27/03/15

Conti che non tornano


Alla ASL, la rappresentante farmaceutica seduta sulle panche dei malati ha la gonna rialzata quasi fino all'inguine. Sta aspettando il suo turno, tra una visita cardiologica e l'altra, mentre i vecchi litigano sui turni e sui fogli di prenotazione.
Non so se la donna si è resa conto dell'upskirt, se non lo reputa imbarazzante, oppure se le piace mostrare le sue calze velate e far pensare al fottere come una cosa vitalistica e naturale. Non mi interessano le sue intenzioni e non ho nessun giudizio tra cervello e bocca. Oltretutto, qui c'è una merdosa puzza di malattia e di speranze prese a calci, di fede tramortita dall'implacabile, di povertà che si parla addosso e si piscia sotto.
Non so, ripeto, se quell'upskirt da sveltina e da lingua succhiata veloce è volontario, ma i conti non tornano. I conti non tornano e non basta pensare alla prossima sigaretta.
No.

Poi arriva una tipa tutta trafelata, che fa di tutto per mostrare il culo. Si sbatte con dei fogli in mano, racconta di essere rimasta imbottigliata nel traffico, e intanto sventola il culo sotto il mio naso e non solo il mio. Nessun giudizio. Un infermiere le affonda gli occhi nelle natiche, mentre tutt'intorno i colori dei muri e delle porte parlano di morte da prevenire per un po', di figli che piangono, di persone anziane stanche di lottare, spargendo desolazione sulla mia attesa, sulla mia smania di vivere e di sputare lava contro specchi guasti e su carta che somiglia sempre più ad editti compromissori firmati dopo qualche sbronza.
La donna riccia e sudata sventola il culo, sembra un ventaglio di vanità che puzza di residui di cucina e di umori maschili un po' idioti, penso che questo posto mi atterra, detesto laboratori medici, ospedali, centri specialistici: sono luoghi che somigliano a incubi, con al centro quella fossa nera e silenziosa che richiama troppe volte alla base.
Non guardo il culo della donna, il pacchetto di sigarette è di quelli morbidi e l'ho distrutto nella tasca dei jeans. I conti non tornano, ancora e ancora.

Per strada, un brano dei Bark Psychosis si fa largo nei miei movimenti, e -come si direbbe qui- mi “smerza”, mi flette, mi piega, mi rende parte terminale del vento che mi soffia alle spalle. I conti non tornano. Me lo ripeto spesso, ancora di più negli ultimi tempi, e questa frase ha quasi sempre a che vedere con i rapporti umani, con quegli sforzi innaturali, quelle pose inguardabili da servizio fotografico nelle anticamere della solitudine, quel tentare di chiudersi in un sottoinsieme fantasioso e amoreggiare per amore della vita stessa. Chiudo una telefonata e i conti non tornano. Incontro qualcuno e i conti non tornano. Vengo a sapere di qualcuno, di qualcuno con Sempronio e Caio sullo sfondo, e i conti non tornano. Non mi piace venire a sapere. Se non indago io, se non domando io, significa che me ne sbatto. Che ho tutto il diritto di fottermene e di non essere informato in nessun modo. A volte, mi sembra che sia una priorità di tanti quella di restare a nuotare sempre nelle stesse vasche. E anche quella di essere aggiornati su eventi ed azioni di chi, per qualche tempo, ha fatto parte della nostra vita.
Non la penso così. Non agisco così.
Non esiste la devozione da baci, promesse e sperma.
I momenti condivisi? Pazienza se sono stati rinnegati, l'importante è mantenere il contatto, pensano in molti. Non mi piace questa mancanza di palle. Evitare gli addii, per me, è mancanza di palle. Non ti costruisco un altare se ti sono stato dentro, tra le cosce o nel cuore; non rispetto la memoria di un'emozione se a quell'emozione non è seguito nulla, se non delusione o, peggio ancora, noia e approssimazione.
In fondo, un cazzo è solo un cazzo, lo sfreghi e spara; un amico è solo un amico, non un semidio con la bocca sporca di pietà. E un parente, spessissimo, è solo una contingenza irrisolvibile. Ma questo non implica che pregheremo gli stessi santini e che dovrai piangere la mia scomparsa. Si fa prima ad andare affanculo.

