02/04/15

Mare e memoria


Le finestre sembrano pulite, ma all'interno dei doppi vetri trovo due ragni. Nelle loro tele sono finite due mosche, ormai mummificate. C'è tanta puzza di fumo e mi sembra che l'armadio non c'entri più niente con la stanza e tutto il resto.
Nella stanza riecheggia il contrabbasso di Jean François Jenny-Clark in "Kitsch" di Claudio Fasoli. Mi sembra di essere trascinato in cielo da quel suono, un cielo che sconfina in un nuovo sottosuolo.
La cavata di JF è violentemente dolce ed affascinante al punto da ridurmi il respiro a una parentesi di timidezza, un quarto di silenzio appeso al muro. Musica difficile anche per chi la ama, musica che ti accoglie su un terrazzo al tramonto e ti porta senza risparmiarti nel mattatoio delle tue stesse fantasie.
La difficoltà è trovare ordine. Fuori e dentro. Seguire un filo. Non smarrirsi. Non tentennare, non deviare, non ricordare troppo, non opporsi strenuamente.
Sul mare poco distante si sono addensate nubi grigie, di quel grigio che non troverai mai nelle scatole di pastelli. Grigio mare con piccoli abissi attaccati sui contorni delle nuvole più chiare, come figli involontari.
Il tizio che si occupa del mio appartamento e della sua ristrutturazione parla molto e cerca i miei occhi per conferme, dubbi. Ma i miei occhi sembrano una bilancia senza tara, giacche provate in un negozio e abbandonate su una sedia o tra le braccia grasse di una commessa.
Lui spiega, si dilunga, dilata all'infinito i tempi delle precisazioni.
“Tanto resta tutto al proprietario”, concludo fumando.
Lui ha un sussulto di disappunto, un po' per quel che ho detto e anche per la sigaretta. Me ne frego se gli dà fastidio. Sono decenni che fumo negli sgabuzzini, sui balconi, al cesso, all'aria aperta ma guardingo, qualcuno potrebbe ricevere il filo che perseguita i salutisti.
“Ma è una questione di vivibilità”, obietta seccato.
“Tanto resta tutto al proprietario”, ripeto.

Spalanco la finestra. Soffio sui ragni. Ho mal di testa e se adesso mi chiamasse qualcuno sarei così gentile da risultare un decerebrato. Arriva uno che deve sostituire dei lampadari.
“Ciorno dottore”, dice.
“Buongiorno, ma non sono dottore”
“Ma perché, voi non insegnate all'università? Mi hanno detto che scrivete”
“Per scrivere non c'è bisogno di insegnare all'università. Non sono laureato”
“O veramente? Gesù...”
Ecco. Ora questo tizio mi tratterà con meno deferenza. Probabilmente passerà al tu in pochi minuti, mi abbasserà gli anni.
Quasi piove.
Gli offro un caffè, lui mi dice che ha smesso di prenderne, che è un tipo nervoso. Faccio una battuta di rimando, ma non so nemmeno cosa gli ho detto. Mi distraggo così facilmente. Per me è solo uno con una camicia blu, e cerco di essere gentile più per abitudine che per vocazione.
Attacca a montare un neon azzurrognolo, con me a poca distanza dalla scala, tetro.
“E che scrivete?”
“Scrivo narrativa e mi occupo di musica, principalmente contrabbassisti e bassisti”
“Scrivete di fantascienza? Scrivete gialli?”
“No, non proprio”
“Che genere fate? Una specie di Fabio Volo?”
“Direi di no. Mi rifaccio agli anglosassoni”
Una frase senza senso, ma è una scorciatoia.
“Ah, ho capito”, fa lui. Ho perso un altro punto.

Passano alcuni minuti. Leggo un libro, una ventina di pagine, Gaston Criel che mi è appena arrivato, ma quando l'uomo in blu mi interrompe di nuovo mi rendo conto che non ho registrato una sola riga, un solo concetto, un solo personaggio. I miei occhi hanno letto i margini, gli angoli e non l'inchiostro. Ho mal di testa e sta per piovere. Il mare somiglia agli occhi di un vecchio silenzioso e in casa non c'è più musica. Il contrabbasso di JF mi è rimasto solo in testa e dentro, ancorandomi a qualcosa, dilatandomi.

“Fumate assai”, dice l'uomo, sorridendo. Ha un dente finto.
“Sì, fumo parecchio, aiuta”, rispondo, quasi afono.
Ma non aiuta a dimenticare i movimenti che dovrebbero restare più nascosti anche a se stessi, quelli dell'anima.

LdP, 2 aprile 2015

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