondo, gli esseri umani e gli animali, finirà anche lui sulla tazza del cesso a cacare, a sforzarsi per svuotarsi. Come tutti. Come gli assassini. Come i perdenti. Come i miscredenti. Come i bastardi, i meticci e i cecchini.

Giorni fa sono stato coinvolto, invece, in una discussione culturale e letteraria, ma è apparso chiaro sin da subito che non avevo le caratteristiche adatte per sostenerla. Troppa poca pazienza e poco spirito di corpo, non ho letto quell'ultima traduzione uscita su carta di conifera amazzonica e non ho apprezzato abbastanza il colto consociativismo di quel trombone che si è aperto quattro profili su Chiavbook per contenere tutte le sue pecorelle adoranti. E poi, scandalo degli scandali, per me un libro non è mai una salvezza. Non ho aderito a quel gruppo per Erri De Luca e questo fa di me un pezzo di merda, uno che si è smarrito ormai da tempo immemore in musica marginale, autoreferenzialità decadente di maniera e demonismo pocket.
Non mi salvo con un libro e non intendo essere salvato da una telefonata. Non mi salvano i bambini, i fiori sui balconi, le dolcezze in punta di culo, gli amici che ti vomitano in fronte quando hanno bisogno di te, non mi salva il revisionismo sentimentale e non mi salva il perdono. Nè quello ricevuto, né tantomeno quello concesso.
Sono ufficialmente un insensibile. Chi non si emoziona pubblicamente e “virtualmente” non è sensibile. Chi non mostra le sue debolezze è più debole degli altri, e va quindi schiacciato dalla grande saggezza della collettività, buona invece a salvarsi in continuazione. Con libri, mazzi di fiori al primo stronzo, per risultare belli al cielo che ci guarda.
Attingiamo ai libri per apparire meglio di quel che siamo. Discutiamo pure delle intenzioni di un grande autore e poi dimentichiamoci tranquillamente delle nostre spaventose miserie, della nostra vigliaccheria, del nostro montarci la testa al primo successo. Basta un bacio e diventiamo grandi amanti. Basta che qualcuno ci dica “mi piace quel che fai” e ce ne andiamo di brocca, improvvisamente presumendo di essere stati sempre nel giusto.

Qui vicino abita un predicatore. È un uomo che non vale un cazzo. Un ipocrita, un evasore fiscale, un accumulatore di beni materiali e belle parole, un fascista dello spirito, un finto moralista pieno di figli, valigie, preconcetti, un razzista. Quest'uomo, questa zucca con saio immacolato e cuore precettato, suscita in me le peggiore emozioni possibili e mi rende un violento, un sudicio, accresce tutte le componenti negative della mia persona. Lo guardo da lontano, lo incrocio, e quando ciò accade mi appare chiaro che per me non c'è salvezza possibile, che io sono uno di quelli che si è perso, anche se non ho mai stuprato una vecchia, rapinato un supermarket o picchiato gente allo stadio. Per quelle categorie esiste la parola “comprensione”, nel cuore delle zucche, per gli smarriti consapevoli e innocui no.

Mi viene in mente Elliot Gould ne “Il lungo addio”, quella sovrana resistenza con la sigaretta in bocca, quell'agrodolce rassegnazione hard boiled che mi piace tanto.
Mi viene in mente perché, lo ammetto, non ascolto volentieri le confidenze, gli aneddoti disinnescati, le mattane. E certe volte neanche la nostalgia, che funziona sempre in quel modo subdolo e appiattito.
Ricordiamoci degli anni in cui siamo stati giovani e rischiosi.
Ricordiamoci di come eravamo. Entriamo nel club del 1972.
Entriamo nel club di quelli che hanno resistito alla morfina e agli amori finiti a puttane. Entriamo nel club dei Beatles o dei Rolling Stones, di Zoff Gentile Cabrini o di quelli che leggono scrittori ardui e complicati, con l'effetto di risultare agli altri spocchiosi e noiosissimi.
Noi, quelli della parrocchia e poi del calcetto.
Noi, quelli di Avanzi, di Quelli Della Notte, del contributo di sostegno al Manifesto.
Noi, quelli del quartiere, con i nostri sogni, i ragazzi del muretto. I soliti maledetti ragazzi del muretto. Che peccato sia morto Oreste in quell'incidente stradale, quasi decapitato. Ora saremmo al completo.
E peccato per il suicidio di Gianni, che era pieno di debiti e gli era venuta la depressione. “Del resto”, dice il peggiore di noi, “era sempre stato un po' strano, ricordi che fece quando quella troia lo tradì?”
E già. Chi si suicida è strano. È comunque colpevole. Di non essere rimasto, di essere stato egoista. E chi semplicemente non ce l'ha fatta, senza il clamore quartierale di un suicidio scomposto, è “uno che si è isolato da solo”. Quasi sempre, anche qui, è solo colpa sua. L'ambiente voleva aiutarlo.

