17/03/15

Andare oltre: intervista a Stefano Gallone


Non sono molte le persone con le quali si può parlare un po' di tutto, senza per questo cadere (e scadere) in quella che mi piace definire “tuttologia da vaniloquio”. Stefano Gallone, grazie al suo muoversi tra più discipline e arti e ad una curiosità instancabile, è tra questi rari esemplari.
Proprio il suo entusiasmo e la sua passione mi spingono a non introdurre lungamente questa bella e coinvolgente digressione su letteratura, cinema, musica (“fatta” e sentita), prospettive culturali e molto altro.
Tra le tante cose interessanti dette qui da Stefano, mi fa particolarmente piacere segnalare il comune amore per il grunge e la preziosissima citazione dei God Machine, band maledetta e disgustosamente ignorata da molti “tuttologi emozionali”. Con il senso di questa citazione amara e appassionante vi lascio alla nostra intervista. Buona lettura.

LDP: Stefano, partiamo in modo tradizionale: dai tuoi inizi. Tu ami letteratura, musica, cinema e molto altro; a quali arti ti sei avvicinato prima e in che modo?

SG: Musica, cinema e letteratura sono sempre stati il mio pane quotidiano fin dall’età adolescenziale o forse anche prima, sia in qualità di semplice ma più attento e curioso appassionato che in veste di ipotetico creatore desideroso di sperimentare le sensazioni provate in quegli istanti con le proprie stesse mani. Certo, ai tempi della scuola ancora non immaginavo di laurearmi in una di quelle materie – il Cinema – ma la fascinazione artistica è sempre stata nell’aria fin da quando con il mio compagno di banco aspettavamo con ansia l’estate per avere tutto il tempo necessario a rinchiuderci in casa giorni interi con tre strumenti e un computer a portata di mano.
È stata proprio la musica, infatti, a ritrovarsi, diciamo, disturbata per prima dal sottoscritto. Da bambino ho studiato pianoforte e la cosa, anche se non ha generato frutti particolari – voglio dire, non sono mai stato un pianista – mi ha aperto orizzonti molto vasti donandomi anche una certa capacità nel capire le modalità secondo le quali un determinato artista faceva certe scelte al posto di altre. Poi credo sia venuto il cinema per colpa di mio zio che, in mancanza di una figura paterna fin dalla tenerissima età, si occupava di me portandomi spesso nell’allora unica sala avellinese a vedere cartoni ma anche film di tutt’altro genere, oltre a tenermi con sé quando lui – collezionista di vinile e enorme conoscitore di ogni sfaccettatura musicale – passava in rassegna i suoi ascolti. Infine, ma non così tardi, è arrivata una profonda passione per la letteratura per “colpa” di una professoressa di scuole superiori molto severa ma estremamente abile nel farti riflettere a fondo su un concetto, un’idea o anche solo un semplice pensiero emergente dalla freddezza dei testi didattici. Dalla commistione di amori letterari e cinematografici, credo sia poi sbucata una certa fascinazione per i linguaggi visivi.

LDP: Questo è uno strano paese. Tutti scrivono. Quando ho iniziato io, non era così. C'era ancora una sorta di timidezza e di riserbo rispetto al cimentarsi liberamente con materie delle quali non si padroneggiavano buona parte degli strumenti. Oggi quel contegno è scomparso, tutti provano tutto, tutti pensano di essere originali, diversi e appassionanti. Tutti sono critici musicali, sceneggiatori, poeti, tutti hanno la ricetta giusta per i racconti brevi o per i romanzi/mattone di respiro mittleuropeo. Cos'è, pazzia collettiva? Cos'è, lo spirito di provarci comunque? Non pensi che stia scomparendo -pericolosamente- il confine tra dilettantismo e specializzazione, tra tentativo e passione?

