27/04/15

Marillion, Lewis Collins e altri ricordi


Ho sognato per anni con i Marillion.

Mi piaceva da morire la voce di Fish, il suo spirito amaro e surreale, i suoi testi intelligenti, arguti e drammatici. Posso davvero dire di aver sognato con un trittico di dischi fondamentali: Fugazi, Misplaced Childhood e Clutching At Straws.

Fish era il giullare triste, il saltimbanco di talento dedito all'alcol e a scommesse di cuore sbagliate, mi attraeva quel mondo, quei suoni, e la copertina apribile del vinile di Misplaced Childhood è stata uno degli oggetti che più ho maneggiato per cinque anni o giù di lì.

Avevo tredici anni quando uscì Misplaced, mi colpì al cuore. Mi innamoravo di ogni possibilità, di ogni momento, di ogni tramonto. Ero comico e meraviglioso al contempo, perché ero un ragazzo e credevo più ai sogni che alle raccomandazioni altrui. Le amarezze e i fallimenti sembravano a mezz'aria, come fantasmi ancora lontani, eppure una qualche eco di quella disperazione strutturata mi arrivava proprio grazie alla musica dei Marillion e alla voce di Fish.

Dal 1986 al 1988 ho ascoltato tantissimo i Marillion, al tempo potevo ben fregarmene se fossero realmente prog o meno (problema che mi faccio ancor meno oggi), se Fish facesse troppo il verso a Peter Gabriel e se la sudditanza dai Genesis fosse così marchiana come certi critici sostenevano.

So di essere ancora un eretico se dico che i Marillion mi piacevano molto più dei Genesis ed è ancora così. Per me rappresentavano un passo nel sogno, non si sa bene quale, e Fish, gigantesco e sofferente, mi piaceva considerarlo un fratello maggiore, un Pierrot lunare immarcescibile.

Ricordo che la sera spegnevo la luce nella mia camera, mi sistemavo sulla (e nella) vecchia poltrona del nonno e mettevo in continuazione il pezzo “Blind Curve”, del quale amavo follemente il frammento “Passing Strangers”. Le famose mini-suite dei Marillion.

Viaggiavo sulle parole di Fish, poggiandomi sul basso sottile e profondo di Pete Trewavas e sull'arpeggio elettrico di Steve Rothery.



“Strung out below a necklace of carnival lights

Cold moan, held on the crest of the night

I'm too tired to fight.

So now we're passing strangers, at single tables

Still trying to get over

Still trying to write love songs for passing strangers

All those passing strangers

And the twinkling lies, all those twinkling lies

Sparkle with the wet ink on the paper”



Poi finiva che entravano mia madre o mio padre per annunciarmi la cena, ed io restavo sospeso tra le fantasticherie e la mia routine di ragazzo. Quel che ricordo è che mi andava tutto fottutamente stretto. Ogni cosa e ogni persona, io per primo. E che in tutto quell'amore per i Marillion si annidava un pensiero scomodo, che combattevo con scarsi risultati: l'amore è un investimento rischioso. Fotte. Svuota. Contraddice e condanna. Un'astrazione irrazionale, ricattatoria, che nonostante tutto non può essere conservativa a lungo. Tutto si sfilaccia, tutto si allontana e anche se torna non sarà mai per sempre. Questo pensavo. E dunque i Marillion calzavano a pennello per questo tipo di sensazioni.

I Marillion dell'era Fish rimasero l'unico gruppo melodico in piedi quando mi diedi, sovraccarico ed eccitabile, al thrash metal e successivamente alla fusion, sperando di trovare un genere così efficace da unire il mio amore per il basso con un bisogno pulito -da melomane e non da pazzo- di aggressività sonora e temi intricati.

Sono rimasto legatissimo a quel periodo, persino a quelle sensazioni circolari e desolate, e sono rimasto affezionatissimo ai Marillion. Non sarei mai arrivato a Queensrÿche e Fates Warning senza di loro. Senza quel cupo sostare alle porte dei sogni e della melodia, non avrei ottenuto il lasciapassare giusto.

C'è stato un solo disco -in quegli anni- che ha superato Misplaced Chilhood, e cioè Rage For Order, appunto dei Queensrÿche, ancora oggi il mio disco manifesto.



Da adolescente guardavo, credo su una RaiTre sperimentale e pilota, il telefilm inglese “The Professionals”. Mi piaceva moltissimo. Si parlava di agenti speciali della polizia inglese, in particolare due giovani (Doyle e Bodie) guidati da un saggio e dispotico capo (George). Era un telefilm piuttosto violento per l'epoca (oggi farebbe ridere polli e ragazzini), piuttosto scorretto verbalmente e molto d'azione. Il mio idolo assoluto era Bodie, interpretato da Lewis Collins: scanzonato, aggressivo, risolutivo, donnaiolo, fumatore, incazzoso. Avrei voluto la stessa faccia di Bodie/Lewis Collins, invece mi ritrovavo con quell'aria da sognatore non ancora sviluppato, un cerbiattone del cazzo, che prendeva sempre tra il 5 ed il 6 nelle votazioni estetiche fatte dalle compagne di classe.

