16/04/15

Amori falliti al Juicy Julia Kraut Pub


I capelli pettinati.

La camicia chiara, non stirata ma presentabile.

Le luci della sera di primavera. La musica in testa. Le sigarette che sanno di avventura e di sopravvivenza stratificata. Necessaria.

Il dolore allo stomaco è durato fino alle sei e mezza del pomeriggio. Ora sono al Juicy Julia Kraut Pub e sto cercando di farmi piacere una tipa. E sto cercando di piacerle.

Corro. Differisco la mia autodistruzione di qualche mese, di qualche anno.

Corro e quindi già mi chiedo con cosa farà colazione la mattina. Che odore avrà il suo armadio, di che colore saranno le sue lenzuola fresche e vezzose. Come si chiama il suo ultimo amante e quanto questo inciderà nella nostra conoscenza.

Al sesso non ci penso, è la cosa meno importante, è la cosa meno utile in questo momento di chiaroscuri, in questo momento nulla sembra destinato a durare e le pillole dense del nuovo finiscono per avere una funzione lassativa e straniante.

La birra rossa non è belga per davvero e ha un retrogusto di merda. Come questo appuntamento collettivo al pub, mentre lo stereo del Juicy Julia manda in successione Strokes, Benjamin Clementine e il nuovo pezzo di Capossela. Ho capito che in mezzo a questi sgherri che mi parlano mentre penso ad altro ci sarà anche l'ultimo uomo con il quale ha scopato. Non provo fastidio, non provo senso di competizione, ho la sgradevole sensazione che questo posto potrebbe essere il mio ultimo. Sempre così. Se ora entrasse un pazzo e mi sparasse a freddo, non avrei rimpianti. Non mi pento di niente. Non ho chiesto la carità e non mi sono piegato al galateo della cortesia screziata di scaramanzia, non ho fatto altro che guardare il cielo restando in azione e non capendoci un cazzo.

Non ho un meraviglioso romanzo segreto nel cassetto.

Forse è anche per questo che mi sto obbligando a corteggiare questa donna, a scrivere mezza pagina in due, ben sapendo che se ci facessimo una foto insieme uscirei con la mia solita faccia imperfetta, spigolosa e buona per qualche giorno di novità.



La sua scollatura, il suo modo di comunicare che va fuori a fumare, le sue scarpe con lieve rialzo, il suo culo silenzioso, dignitoso, non per tutti, non per chi non le parla almeno un po' alla voce di dentro. Non la seguo.

Mentre una faccia da punto nero mi parla di musica e dischi, pensando che la cosa mi ecciti, penso a tutto il rancore incamerato perché ero incapace di innamorarmi.

Anche se non mi amavano, alcune donne ce l'avevano con me perché non mi mostravo sufficientemente preso. Comprensibile, banale, dimenticato.

Il punto nero mi chiede qualcosa, dice che a lui piace il reggae, che lo fa sentire libero. Io odio il reggae. Della Giamaica non mi è mai fregato un cazzo. E non ho mai ascoltato reggae fumando una canna. Non per moralismo, figuriamoci. Avrei preferito masturbarmi vestito da kukluxklanner su un video di Tura Satana.

Questo punto nero vuole arrivare all'indie rock che nel quartiere si porta. Tutti i figli di papà con le mutande ocra come lui, mutande color carne prima delle vacanze, mutande che nasconderanno per l'eternità le macchie di piscio.

Mi rompo di starlo a sentire, gli tiro in mezzo band dimenticate, i Tail Gators di Keith Ferguson, e lo faccio senza spararmi pose complicate. Alla mia età sarebbe oltraggioso e sciocco.

A lui questa roba non piace neanche un po' e la conversazione si arena. Questi pub di merda sono deprimenti. Dicono che fanno gli hamburger di chianina, questo non mi cambia la vita.

Torna la donna obbligatoria, la donna che mi fa interrogare sulla disposizione della sua cucina, sul nome dei suoi genitori, su quel che potrebbe trovare in me, nelle mie mani e nelle mie parole.

L'amore non c'entra niente. L'amore lo nominano su Canale 5 quei prezzolati, quei conduttori insopportabili, l'amore è un amuleto opaco nelle prediche di un prete in andropausa.

Spero che non parli di Parigi. Spero che non parli di persone meravigliose, che mi annoio subito. Spero che non mi spieghi, incidentalmente, che è negli spettacoli naturali che si annida la saggezza. Questa roba mi fa venire i crampi.

Ma, almeno, lei avrà degli argomenti. Io invece sono un osservatore, consapevole che per essere presentabile necessito di una tale dose di bugie da partire sempre sotto mentite spoglie. Credo di essere uno dei pochi idioti in giro conscio di non nascondere alcuna meraviglia, e di regolarmi per questo in un dato modo.

Questo piacersi così ha un sapore macabro, di deja vu e di necessità, è un rituale tra pennuti europei invecchiati ed imbevuti di kylesa, drogati di connivenze giustificate in anticipo.

Va bene, prenotiamoci per il sesso. Per brividi dietro una porta di casa. Prenotiamoci in tempo per scrutarci gli occhi e l'anima, cercando di non sputarci in faccia troppo presto e con amici testimoni, la categoria peggiore e più squallida. Non bisognerebbe consentire, mai, ad un amico di avere accesso da spettatore ai tuoi amori. Non bisogna lasciare mai traccia e tantomeno creare uno storico comportamentale che possa finire nei libri degli altri, nelle loro manie di narrazione. Non devi essere merce telefonica, pretesto per ragionamenti, devi depistare, assentarti e non giustificarti, la scuola è finita da almeno vent'anni.

La donna obbligatoria mi perlustra chiedendomi se posso consigliarle un libro. Prima le dico che in giro ci sono tanti dementi di buona volontà che consigliano libri dopo ogni rutto, poi mi rendo conto che è come con quel tizio e i Fishbone.

L'ultimo libro che mi è rimasto dentro è stato “La pioggia gialla” di Llamazares, scoperto per caso e non certo per cultura personale. Parafrasando il titolo, quel libro mi ha pisciato dentro, corrodendo pareti e muri divisori; pensavo di stare sul mio belvedere a guardare la sera, ma dopo averlo letto mi sono ritrovato prigioniero in un cesso turco con una macchina fotografica a tracolla e il solito sentimento rassicurante di smarrimento.



C'è un imprevisto. Io e la donna obbligatoria non comunichiamo almeno da dieci minuti, qui al Juicy Julia Kraut Pub. Le necessità reciproche sono state doppiate ed irrise da quel demone pazzo e senza bocca che è la distanza consapevole.

Improvvisamente, non mi chiedo più che biscotti mangerà, come sarà guardare le foto dei suoi genitori e rivestirmi.

Mentre il punto nero riattacca con la musica emozionante e meticcia, furtivamente controllo il portafogli. Ho i soldi necessari per il finto hamburger di chianina e per il taxi.

È andata di lusso a tutti, al Juicy Julia Kraut Pub.

Amen.



LdP, 16 aprile 2015

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