SG: Il nostro è un paese molto strano, certo. Navighiamo continuamente tra inettitudine complessiva e sopravvivenza eterna di bellezza e splendore, e vi ondeggiamo sopra talmente tanto da farci venire il mal di senso. Essendo cresciuto anagraficamente a cavallo tra il declino dell’era analogica e l’inizio di quella digitale, capisco perfettamente e vivo in pieno l’erronea interpretazione utilitaristica che ad essa si è data. Il “tutti-siamo-tutto” della nostra epoca attuale nuoce gravemente alle legittime realtà che si ritrovano completamente sommerse da interi universi di individui con, tra i principali scopi – spesso anche inconsapevolmente – , quello di mettere in risalto il proprio Io in ogni attimo della giornata e non sempre in maniera utile a qualcosa, scambiando per passione ciò che, in verità, è soltanto terrore di isolamento. È una condizione pericolosissima laddove poi, un simile (non)pensar comune manipola e genera (non)gusti ed estreme semplificazioni in tutto, dai periodi lessicali alla più sciocca mancanza di volontà nell’alzare un dito per scorrere una pagina web e finire di leggere uno scritto o ascoltare un brano (per non parlare di certi risvolti politici). Malgrado un individuo non possa essere definito scrittore o musicista solo dalla presenza o meno di una sua opera su uno scaffale, tutto questo marasma di contenuti inesistenti abbassa tragicamente l’asticella del comune senso dell’intendere il pensiero.
L’aspetto, forse, ancora più atroce di questa situazione arriva a manifestarsi quando tutto questo mal di dio intacca ambiti professionali di ben più indispensabile quotidianità come, ovviamente, il giornalismo intero, non solo il suo ambito artisticamente critico (sul quale ci sarebbe da fare tutto un discorso a parte ma, in merito, ho scritto già abbastanza altrove). E allora nasce gente specializzata in bufale colossali o scritti assolutamente inutili che, però, attirano “click” (perché tutto dipende sempre dalle persone, chiunque e ovunque esse siano) e portano migliaia di visite a una non-testata online aperta, magari, apposta per rubare qualche spicciolo ai motori di ricerca e a chi fa informazione e cultura vera. Non credo si tratti di pazzia collettiva perché per fare questo si è davvero più lucidi e scaltri di quanto si possa immaginare. Penso solo che nell’era della comunicazione di massa assoluta ha prevalso l’arraffamento sull’utilità. La soluzione è una sola: la poesia non vende più? Bene: continuare a scrivere poesie fino alla fine dei giorni. Jaron Lanier apre “La dignità ai tempi di internet” scrivendo “Ciao, eroe”.

LDP: Nel tuo ultimo libro, “In un'espressione di niente”, parti da testi di canzoni (splendide) per costruire storie. Qual è in te il rapporto tra musica e scrittura? Sei d'accordo se ti dico che senza musica non è possibile scrivere?

SG: Assolutamente sì, sono indispensabili l’una per l’altra. Ma c’è molto di più. Quando hai qualcosa di concreto e importante da dire – nonché i mezzi cognitivi almeno sufficienti per farlo – e hai dimestichezza con entrambe le attività, puoi indirizzare ogni specifica idea verso una direzione o verso un’altra perché sono entrambe dei linguaggi che generano linguaggi a loro volta. Se credi di avere un’idea che secondo te è inesprimibile verbalmente perché si tratta di una percezione o di uno stato d’animo particolare, la musica – in ogni sua ramificazione – ti viene incontro e ti permette di creare qualcosa capace di conferire il tuo sentire interiore, provocando – all’ascoltatore più attento – percezioni simili alle tue attraverso l’uso dei suoni. Lo stesso vale per la scrittura se hai da dire qualcosa di necessariamente argomentativo per cui un brano musicale non può bastare. Per di più, la scrittura ha una biforcazione essenziale che si estende, da una parte, ad infinite possibilità narrative (per quella letteraria) e, dall’altra, all’organizzazione verbale di ciò che poi andrà a svolgere un ruolo percettivamente “musicale” nella creazione di immagini vere e proprie (per quanto concerne la scrittura cinematografica). È stata questa essenziale interpretazione delle tre arti menzionate a condurmi verso la stesura dei racconti di “In un’espressione di niente”, nati, per l’appunto, a seguito di sensazioni provate all’ascolto e al ricordo dell’impatto provocato in me da alcune canzoni. Da quelle percezioni sono, dunque, nati degli scritti con lo scopo di riversare in letteratura, fin dove possibile, il dato umano e spirituale di origine musicale.

