24/03/15

La grande macchina dell'assenza


I tre uomini con la sigaretta parlano di Higuain.
L'edicolante parla della visita del Papa a Napoli.
Per strada c'è un odore nauseante di caramello. Quella che vende i vestiti fuma nel negozio e legge il giornale. Ha degli stivali fuori tinta con il resto.
Mi sono sforbiciato i capelli perché non mi sono piaciuto, qualche ora fa.
Mentre mi sbarbavo, senza nessun motivo, mi sono ricordato di una tizia che mi diceva sempre “vienimi a trovare”. Ed io non l'ho mai chiamata. E non sono pentito. Perché non avrei trovato niente da dirle e l'incontro sarebbe diventato un'emicrania, un fastidio transitorio.

Di notte i negozi di vestiti hanno qualcosa di lugubre, con quei manichini, quelle pezze che sembrano perdere lucentezza sotto le luci stradali. Sembrano amori falliti, regali scongiurati.
Di notte le riflessioni sembrano intelligenti e foriere di svolte, di cambiamenti. Poi ci dormi sopra e la mattina dopo hai cancellato tutto. Come una di quelle avventure alticce con l'ansia della penetrazione e della conversazione brillante. Tutta la foga la mattina dopo è un cumulo di piatti sporchi nel lavello. Li laverà qualcun altro, perché a te non sarà richiesto.

Un tempo, mi facevo il problema di dover parlare, quando incontravo qualcuno. Poi mi è piaciuta sempre di più la consapevolezza che non si cerca il fuoco in mari spenti. E che non ti puoi inventare clown per bambini che non ci sono, che non puoi suonare la chitarra sulla spiaggia per attirare gli ingenui in cerca di pubblicità emotiva.
L'odore delle persone lo senti di più, e meglio, quando le bruci in qualcosa che viene meno piuttosto che al momento di denudarsi.
E poi, non ci si può intenerire più di tanto per le religioni che albergano nei cuori degli altri. Puoi rispettarle, respirarle per un po', ma non puoi usarle come vestiti, come baite, come rivincite. Devi rinculare ed essere intelligente.
Quando mi vedo perso, mi tiro giù una frangetta da idiota e me ne vado affanculo con il primo autobus.

Quando ti manca qualcuno, devi solo stringere gli occhi. Non devi guardare l'orologio, non devi cercare una canzone, non devi scrutare il cielo. Nessuno, nemmeno la tua autocommiserazione, ti riprende in un bel film, quando qualcuno ti manca.
Le assenze mi hanno sempre fatto a brandelli. Mi è anche piaciuto, quel dolore sinistro che ha qualcosa di erotico, di ultimativo, di nobile in apparenza.
Sulle assenze, che mi prendono alla sprovvista mentre mangio, mentre parlo, mentre mi propongo o mi incazzo, ci ho costruito una città immaginaria che è il mio rifugio quando la voce delle persone diventa solo una frequenza radio molesta.
In passato mi disperavo, per quel senso di assenza così vorticoso e crudele, correvo a scrivere. L'ex bambino doveva scrivere. Confessarsi. Fare pace con tutti i temporali del mondo. Ingenuità.
Oggi, quando quell'artiglio ad uncino, che strappa quel che vuole e conserva la base per nuove imprese, mi prende, faccio poche cose. Pochissime. Per un brevissimo istante stringo gli occhi. Poi, cerco di ricordare cos'è che mi piace e che mi spinge verso la tranquillità, la tregua, l'idea che non tutto è soggetto ad infiltrazioni, che qualche parte del corpo riesce ad eludere le tarme e anche la cera bollente, quella che nei film mostrano per anticipare una scopata epica.
La cera bollente è la memoria, non serve a niente ritrovartela pochi centimetri sopra il cazzo, con un incubo-bambola che ti aliti addosso il bisogno di farti entrare. Non si sa dove, non si sa per quanto, non si sa se finirai in un reality con una veste da camera e le babbucce di segale, a recitare un Amleto sbagliato di merda.

Ho inaugurato da poco un porto dove non arrivano ancora navi, mentre la mia parte solo all'alba per brevi perlustrazioni.
Ho tagliato il nastro, non avevo sindaci ed assessori tra le palle, non avevo dame cotonate con capelli azzurri e tette rifatte, non avevo dietro di me, come una gigantografia, fede o ideologia. Nessuna delle due utili croci.
Caos, anarchia, insonnia.
Ma anche tanto silenzio, riposto garbatemente nei cassetti, probabilmente con una foglia di lavanda, come faceva mia nonna, forse. Tutto a posto. Le ferite nel primo cassetto. I ricordi nel secondo. Le corazze nel terzo. Le mie maschere nel quarto. Il futuro nell'ultimo, insieme a tanti fiammiferi. Scommessa silenziosa, fuochi d'artificio o rogo.
E ai lati, nella parte più grande del vecchio armadio, tanta inutile libertà da fissare a perdita d'occhio. Nonostante le assenze, i costumi di carnevale andati persi, e quella canzone dei Church che quando ascolto devo sempre strizzare gli occhi e passare avanti. The great machine.

LdP, 24/3/'15


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