14/04/15

L'ombra che abbaia


Notte finalmente silenziosa.
Ho lasciato piccole braci in ogni camera, su ogni balcone, ho lasciato il disco dei Bark Psychosis senza mai skippare. Ogni auto che passa è un fascio di luci ignote, fugaci, indimostrabili, anonime.
Lei dorme e io non riesco a dormire. Non trovo una posizione. Non trovo mai una posizione. La coperta è marrone chiaro, me la mettevano addosso da piccolo quando mi veniva la febbre. Anche adesso ho la febbre, ma è una febbre diversa, di quelle senza termometro e senza medicine, quelle che ti cambiano lo sguardo, la percezione della luce e del buio, la percezione di te stesso e delle tue azioni.
È come se fossi in acqua, in un'acqua gelida in giacca e cravatta, con la sigaretta spugnata e tutti i braccialetti sciolti, l'orologio fermo, la bocca suturata, tranquilla ma muta. Lei dorme e io no. Tutti i demoni dell'insonnia accesi in un solo gioco al massacro, stanco e generoso, perché alla fine cederò per abitudine, per estenuazione.
Nella penombra vedo me stesso con le cuffiette, vedo i miei oggetti che non sono mai stati veramente miei, vedo piccoli schizzi d'ombra che si allontanano dal mio corpo sdraiato, e mi torna l'odore che hanno avuto tutte le case dove ho dormito e tentato di incendiarmi il respiro.
Sensibilità esasperata, fatali indecisioni dell'immaginazione, lei che dorme ed io che mi consumo.

In questi giorni il jazz mi fa schifo. Mi irrita. Sembra una passione lontanissima. Non è colpa del jazz. È che non riesce a stare dietro alle fiamme che sono il mio orologio liquefatto. Il jazz è bellissimo, certo, ma non è sincronizzato su questo respiro caldo e piacevolmente disperato, mi arriva molle ed arreso ed ecco che fuggo di nuovo.
Invece, questo disco dei Bark Psychosis, Hex, mi somiglia così tanto che finirò per odiarlo molto presto. Come succede tutte le volte che qualcosa di intangibile sembra scattarmi la foto migliore.
La foto di un'ombra imprecisa e combattiva che si abbaia contro nello specchio più scuro della casa, quello che pare non nasconda mai il lato peggiore, il caos eretto che si porta in giro durante le ore diurne.
Lei dorme. Questa è la bellezza che riposa e io non posso farci niente, posso solo guardare. Mi chiedo questo cuore ribelle e senza margini quanto ancora mi romperà i coglioni, quanto ancora smanierò di notte per dolori improvvisi, diagnosi surreali, pensieri in retromarcia, con la bocca che brucia e il corpo che cerca angoli freddi come fossero alibi.
Questo cuore colorato secondo le ore della notte, cuore violento da violentare, cuore capriccioso da agganciare agli uncini per guardarlo meglio e risorgere nelle migliori sabbie mobili che il mercato della sopravvivenza offre.

Mi dicono che io scrivo e questo mi mette al riparo da certe burrasche, che sono consapevole. Bugiardi figli di puttana. La consapevolezza che scivola sulla carta, sigilli ufficiali di sconfitte che si divorano tra loro, il circo di se stessi, la bellezza dolorosa della notte, una bellezza mai superata e mai davvero fermata, posseduta.
Queste ore, questa luce bluastra ed elettrica, le braci lasciate in giro, la bocca che bacia il vuoto sibilando promesse già smontate, io che mi abbaio in faccia e non mi faccio paura, io testimone di quello che cercavo e di quello che mi sono negato, io ammutinato, io idiota, io figlio di ogni addio possibile, io che scrivo quando sono malato e che mi prosciugo quando devo comunicare movimenti senza persecuzioni.
Io bastardo che si tradisce, puttana costruita a tavolino, in gestione al vento, io che guardo l'amore dormire e non so godermi la bellezza della notte, quella luce-resa dei conti che porta le ruspe alle porte della reggia e non risparmia il giullare, il fedele servo e la foto di Dio.
Imbottito di amore come la più ingenua delle creature, corrotto a prescindere, disordinato nel coraggio, finisco a scrivere senza conoscere l'istante di me stesso, della mia piccola verità.
Sono un desiderio ancora vivo, ed in queste notti non ho diritto di parola.


LdP, 14/4/2015

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