LDP: A proposito di musica, scongiurando la mania delle liste e delle classifiche da isola degli sfigati, parlaci un po' delle tue devozioni. Perché mi piace usare questo termine, devozione, e non semplicemente “gusto”. Come credo converrai che a certi stadi di dipendenza è bene usare la trascurata parola “passione” piuttosto che “hobby”...

SG: Se mi consenti, a “devozione” aggiungerei “vocazione” per meglio sottolineare ciò che di più viscerale e ultraterreno ci lega al non essere mai stanchi di mettere alla prova cervello, occhi e orecchie in puro sentimento passionale, appunto. In ambito musicale, malgrado siano stati i Pearl Jam di “No Code” e “Yield”, nel 1997-1998, a svezzarmi su qualcosa di più serio, per me è stato cruciale il periodo che va dal 1999 al 2001 perché vide l’uscita di album come “Binaural” (manco a farlo apposta dei Pearl Jam), “The Fragile” dei Nine Inch Nails, “Lateralus” dei Tool, “Origin of symmetry” dei Muse e il binomio “Kid A” / “Amnesiac” di firma Radiohead. Sono tutti dischi che hanno influito su di me in maniera definitiva e seminale sprigionando un modo completamente diverso di pensare e porre in essere il dato musicale. Al di là delle nuove sonorità sperimentate in ambito rock da “Binaural”, soprattutto “The fragile”, oltre al dato narrativo apocalittico che mi ha sempre affascinato a livello umano, gode di una struttura talmente abile a miscelare hard rock ed elettronica da rasentare la perfezione pura. Basti da esempio la sola “Just like you immagined”: cinque sole note sul letto di incastri sonori a dir poco epocali. Fino ad arrivare alle sottrazioni più riflessive di “Leaving hope” da “Still” (il bonus disc dell’edizione limitata di “And all that could have been”, il live del tour di “The fragile”), ancora oggi sul podio dei miei brani preferiti in assoluto. Con “Lateralus” andai effettivamente su un altro pianeta proprio come l’elevazione spirituale trattata dall’opera voleva. Sia dal punto di vista emotivo che tecnico, un disco dei Tool non è mai soltanto un disco ma un’opera leggibile da svariati punti di vista, con tanto di messaggi in codice insiti in un interscambio ritmico o in una sequenza sillabica che segue la serie di Fibonacci. Coi Muse del secondo album mi resi conto che il concetto di “power trio” poteva subire ancora evoluzioni notevoli, mentre col binomio dei Radiohead capii che era possibile – e apprezzata – l’incursione della ambient music persino in contesti mainstream.

LDP: Abbiamo parlato spesso di negozi di dischi, possiamo dire di esserne innamorati. Ma non esistono più o, se esistono, non sono più negozi di dischi. Io sono integralista: il negozio di dischi deve essere tale. Si parla di musica, non di pizzette, non di cibo, di sesso e fitness. L'ultimo posto dove ho lavorato era un supermercato dove eri pagato per stare in divisa e dire stronzate alla gente, pur di vendere; per contrasto, oltre ai record store/stuzzicheria/fichetteria ci sono quelli old style che falliscono miseramente, attirando prevalentemente mitomani o dinosauri. Credi ci sia una via di uscita?

