23/03/15

Venirsi in bocca da soli


Trovo inconcepibile la musica senza basso. Ce n'è, in giro. Un pezzo senza basso, sarà un mio limite, non mi dice niente. Non mi trasporta. Non mi conduce. Non posso utilizzarlo per avvicinarmi alla vita, ai sogni, alla scrittura. Senza basso non funziona mai.
È così da quando ero adolescente. Da trent'anni a questa parte mi sveglio con dei giri di basso in testa e spesso sono costretto ad andare a ripescarli in montagne di musica. Perché ormai mi è difficile identificare subito quello che mi è magicamente tornato dentro al risveglio. Spesso dimentico di recuperare, rimuovo e passo avanti. Tanto tornerà. I giri di basso tornano sempre.

Stamattina, dopo una notte di sogni assurdi, tocca al concentrico pattern slappato di "20th Century" dei Brad di Stone Gossard, un'ossessione da anni.

Incontro ancora gente che si dice dispiaciuta che io non “venda” più musica. Ormai mi sono stancato di rispondere. Vedo che è molto difficile distinguere tra una persona innamorata della musica e un venditore. Ho provato a spiegare, ma evidentemente non ci sono riuscito appieno. Così come è stato durissimo far capire che la scrittura non è un hobby, pubblicazioni a parte. Quando ho pubblicato il libro solista e nelle antologie, tutto nell'arco di un tempo ragionevole, gli stupidi mi dicevano “ricordati di me quando diventerai famoso”. E dicevano pure sul serio.
Si lambiva e superava il grottesco. Io lo sapevo e ridacchiavo amaramente, tutta quell'ignoranza compiaciuta mi dava tristezza e un crescente senso di impotenza relazionale.
Ma come si fa a credere che scrivendo ci si metta a posto economicamente? Solo una completa inconsapevolezza può portare pensieri del genere. Queste stesse persone, probabilmente con la stessa espressione ottusa e “momentanea”, mi hanno in seguito suggerito di perseguire altre passioni. Perché il tempo era trascorso e loro non riuscivano ad utilizzare quello schifoso pensiero monetizzante che ad alcuni appare come un efficace metro di giudizio.
Anzi, non altre passioni; “altri hobby”. Non mi piacciono questi pompinari dello spirito. Hanno la bocca sporca del loro stesso seme, e intanto invocano santi, fasci di luce, combattono lo squallido, il negativo, sempre impegnati a ricacciare qualche demone all'inferno. Ma si masturbano con false certezze e si sborrano in bocca. Loro pensano che sia zucchero e miele.
La verità è che parlare sta diventando superfluo e anche un po' noioso. Le persone se ne fottono delle verità, delle verità che ogni individuo, pur tra mille errori, si porta dentro. L'importante è formularsi un giudizio, un'idea, dare una definizione nella quale, quando capita, andare a ripescare quell'individuo. La gente vuole sentirsi dire che va tutto bene. Quasi sempre. Se dici che non va bene, si sentono molestati, turbati inutilmente, e schiumano fastidio, a volte si indignano.
Ricordo il pubblico al teatro quando recitarono un mio testo, insieme ad altri, tratto da una di quelle collettive letterarie che all'epoca andavano.
Si vedeva che volevano ridere, spanciarsi. Volevano sentirsi spensierati, sotto la parvenza di un ingegno impegnato in qualcosa. Nessuno sguardo mi entrò dentro quella sera; al limite potevo percepire un mezzo profumo di chiavata e morsi.
Ma era colpa mia, cazzo. Ero io il maniaco, con questa fissazione di non guardare oltre i prossimi venti minuti, con questo senso disperato di temporaneità che non mi abbandona mai. Il giusto, il sano, stava tutto in quelle risate superficiali.
“Mi dispiace che non vendi più dischi”
In culo. Come se la mia massima aspirazione -e non parlo di lavoro- fosse stare dietro una postazione con una divisa di merda a sentire le sciocchezze di clienti improvvisati.
Le casacche sono merda, le divise sono merda.
L'aziendalismo cieco è il materiale di risulta degli esseri umani. Provo un senso di umana vergogna quando assisto a certi tristi spettacoli di felice sottomissione.
La grande distribuzione è una montagna di merda che serve gli individui più mediocri del sistema, e di individui ancor più mediocri ed inetti si serve per organizzare il tutto.
Ci sono finito dentro. Non sono mai stato ricco, la mia famiglia lotta da generazioni per non finire con il culo per strada, non potevo girarmi i pollici, aprire locali o mettermi a fondare fottute organizzazioni no-profit.
Ci sono finito dentro ma mi sentivo dinamite sotto cumuli e cumuli di diarrea, di paura della povertà, di pochezze professionali elevate a leccate di culo inutilizzabili, mi sentivo come un terrorista in un plastico di Vespa. Ma a qualcuno piacevo in divisa, in livrea, ero bene o male finito in un pezzetto, anche se inconsistente, di società sdoganata e sdoganabile, comunque era un lavoro. "Sei al pubblico, è stimolante". 
Poi era esotico che scrivessi pure. Mi caratterizzava. Mi rendeva simpatico, diverso nei limiti. Non mettevo bombe, scrivevo. Mi beccavo qualche sorriso. Mi ci pulivo il culo, con quella tipologia di sorrisi. Oltretutto, non rompevo il cazzo con l'impegno civile e mai me lo stamperò in faccia, o sulle labbra con pompose parole.
Sono per la rottura, non per l'accomodamento. L'ammutinamento rispetto ad un mondo borghese che mi salutava al mattino e poi mi pisciava in faccia è quel che reputo necessario. Non ho bisogno di far parte di una casta, di una categoria, di un circolo di briscola e burraco con i brillantini sull'uccello e un buon profumo di pulito.

