30/03/15

Grigio vitalismo senza Dio ("Scrivi come Manzio Newe, ti sentirai meglio")


Faccio un tragitto in autobus e metropolitana che mi sembra di stare a Colchester o a Blackpool in una giornata di ottobre.
Cielo grigio, pioggerellina diagonale e tristissima, lacrime sporche sul vetro dell'autobus, in testa la voce di Thom Yorke o qualche imitatore, chitarre languide, telefono rigorosamente spento.
L'autobus sembra popolato da mostri, deformità che ridono di gusto, distillando mestizia e impotenza sotto le scarpe, nel rigagnolo degli ombrelli, nella pigrizia densa del respirare.
“Non te lo voglio dire dove abito, non mi deve scocciare!”, urla una donna orribile alla quale mancano due denti davanti. Bionda falsa, culo di gomma sfatta e riso molle, orecchini grossi come lampadari.
“E invece me lo devi dire...”, replica un uomo con un pullover a righe di rara bruttezza. Ridono, si corteggiano, si capiscono.

Nelle parole degli stucchevoli buonisti, gli esseri umani sono come fiori. Dobbiamo essere grati di essere stati creati, e di poterci guardare, confrontare, capire.
Solo che anche i fiori possono puzzare di merda. Parecchio. E lo sguardo pietoso è solo un modo di mostrarsi a se stessi, è ipocrisia. A nessuno frega un cazzo di questi mostri. Ma alla gente piace fingere.
Chi dice che la vecchiaia è bella e dolce è pazzo, è un criminale molesto. Non è vero. Non può essere vero.
In questo autobus che va a due all'ora i fiori che puzzano di merda continuano a farsi battute, a trovarsi di reciproco gusto. Io sto zitto, non sorrido, non guardo, non fingo, respiro piano e quasi con vergogna.
Sono un “giovanotto” con un giubbotto blu. Nella tasca destra si capisce che ho sigarette e chiavi. Sono diretto in una casa. E basta.

“Ogni nuova libreria che apre, di questi tempi, per me è un sorriso”, mi dice Serchia, che intanto si passa una mano nei capelli e guarda lontano. Serchia legge perché la fa sentire migliore. Migliore di altre persone. Più giusta. Più fortunata e più responsabile. Più sensibile. Ha un rispetto demenziale per l'oggetto libro. E li ama, i libri, tanto più se portano con sé una qualche idea velleitaria di cultura e pulizia. Serchia mette “mi piace” a tutto quello che le sembra giusto, appassionante, pulito e costruttivo. Per questo e per altro, ha smesso di leggermi da tempo e ci tiene a ribadirlo ogni volta.
Una volta ha anche provato a darmi dei consigli letterari, con quell'aria da bietola con il rossetto, professorale, didascalica. Nelle sue parole avvertivo astio, imbarazzo per le mie scelte. E percepivo il disprezzo per lo scialo delle mie (eventuali) capacità.
“Perché non provi a raccontare una storia senza odio, senza buio, senza rabbia? Sono sicura che ti sentiresti meglio”, aveva chiuso, la bietola.
“Scrivere non è questione di sentirsi meglio”, avevo risposto, senza aggiungere, come avrei voluto, che per quello è preferibile un rapporto anale o una siringa nel braccio. Scrivere non è questione di benessere, bietola. Scrivere non è come fottere. O come piacere. Scrivere non è fare i pavoni con la citazione estratta dal buco del culo, con tanto di campanellino.
“Hai letto l'ultimo di Manzio Newe?”, mi chiede oggi, “ha scritto una cosa splendida, la storia di un bambino che cresce in un quartiere povero e si riscatta andando in Belgio e poi tornando...”
Penso che ora mi dirà “scrivi qualcosa come Manzio Newe”, ignorando che già penso quel che devo pensare, e cioè che Manzio Newe e i blogger/sociofili che le piacciono devono solo prendermelo in bocca. Non ho mai aspirato a diventare come uno di questi ricciolotti con le chiappe bianche e i maglioni pregiati che vanno a dispensare saggezze e sogni in giro. Se loro sono dei fiori, io voglio essere una gran mignotta, una troia che si lava tra le cosce dopo ogni iniezione di pazienza.

A casa, da solo, il Tg regionale parla dell'ultimo libro di Manzio Newe mentre sto addentando un dolce alla mandorla. Mi va di traverso. Manzio appare con uno smanicato molto britannico e una camicia color tabacco non fumato. Parla del suo libro e di amore, amore per la sua terra natia, Napoli, che bella di notte, che bella girarla all'alba in vespa come Nanni Moretti, che bello sembrare di sinistra e scrivere libri.
Che bello lottare a Napoli. Per un mondo migliore.
Che bello amare a Napoli. Le donne del destino che finiscono nei libri.
Che bello guardare il tramonto a Napoli e sentirsi la terra del Sud dentro, fin dentro il culo.
Che bello, infine e perché il tempo del servizio è scaduto, quando una nuova libreria apre a Napoli. Che civiltà, che progresso, che trionfo della sana rivolta dello spirito!
Da applausi, Manzio Newe.
Finisco il dolce alla mandorla, nei miei occhi è chiara la mancanza di Dio e di pazienza, non mi sono riconosciuto come fiore, ma come ago nel braccio. Ecco perché Serchia non mi legge. Ecco perché mi sembra che certi fiori, quelli vestiti meglio, quelli più sorpresi dalla bellezza del creato, puzzino di merda.
L'inglese evangelico che abita nella scala a fianco gioca con i suoi figli a finto cricket nel parco.
“Keep going, keep going, keep going!”, starnazza il father flower.
Manzio Newe ci costruirebbe una storia. Io no. Io mi accendo una sigaretta e godo poco, nel mio grigio vitalismo senza Dio.

Luca De Pasquale, 30 marzo 2015

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