SG: Non è che non esistono più negozi veri: ne esistono di meno e alcuni si sono un po’ stancati di venire incontro al cliente per iniettargli curiosità dal momento che hanno percepito il progressivo scemare proprio di un elemento così importante, anzi fondamentale: la curiosità, appunto.
In un negozio di dischi, io, ci sono praticamente nato e cresciuto, sullo sfondo di una non-città come Avellino in cui è sempre stato estremamente difficile godere di possibilità culturali che non abbiano un’etichettatura o derivazione popolare o provinciale. Fu un negozio come Ananas & Bananas (l’attuale Camarillo Brillo Dischi) – gestito, manco a dirlo, proprio da amici stretti di mio zio, altri grandissimi collezionisti di vinile e conoscitori musicali – a salvare letteralmente la vita interiore, in pieno svezzamento post adolescenziale, a me come a tantissimi miei coetanei proprio alle soglie dell’epoca “liquida” (Bauman docet) in cui viviamo oggi grazie alla sua enorme capacità aggregativa di interscambio culturale. Senza aver vissuto quella esperienza, probabilmente starei anch’io ancora lì a ricoprire una posizione lavorativa anonima offerta dal politico di turno, avendo come “hobby” (qui il termine è azzeccato) l’auto presa a rate e lo Smartphone in comodato d’uso.
Ricordo bene Fnac al Vomero, ci venni due o tre volte a curiosare quando ancora non ci conoscevamo – anzi, credo anche di averti chiesto se “Child of the future” dei Motorpsycho era veramente uscito solo in vinile. Anche se lì era possibile trovare molto più di quanto offre solitamente un megastore, la filosofia da centro commerciale culturale lo ha letteralmente distrutto perché coniugare profitto e cultura (con l’idea perenne che vede il profitto essere tale solo se corrispondente a fonte di guadagno industriale) è quanto di più sbagliato possa esistere in ambito artistico. Intendiamoci: non sono contrario ai megastore, ma preferirei che l’idea di negozio semplice non venisse abbandonata del tutto proprio in luce di una salvaguardia anche interiore dell’individuo. Dicevo che alcuni negozianti si sono stancati dell’assenza di curiosità, ma se la curiosità, per larga parte, si è riversata sulle possibilità di risparmio economico offerte dalla rete, questo è anche a causa di un mancato ingegno commerciale. In mente mia – e l’ho scritto – il negozio ideale, al giorno d’oggi, potrebbe tornare ad essere tutore della curiosità utilizzando anche mp3 e e-book. Il motto è sempre lo stesso: dipende dalle persone, da una parte come dall’altra.

LDP: Parliamo di miti, eroi. Tutti noi ne abbiamo. Parliamo sempre d'arte, e principalmente di musica, cinema e scrittura. I tuoi? Sono stato molto felice di trovare gli Alice In Chains nel tuo libro... tutte le volte che si nomina Layne Staley (e Mark Sandman, e...) mi scuoto sempre un po'... parliamo di eroi, permettiamocelo pure. So che abbiamo in comune anche Pier Paolo Pasolini...