La mia bolsa vendetta consiste nel fatto che oggi quelli che prendevano 8 e 9 ed erano contesi tra le belle della scuola sono dei mezzi vascelli con la panza e pochi capelli. Io invece sono migliorato, ma non mi piaccio lo stesso: non sono diventato Lewis Collins.



Non mi sono mai spiegato l'insuccesso parziale di Lewis Collins. Era un attore fantastico. Non superò un provino per interpretare James Bond dopo Roger Moore, ma sarebbe stato perfetto, lo dico io. D'altro canto, tanti artisti che ho amato ed amo sono stati travolti dall'insuccesso e dall'indifferenza, tant'è che ho smesso di chiedermi le cause di svariati disastri. Evidentemente, e ne vado fiero, ho una specie di vocazione per i perdenti: Alan Vega, Mike Johnson, Lewis Collins, Guido Morselli, Chuck Connors, Crimson Glory, Simon MacCorkindale. Potrei continuare per giorni e mesi.

Quello che riluce mi interessa assai poco. Mi piacciono le piccole luci del buio ed è vero che gli assembramenti, di consenso e fisiologici, mi fanno orrore. Un orrore ancestrale e limitante. Forse uno snob del cazzo. Forse il gusto della potenzialità che non si realizza è una poesia sghemba come un vecchio testo di Fish nella golden age dei Marillion.



Mi suggeriscono di scrivere le avventure dell'ispettore Cacazio. Non lo farò. Mi suggeriscono di scrivere l'ennesimo libro su qualche musicista famoso, di quelli che agitano l'emotività della massa. Sembra che la furbizia paghi. Non disprezzavo Mango, tutt'altro, ma è come se adesso mi inventassi biografo di Mango e sostenessi che la sua musica ha accompagnato buona parte della mia vita. Non faccio queste marchette di merda. Anzi, sono per la semplificazione. Anche a mio discapito. A chi mi chiede che musica preferisco, mi viene di rispondere che avrei problemi a scegliere una scopata nel Pacifico tra una sirena mora, bionda o rossa. Se qualcosa mi attrae, io ci vado. Con la musica è così, ancora di più.



Mi diverto con piccole annotazioni. Per esempio, i social network mi danno molti spunti interessanti. Mettiamo facebook. Ho quasi mille contatti, la maggior parte dei quali sono musicisti, per giunta non italiani. Con alcuni di loro c'è un vero e proprio rapporto, con altri un'occasione di scambio momentaneo e poi il giusto nulla, pochissimi scrittori, anche perché non amo la vanità e poi io sono sceso in seconda serie perché il blog è serie B e non ho una claque attiva con le dita. Ma quel che mi colpisce sono gli altri. Gli altri muti, inesistenti, non partecipi, solo un avatar laterale sulla sinistra. Completa e totale indifferenza reciproca. Magari resteremo lì per altri dieci anni e non ci scambieremo un solo commento, una mail privata, un banalissimo mi piace. Il nostro contatto, va detto, è totalmente superfluo e probabilmente di pura cortesia. Va ancora peggio con quelli che un tempo erano parti attive della vita e ora sono diventati delle piccole icone rimpicciolite mute come steli funerarie. Ci saranno almeno una cinquantina di persone con le quali il rapporto si è incrinato, prosciugato, e che in modo naturale sono diventati improvvisamente degli estranei. Equivoci, strade diverse, incondivisione di gusti e progetti, fastidi tenuti a bada, amicizie ed amori falliti, tutti arroccati nel silenzio grottesco di avatar semoventi, che magari ti invitano a “likare” una loro pagina o ti invitano a giocare a Fuckin' Blowjobber Incul Farmer Saga e tu rifiuti.

Stamattina mi dicevo che non ha nessun senso avere quasi mille contatti, quando nella realtà ti farebbe piacere incontrarne meno di dieci. E allora l'ipocrita sono io, ipocrita per pigrizia, ipocrita per cortesia e per estenuazione, perché ho altro da fare, semplicemente.

Ma io sono un fermo sostenitore dell'irrecuperabilità di storie logore, perché credo fortemente nella brevità impulsiva e rinnovatrice del futuro. Se devo vivere altri venti anni, allora è bene che io non perda tempo a ripescare dal pozzo gente che si è piombata da sola.

I rimpianti non vanno bene nemmeno per un vecchio disco dei Marillion, forse sarebbe più adatta una ballata di Minghi, ma è troppo religioso per i miei gusti.



Non sono diventato Lewis Collins.

Sono a metà classifica della serie b, perché non mi diverte fare presenzialismo e scrivere le storie del sovrintendente Cunnilingo.

E poi, sì, lo ammetto, le passioni mi rendono dispersivo.



LdP, 27 aprile 2015








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