Ne sento di puttanate. Più si cresce, più se ne sentono. Sono stanco e taglio a corto. Sono stanco e sono feroce. Feroce significa ponti che bruciano continuamente, anche se appena costruiti. Feroce significa non innamorato del proprio sonno e delle proprie parole, feroce significa che pure se il mio nome campeggerà su diversi libri io non sarò l'uomo che volevo, sarò sempre uno che brucia ponti. Un incendiario, meglio ancora se fuori c'è tempesta.
Se tutto si potesse concludere con le pubblicazioni dei libri. Come cazzo sarebbe facile. Per molti lo è. Sembra che si mangino la lingua a colazione, pranzo e cena. Con saggezza. Con sussiego. Con quel falso senso della misura e quella falsa modestia che reputo una delle peggiori aberrazioni umane.
Scrittori che si pisciano sotto e vogliono l'applauso per l'alone giallo sole che sputacchiano in giro. Tanto chi li vede i pannoloni? Gli occhi grigi della vecchiaia verranno dopo, non se ne accorgerà nessuno.
Io l'ho sempre detto: la maggior parte di quelli che scrivono non sanno scopare e poi sono pedanti, sono atomi che quando si uniscono formano un unico grande specchio. Zeppo di menzogne e di vanità triste.

Ma questa non è un'invettiva. Tutt'altro. “Uno sfogo personale”, direbbe il saggio in sovrappeso. Me l'hanno fatta odiare sin da quando ero bambino, la parola “sfogo”.
Appena cercavo di esprimere quel che pensavo, mi sentivo dire che si trattava di un “giusto sfogo” o di “un comprensibile sfogo dell'età”. Queste approssimazioni si pagano. E io le sto facendo ancora pagare, disordinatamente, in una vendetta democratica, incostante e leggera come una piuma, come la poesia di uno stronzo qualsiasi.
Mi interessa più un rimborso di tasse che la comprensione, quella sotto sforzo, quella da caffè, sigaretta e cesso la mattina. Chi cerca comprensione è fuori strada. Se non altro, è fuori strada.
Questa non è un'invettiva, perché una dose di malinconia, una pallina da sciogliere sul cucchiaio e sparare in vena, è lì, fuori la mia porta, come una zoccola che ha sbagliato il trucco e sembra una venusiana con un volgare reggicalze da monta.
Una sciocca puttana da tirarsi nel braccio in questo giorno di letizia, dove tra rutti, imbarazzi intestinali, uova artigianali e sirene animaliste le persone cercano un privato senso di pace da condividere, non importa se non vanno a messa e se di resurrezione sanno solo grazie ai film horror e alle serie tv americane.
Tutti cercano pace, sputacchiandola in faccia agli altri per costume, per obbligo, per “fecondo imbarazzo”, per contentare la famiglia e il partner, per non guardarsi dentro, per non accorgersi che la pancia è rigata di grasso molle, le gambe reggono meno sforzi e dopo una chiavata non puoi più tanto fingere di credere al grande sogno.
C'è chi si contenta di palesarsi come intellettuale, sperando di favorire una percezione profonda -propria e altrui- dell'essere e del divenire.
“Sono un romanziere”
“Sono uno scrittore”
“Sono intellettualmente fervido e impegnato”
“Sono un poeta”
“Sono un amatore dell'arte, e ogni tanto della fica”
Quanta buona volontà, grazie ad una copertina rilegata.

LdP, 5/4/2015

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