SG: Sì, anch’io ho varie figure di riferimento in tutti gli ambiti da noi esplorati, ma preferisco – tranne che per Pasolini e non solo per via del fatto che non è più in vita – non vedere la persona di riferimento come un dio o un eroe, ma assumerla come punto di riferimento tangibile e, nell’eventualità, consultabile in maniera anche diretta, ovviamente dove possibile. Ho detto “persona” non a caso, dunque, proprio perché – principalmente con gli “idoli” in vita, è ovvio – preferisco poter parlare con l’artista di mio interesse più che fare la fila come una docile capretta in attesa di un autografo o di una foto. In questo ho sempre cercato di sfruttare a mio favore l’essere giornalista, riuscendo ad intervistare personaggi da me apprezzati in maniera diversa da quanto richiesto dalla semplice formalità professionale. Conservo ancora tra le altre, ad esempio, un’intervista a Paolo Benvegnù e una con Pierpaolo Capovilla in cui emerge davvero tutto ciò che contraddistingue il tipo di essere umano che credevo estinto. Tra ciò che mi sarà ben più difficile raggiungere in questo senso, mi piacerebbe tanto parlare di chimica umano-musicale con Bent Saether dei Motorpsycho, del coraggio creativo di Demetrio Stratos con Mike Patton, di attualità sociologica e conseguente traduzione audiovisiva con Steven Wilson o – sarebbe davvero il massimo – di spiritualità auditiva col maestro Arvo Pärt.
Parlando puramente di idoli o, se vuoi, appunto, di eroi ma dal punto di vista del semplice seppur grande apprezzamento, certo, anche io ne ho diversi ma rimangono tali, cioè non entrano ad influenzare il mio modo di essere e la mia vita in senso generale. E allora sì, ci sono anche per me Layne Staley e Kurt Cobain come anche Eddie Vedder, Frank Zappa, John Coltrane, Bill Evans o Stanley Kubrick, Alfred Hitchcock, François Truffaut, Ingmar Bergman, Orson Welles, Béla Tarr, persino Bill Hicks, ti confesso. Tutte persone – prima ancora che artisti – dalle quali continuo a imparare tantissimo sotto vari aspetti e in vari modi.
Quanto a Pasolini, il discorso è molto complesso e richiederebbe una sede molto più specifica. Quando parliamo di Pasolini parliamo di un profeta. E un profeta non è altro se non colui che riesce a vedere le cose su un raggio ben più vasto rispetto alla comune dotazione intellettuale, sacrificando se stesso pur di dimostrare le proprie convinzioni. Leggere i suoi scritti e assorbire i suoi film, oggi, equivale a fronteggiare la vera Bibbia umana di cui abbiamo bisogno, per apprendere ciò che non abbiamo voluto accettare e porvi rimedio per andare avanti.

LDP: A proposito di Pasolini, ti confesso che il film di Ferrara, pur amando alla follia Defoe, non mi ha convinto. Proprio per niente. Tu l'hai visto? Vedendo certe realizzazioni, potremmo dire che ci manca tanto Marco Ferreri? Che ci manca anche chi riusciva ad unire armoniosamente poeticità e senso del grottesco?

SG: Non è che ci manca il grottesco di uno come Ferreri o, di più ancora, Elio Petri: a noi italiani manca proprio Pasolini. Sì, il film di Ferrara lo attendevo e sono andato in sala a vederlo appena uscito. Ti dirò che può risultare facilmente un film sbagliato se lo assorbi con sguardo biografico e documentaristico o comunque disincantato, mentre esprime tutta la sua valenza semantica – non senza sbavature – se lo vedi con occhio esploratore, non per forza analitico. Non è, cioè, un film su Pasolini ma un discorso che prende Pasolini come pilastro umano per spiegare come ciò che un uomo è – nella mente, nello spirito, nell’anima – rimarrebbe eterno se solo ci si sapesse rapportare in termini di interscambio di coscienza (questo, se vuoi, spiega anche un po’ il motivo del mio rapporto con gli idoli di cui ti parlavo prima). Proprio come urla l’ultima inquadratura soffermandosi sull’agenda con sopra appuntati gli impegni dei giorni successivi alla morte dell’uomo in carne e ossa, la morte – quella più terribile, cioè quella interiore – , se lo vogliamo, può non esistere.
Ovviamente, a testimoniare ulteriormente le mie pluridescritte tesi riguardanti i miei colleghi di settore, buona parte della critica italiana non ha capito un cazzo di niente e si è lasciata andare alle solite cianfrusaglie politiche. A proposito di morte vera, insomma.

LDP: Torniamo alla musica. In questi ultimi mesi sto massicciamente riascoltando, e mi piace quest'anacronismo, grunge e post grunge. Mi sembra strano (ma fino ad un certo punto) trovare questa musica ancora corposamente piena di senso, ancora disturbante rispetto all'appiattimento sociale. Come anche la scena indie, quella vera e meno annacquata, partendo dei primordi della SST Records, passando per la Sub Pop più “sincera”... che ne pensi?