Un uomo molto anziano mi chiede di aiutarlo a salire su un autobus che è fermo alla stazionamento. Passo la sigaretta a chi mi accompagna e lo aiuto. Lo sorreggo, e nel farlo mi accorgo che gli sto carezzando leggermente le spalle. Come un figlio. Come il figlio che non riesco più ad essere, perché la rabbia di esistere, di esistere ed essere presente, qualche volta mi rende una merda.
L'uomo mi ringrazia una prima volta, poi mi dice: “Posso chiederle un altro favore ancora?”
“Quello che vuole”, rispondo. Ho ancora la mano sulle sue spalle.
“Ringrazi i suoi genitori per averla resa una persona così attenta agli altri”
La frase mi arriva come un pugno, un pugno dolce. Affonda nel polistirolo che ho sul cuore, l'alcool solidificato, la nicotina come gatte di polvere in un appartamento vuoto. La frase è sincera e mi fa male e bene, mi confonde.
“Grazie... la ringrazio...”, faccio imbarazzato, lo guardo un'ultima volta e scendo.
Attento agli altri? Chi, io? Io? Io che non sono cattolico, che non sono eucaristico, che il volontariato non so nemmeno dove sta di casa, che ho orrore delle malattie e ancor di più della morte che non si decide. Io, però. Lo ha detto a me. Ed era sincero. Cazzo.
Ma qualche lato buono dovrò pure averlo, anche se i conti non mi tornano mai. Qualche volta, forse, sono quel che si dice un brav'uomo. Anche se non mi piace e non mi piacerà mai tornare sui miei passi, in vecchie stanze, ad abbracciare ipocritamente chi ho rimosso o chi ha contribuito a stampare nel mio stomaco la parola “no”.

Arrivo a casa che ho ancora lo sguardo di quell'uomo dentro, è una sensazione strana. In genere, conservavo solo sguardi di donne, un tempo. Donne che sapevo non avrei mai più rivisto. Mi piacevano da morire quegli sguardi, perché assistevo in diretta alla loro nascita e anche alla loro morte inutile. Riuscivo a tatuarmeli addosso, altro che ideogrammi del cazzo e spade thailandesi da spiaggia provinciale. Era come se quelle donne, quelle belle donne senza nome, lasciassero che qualcosa della loro bellezza morisse su di me, giochi di candela per un condannato ai dubbi eterni e alle stanze in penombra.
Da tempo, gli sguardi delle donne, quando capita che mi cadano addosso, è come se perforassero una nube cobalto gravida di temporali e soprattutto di oblio. Mi trapassano come un fantasma e fanno innamorare lo stronzo piazzato dietro di me, con le cuffiette e il pizzetto, oppure con la giacca lucida e le scarpe marronicce. Ma non io. Me, io, me.

Accendo una sigaretta sul balcone. Alcuni operai stanno mangiando su una carrucola malferma, c'è un esibizionista in boxer che stende una camicia, gabbiani che inseguono piccioni, Napoli sotto e sopra ed io che non so bene cosa farmene. Il mio cellulare trilla, vibra, si illumina. Cambio voce, diventa quasi quella di un orco.
È Melvigi. Ancora. Mi ha già chiamato ventiquattro giorni fa, che cazzo vuole?
“Carissimo Luca, come te la passi?”
“Ok”
“Hai sentito la storia di quell'aereo? Quel pilota, ma come cazzo è possibile... come stai?”
Ancora?
“Okay”
“Ah, bene. Seeenti, ma tu hai saputo che Negrisolo Rodio sta lavorando con dei lituani che fanno del sex food, questa nuova moda? Pensa che Negrisolo Rodio aveva preso a lavorare con il padre che è avvocato, poi però questo signor Cacanauskas è venuto al sud ad investire in questa cat...”
“Non c'è campo! Non c'è campo! Cristo, non c'è campo!!!!”, urlo, manco mi avessero rapinato e aggredito. Riattacco.
Mi godo le ultime boccate di sigaretta. Non parlatemi di gente che per me è peggio che morta. Altrimenti, i conti continueranno a non tornare. E non posso permettermelo.
La privacy del futuro va difesa, a qualsiasi prezzo.

LdP, 27 marzo 2015

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