01/04/15

Pesce (moscio) d'aprile


Capito su un sito che si occupa di analizzare passo passo i programmi comici della televisione italiana. Leggo quattro/cinque post, poi mi rendo conto che la mia testa è già andata altrove. Decisamente. L'argomento non è di mio interesse. Mai guardato un programma comico per più di tre minuti, probabilmente fumando e cercando vie d'uscita.
Non so come, approdo invece su un sito tedesco che passa in rassegna tutte le audiocassette vergini uscite negli anni ottanta e novanta. Ci passo un'ora, mentre qui fuori ci sono dei tizi che fotografano gli scorci marini come se si trattasse della crosta lunare.
Devono essere turisti, se è vero che si sprecano i “yeah” e “wooow!”. Mi affaccio sfottuto, vedo delle cosce bianche senza peli, dei bermuda militari e delle donne grasse con i capelli rossi. Okay, vaffanculo. Richiudo la finestra.

Se si va in rete, si scopre facilmente che una delle parole più usate è “libertà”. Sembra che tutti abbiano bisogno di abusare di questa parola, di farla diventare un'invocazione perpetua.
“La mia satira è libera”, dichiara un carneade su un sito.
“L'informazione dev'essere libera”, sostiene un tizio in un topic, scaldandosi e citando Charlie Hebdo una riga sì e l'altra pure.
Anche l'oroscopo dell'acquario conferma la mia tesi, visto che quello mensile -catastrofico come al solito- mi ricorda che sono, io della seconda decade, ossessionato dalla mia libertà personale, a costo di sacrificare rapporti, amicizie e relazioni professionali.
E mi ricordo, nel considerare queste cose, che anch'io ho parlato di libertà nel mio ultimo post e forse anche nei precedenti.
Ma ho la sensazione che si tratti di un vano inseguimento, in cui ognuno di noi cerca di coinvolgere e sensibilizzare chi conosce e chi vorrebbe conoscere o colpire. Tutti sentono di possedere dentro il germe magnifico della libertà, ma la verità è che l'effetto più comune è quello di risultare degli sciocchi pesci rossi in una boccia opaca.

Gli obblighi, le responsabilità, gli scrupoli sono mostri divoranti, mai sazi, implacabili. I condizionamenti esterni sono continui, non lasciano respiro. Più si cerca una tregua, più si viene inseguiti, pedinati, sfacciatamente sorvegliati. Ci hanno insegnato, a scuola e in famiglia, a tenere in grande considerazione la presenza e l'affidabilità e a considerare come merda la propensione alla fuga e all'assenza. Infatti, tendiamo a non perdonare quelli che ci abbandonano o iniziano ad ignorarci all'improvviso. Ci offendiamo con parenti, amici e conoscenti al primo segnale di nostra invisibilità o loro assenza. Passiamo sopra a torti mostruosi pur di non restare soli. In fondo, ma neanche tanto, pretendiamo che gli altri siano a nostra disposizione, in limiti ragionevoli che la nostra intelligenza -a seconda della quantità di fosforo, ovvio- stabilisce e consolida.
Tendo a rispettare chi si assenta o scompare. Perché so cosa scatta, o almeno presumo di conoscere il meccanismo. Rispetto posture d'assenza ma sono anche deciso nel regolarmi di conseguenza, poi.

C'è un'immagine alla quale sono molto legato, un'immagine che mi ossessiona e che ho ammannito a tutti quelli che mi conoscono. È quella di Alain Delon passeggiatore solitario sul lungomare di Rimini ne “La prima notte di quiete” di Zurlini. Mi sento personalmente rappresentato da quell'immagine, e non ci vedo affatto tutta la tristezza e il nichilismo riscontrati in genere.
Questo sempre perché si associa -in una forma decisa e arrogante di superficialità giudicante- alla solitudine la tristezza, la sconfitta, lo scacco, la deriva autodistruttiva. Per me, al contrario, quell'immagine è di grande forza evocativa, ed è un'immagine allegra, disinibita, un'icona potente di una condizione da inseguire.
Camminare con sotto il mare e sopra il vento, mani in tasca e sigaretta in bocca, possibilmente strafottendosene. Lasciarsi andare e lasciar andare. Cose, persone, strettoie limitanti, comportamenti preconfezionati, apparenze libertarie meno liberatorie della diarrea. Camminare senza fotografi che ti rompano il cazzo con la posa o con il sorriso, senza volenterosi imbecilli che ti facciano i conti addosso, che ti contino le pulci per spiegarsele, senza organismi corrotti dal bisogno di affetto obbligato tra i piedi, senza feste sul calendario e senza feste di benvenuto, di bentornato, di nascita e di rilascio di certificati di non morte e di vitalità posticcia. Le persone festeggiano ogni cosa. Scopate che diventano anelli, gravidanze che diventano scopi di vita, amici che diventano amanti, e ancora case, cose, porte nuove, docce colorate, collezioni di quadri, crociere, amici che trovano un nuovo lavoro, scongiurate sifilidi, scongiurati tumori, illuminazioni religiose, regole alimentari issate a stile di vita esibito, si festeggia qualsiasi cosa.
E si cercano gli altri, il loro alito, le loro vite, le loro carezze e i loro genitali per turare falle, buchi neri, stelle morte.
Prove di orrore sul ciglio della sopravvivenza, candele, canzoni, palloncini, promesse, foto, dietrofont e altari votivi.
Sinceramente, con dolcezza e con allegria, vaffanculo.
Una passeggiata in quattro, mare, vento, sigaretta e il proprio corpo, non ha prezzo. Altro che quelle uscite a coppie di merda, scadute una vita fa.

LdP, 1 aprile 2015

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