SG: Guarda, tra le centinaia e centinaia di dischi in mio geloso possesso, tra compact disc e vinile, conservo una ristampa - cronologicamente mi era impossibile acquistare l'edizione originale se non in mercatini vari – della fatidica raccolta “Sub Pop 200” in cofanettino nero come la pece. Lì dentro c’è un vero e proprio manifesto della scena di Seattle che, nonostante io abbia sviluppato orizzonti anche molto eterogenei e divergenti, rimane comunque il mio primissimo approccio al rock duro. Tra Nirvana, Soundgarden, Green River, Pearl Jam, Mudhoney e Screaming Trees ci trovi praticamente le mie proteine soniche principali, talmente appassionate da farmi incuriosire anche di coniugazioni grunge britanniche come quelle di Peach e Bush. Sono perfettamente d’accordo con te: può essere anche roba datata, ma ci sarà pure un motivo se con “Ten”, “Vs”, “Badmotorfinger”, “Bleach”, “Superfuzz bigmuff” ma anche “Vitalogy” o “Jar of flies” riesco ad entusiasmarmi e, al contempo, a stimolare in maniera sempre splendidamente inedita le mie sensazioni e le mie motivazioni espressive. Al di là del gusto e della passione personale, buona parte di ciò che ora viene spacciato come nuovo rock o rock alternativo mi dice meno di niente, non per assenza di chissà quale distorsione, sia chiaro, ma per via di una sincerità espressiva e, soprattutto, esistenziale che non ho mai nemmeno lontanamente percepito in ciò che mi si propina da almeno cinque o sei anni a questa parte. Trovo insindacabilmente più passione e purezza nei deliri di John Zorn o nell’elettronica sperimentale di Thomas Köner, Susumu Yokota o Alva Noto. Magari è per questo che ho deciso di farla anche.

LDP: I tuoi progetti per il futuro. Cosa c'è in cantiere?

SG: Innanzitutto, con qualche lavoretto che ho la fortuna di avere sotto mano almeno per un po’, punto a mettere da parte qualche soldo in più rispetto agli spiccioli che posseggo ora per lasciare Roma e andare a vivere in santa pace con Elisabetta, la mia dolce metà, nel milanese. È una scelta dettata principalmente dal cuore – non potrebbe essere altrimenti – ma anche un po’ dalla realtà dei fatti: da quando ci vivo – ormai dieci anni – Roma si è incattivita più di quanto non lo fosse in precedenza. Non è pensabile che la culla della cultura e della storia italiana se ne lavi brillantemente le mani di tutto – dalla salvaguardia dei propri beni al loro progressivo sviluppo – e lasci chiunque a macerare in un nulla immobile e irreversibile che divora ogni semplicissimo spiraglio di propensione alla produzione di qualcosa di concreto, tanto nell’urbanistica quanto nell’Arte. La cosa è inaccettabile e il singolo, troppo spesso, non ha la possibilità di fare niente se anche il concetto di aggregazione è stato trasformato in sinonimo di provvigione per l’uno a discapito dei tanti. So bene che Milano non è affatto da meno ma non importa, voglio solo stare con Elisabetta e continuare a fare quello che ho sempre fatto.
In tal senso, dunque in ambito artistico, il progetto più concreto in cantiere per il 2015 è un nuovo album – il terzo – con gli Agate Rollings, che stiamo registrando proprio in questo periodo. Anche qua c’è da farsi una risata a denti stretti: mentre in Italia ci si rompe i coglioni di ascoltare un brano per dieci luridi secondi, altrove un’etichetta ci ha apprezzati e ci ha chiesto di provare a fare addirittura un album doppio di elettronica ambient che, in caso di apprezzamento produttivo, verrà pubblicato senza mezzi termini né limitazioni, a ben sperare. Vedremo. In Italia stiamo cercando di battere più che altro il territorio delle colonne sonore per audiovisivi e/o installazioni, specie dopo la bella esperienza per la web serie “Bunker” di Vittorio Gazzera.
A livello letterario, invece, forte del tentativo narrativo di “In un espressione di niente”, qualche mese fa ho iniziato a scrivere un romanzo seguendo uno degli stili in esso sperimentati. Alleggerirò di molto il tiro espressivo ma cercherò di mantenermi tra l’essenziale e il profondamente influente che tanto ammiro in autori – anche se diversissimi tra loro – come Nick Hornby e Raul Montanari.
Cinematograficamente parlando, invece, la profonda delusione che mi ha provocato una buona fetta di ambiente produttivo italiano, da tre o quattro anni a questa parte non mi fornisce l’energia e la serenità necessaria per scrivere nuove sceneggiature oltre un paio di lungometraggi e vari corti che se ne stanno buoni buoni a sonnecchiare nel cassetto. Perciò la mia attenzione si è riversata molto di più sulla critica anche maggiormente analitica, comunque votata allo scopo di valorizzare ciò che veramente dovrebbe sotterrare certe convinzioni nazional-popolari (per la cui tumulazione ho anche steso un Manifesto passato ovviamente inosservato a chi di dovere). Ma questo non vuol dire che non scriverò nuove sceneggiature (non dimentichiamoci il discorso sulle esigenze espressive e sui linguaggi necessari ad accoglierle).

