30/04/15

Del Bennett/Chris Kringel - I Said (2010)


DEL BENNETT&CHRIS KRINGEL – I SAID, 2009, Cd Baby, 13 tracks

A caccia di dischi dal groove articolato e potente, deviando sul mercato russo e su quello cinese, mi imbatto finalmente in quello che cercavo da tempo, e cioè “I Said”, lavoro firmato della coppia formata dal batterista Del Bennett e dal bassista Chris Kringel, che mi è noto per il suo lavoro con i sottovalutati Aeon Spoke e i Portal, sempre sul versante dei magnifici Cynic.

Potremmo dire che si tratta di un disco fusion intelligente. Perché la fusion intelligente esiste ancora, prescindendo volentieri dalle sonorità da cuscino, vasca con candele o rosa in bocca e sax tenore.
Sezione ritmica affiatatissima, quella di Bennett e Kringel; che per certi versi finisce per ricordarne un'altra delle eccellenti ed indimenticabili, ovverosia quella composta da Mike Clark e Paul Jackson, di hancockiana memoria.

L'amalgama sonoro con gli altri strumenti, sax e chitarra elettrica in particolare, è assolutamente fuori discussione. La disinvoltura sincopata di Bennett va a braccetto con il groove tondo e colto di Kringel, il quale alterna con efficacia e naturalezza fingerstyle e slap, non perdendo mai di vista la geometria profonda del fraseggio, anche nelle fasi soliste. Suono profondo e non pesante, gioco tecnico molto sofisticato ma non dimostrativo e muscolare.

L'ennesimo disco di meraviglioso professionismo finito in quella triste e ingiustificata matassa/montagna di fuori catalogo o introvabili. Non si capisce, al di là del gusto personale, come un lavoro del genere possa essere passato sotto silenzio. O lo si capisce fin troppo bene: pura e persistente miopia tanto dei discografici che di occasionali fruitori, magari più propensi ad acquistare il dodicesimo disco solista del bassista mainstream che ti fa l'assolo slap pulito e rarefatto al momento giusto, magari con aggiunta di esotici vocalizzi.

Personalmente, focalizzandomi ovviamente sulle quattro corde, considero Chris Kringel uno dei grandi della nuova specie, quelli capaci -per intenderci- di operare in diverse e felici misture di stili, e mi viene da mettergli accanto il suo collega “cinico” Sean Malone, Bryan Beller, Ray Riendeau, il sempre brillante Tim Landers, il nostro Lorenzo Feliciati, James Lomenzo, Robertino Pagliari (criminale non ascoltare Ohm e Ohmphrey), Chico Huff, Ric Fierabracci, Dave LaRue e molti altri.

Kringel brilla di luce propria, intersecato al drumming metronomico di Bennett, in “Actively Calm”, nella veloce e travolgente title track (con assolo melodico virato a slap'n'thumb), nel fretless oriented “Imprimus”, nello showdown del compagno “Mr. Bennett” (con echi holdsworthiani e rimandi al trio McGill/Manring/Stevens), nel sensuale e circolare groove di “Song for me”, con tanto di sax onnipresente, in “Twister” che sembra evocare Jaco e Percy Jones.
In tutto l'album, come si vede, lo standard esecutivo è di altissimo lignaggio. Posso anche immaginare che tipo di critiche possa attirare un lavoro del genere, vale a dire un artificioso sospetto di mancanza di profondità strutturale, vista l'appartenenza indubbia al genere fusion.
E invece la profondità ce l'ha eccome: consiste nella competenza strumentale elevatissima (mai circense e fine a se stessa) e nella freschezza del sound e probabilmente dell'intento finale, e cioè intrattenimento strumentale, denso di riferimenti, rimandi, citazioni e spirito rielaborativo con la creatività sempre sott'occhio.

In un mercato sempre più inflazionato da stuntmen delle quattro corde, e mi riferisco chiaramente al mondo del basso elettrico, la sobrietà potente di un Chirs Kringel grida vendetta.
Non so dire se Kringel, autore di fortunati ed efficaci metodi specifici sul basso elettrico (fretless, slap, funk) stia incidendo qualcosa di nuovo, ma spero vivamente di avere modo di poter apprezzare qualcos'altro di suo, oltre alle incisioni che già ho avuto modo di conoscere per derivazioni affettive (alludo ancora ai Cynic, un'adorazione che mi perseguita da anni e che mi ha portato in dote anche i Gordian Knot di Sean Malone).
C'è vita, tanta e sommersa, oltre l'hype da rivista specializzata, oltre lo snobismo sempre più bolso dei puristi e dei contenutisti di maniera, anche perché -volente o nolente- il suono di un basso dominato e indirizzato al meglio arriva dove nessuno strumento o campionamento può arrivare, meglio di un magico panno per eliminare la polvere dagli interstizi più nascosti.
Scovate questo disco, amatelo, mangiate del sano groove superprofessionale e mantenete l'ottimismo.


Luca De Pasquale, 30 aprile 2015


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