La società italiana è irrecuperabile, i buoni sono delle controfigure patetiche ed agitate, i cattivi sono solo dei borghesucoli impegnati ad accaparrarsi privilegi, ammontonare soldi e precetti morali da disattendere sotto le coperte e nei pubblici uffici. Non c'è da moralizzare, è un verme malato la società italiana, è il nulla che parla continuamente di dignità senza sapere di cosa si tratti realmente.
Non mi aspetto nessun miglioramento, e non lo dico per scaramanzia. Ma che scaramanzia. Faccio resistenza. Mi ammutino. Rifiuto. Mi sottraggo. Disobbedisco.
Non sono il tipo che andrà a coltivare rape in campagna. La campagna non mi piace e non mi appartiene. La natura mi interessa molto meno dell'immoralità degli esseri umani. Sono un immorale urbano, e nella cinta urbana resterò, disobbediente che non vuole compagni tra i piedi, non faccio carte con predicatori e santoni, che me lo leccassero, non porterò mai regali al capo di turno. Strozzati con i cremini, padrone figlio di puttana. Non pago l'obolo della gratitudine. Guarda in ultima fila, razza di stronzo dal temperamento padronale e organizzativo, non ci sono: sono e resterò assente alle parate.

Ci si tiene a sentirsi dire che va tutto bene, io accontento. Sono una brava persona.
Per i soliti pochi va tutto bene. Certo che a loro va bene. Però, se serve, posso dire che vada bene anche a me. E in fondo va bene. Perché sono ancora qui. Riesco a guardarmi ancora allo specchio, anche se di errori ne ho fatti eccome, e nemmeno me li perdono. Scrivere non salva, lo ripeterò fino all'ossessione. Forse è anche peggio. Perché è come se ti accorgessi di tutto e avessi anche il tempo di approfondire le percezioni, i contesti, gli orizzonti. Scrivere non significa affatto essere sensibile. È un luogo comune. Non esiste lo scrittore della porta accanto, quello confidenziale e concavo, accogliente. Scrivere è una frontiera di resistenza, probabile che chi ci arriva non abbia più voglia di stronzate da tempo. Discettare di grandi amori e nobilissimi ideali va bene per forum sulla sifilide o rubriche di consigli sessuali e amorosi gestite dalle inchiavabili mogli di qualche trombone mediatico.
Probabile che uno che scriva non abbia alcuna voglia di essere preso per un alfiere della cittadinanza e della coscienza civile, io scrivo con l'animo del cecchino, dell'amante nudo e tremante in un motel con le lenzuola sporche di sperma e sangue mestruale e le croci sulle chiese mi mettono addosso una malinconia indicibile e un fervente senso di morte.
Scrivere non significa avere voglia di scambiare tossine con gli altri. Scrivere è un atto privato e il più delle volte è sterile e narcisistico. A volte scrivere è come cacciare il cazzo duro dai pantaloni e aspettarsi che qualcuno ci sputi sopra incuriosito.
Altre volte è come scoparsi la carità altrui, l'obbligo di essere compresi, rifocillati, l'obbligo infamante di far innamorare qualcuno.
Nessuno è obbligato ad innamorarsi. Nessuno. È un qualcosa di cui ci siamo convinti per affrontare meglio la giornata, e per sfoderare la grinta e l'euforia dei periodi migliori. Ci innamoriamo di quello che sembra fare al caso nostro.
"Cascare a fagiolo" sul cuore e nelle cosce di qualcuno non è amore.
L'amore è più esigente. L'amore ti pugnala perché è un semi-dio e tu sei uno stronzo.
L'importante è essere reali e cercare di restare sinceri, anche se questo comporta qualche onta e qualche ricusazione.

Gli operai attaccano a lavorare sulla terrazza sopra la mia testa alle 6e45 del mattino, perché lavorano sottopagati e la cosa forse non è nemmeno regolare, devono finire in fretta e furia. Io sono sveglio dalle cinque, ma la cosa mi disturba egualmente. L'istinto mi spingerebbe a salire sopra e prendermi questioni, ma credo che verrei alle mani e poi è inutile prendersela con gli operai. Resisto. Non voglio iniziare male la giornata. Giorni fa sono sceso a parlare con un sedicente funzionario Enel indossando dei guanti di pelle e quello ha pensato che volevo gonfiarlo, si è indignato. Poteva anche finire in quel modo, non posso negare di averci pensato. Non passa una giornata che qualcuno non ti rompa il cazzo in qualche modo. La quotidianità vampirizza, rende isterici. Per questo non prenderò mai la patente in quest'assurda città di nevrotici. Sono già stressato dalla presenza degli esseri umani, ci mancano solo le automobili e i vari impegni di accompagnamento che diventerebbero ingestibili per uno come me, uno che non ama dire o pensare cosa farà tra quindici minuti, figuriamoci.

In cucina c'è una colonia di formiche. Le schiaccio disordinatamente, le elimino senza stare a pensarci. È così che veniamo schiacciati, senza che qualcuno ci pensi realmente, senza decisioni, senza norme che abbiano un valore. Si resta schiacciati per leggi di grandi numeri, per l'alternanza della casualità, e perché il potere, qualsiasi forma di potere, nasce in palazzi lussuosi dove ogni immagine votiva è solo una foto della piccolezza dell'anima.

Non ci resta che venirci in bocca da soli e poi dire che è buono, che è dolce, che ha il sapore dell'infanzia e della verità. Tutte menzogne. L'importante è saperlo.

Luca De Pasquale, 17 luglio 2014

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