LDP: Per chiudere, vuoi dare ai lettori di questo blog qualche consiglio su dischi, film e libri? Con una sola clausola: approffitando delle tue conoscenze, ti chiedo di dedicarti a ciò che è minore e nascosto, proprio in linea con la filosofia del blog stesso... e per ora è tutto, confidando in una seconda parte a breve e ringraziandoti per la tua gentilezza.

SG: Anche se, sostanzialmente, non proprio minore né nascosto, posso provare comunque a suggerire, per cominciare, l’ascolto del nuovo album di Steven Wilson “Hand.Cannot.Erase”. Sono sempre stato diffidente riguardo la carriera solista di Wilson amando smisuratamente i Porcupine Tree, ma questo nuovo lavoro ha veramente del buono e, soprattutto, tanto ma tanto senso narrativo nel parlare proprio di quella ansia di isolamento di cui parlavamo in precedenza. Di taglio più “underground”, tornando ai primi anni ’90 posso suggerire il recupero di band fondamentali per una vera concezione di rock alternativo come Fugazi e Unwound. “End hits”, per gli uni, e “New plastic ideas”, per gli altri, sono dischi di cui non si può fare a meno se si vuole esplorare il genere oltre i suoi mostri sacri. Tra alternative e grunge, poi, dello stesso periodo proporrei anche il recupero mnemonico di una band non meno imporante e influente di tante altre ben più note. Sto parlando dei God Machine di Robin Proper-Shepard, l’attuale leader dei Sophia. Sfortunati artefici di soli due dischi (“Scenes from the second storey” e “One last laugh in a place of dying” nel mezzo di tragiche malattie e derive esistenziali), sono artefici di opere notevolissime perché intrise tanto di durezza assordante quanto di aperture spaziali e melodiche capaci di costruire all’istante dimensioni altre.
Non meno notevoli, però, gli italiani Fluxus – che tu stesso hai passato in rassegna di recente qui sul blog – nello specifico di “Pura lana vergine”, uno dei miei primi approcci al post grunge più grezzo ma ragionato. Sempre qui in Italia, si parla tanto, poi, proprio di Pierpaolo Capovilla e del Teatro Degli Orrori, ma abbiate il coraggio di andare a farvi frustare dai primi tre dischi della loro band di origine, cioè l’esordio eponimo, “1000 doses of love” e “You kill me” degli One Dimensional Man, un trittico che è una rasoiata.
Cambiando genere e coordinate geografiche, citavo prima Susumu Yokota, un artista giapponese alquanto misterioso e riservato ma sinonimo di piacevole scoperta per il sottoscritto per tramite del mio socio in affari musicali Alessandro Sgarito. “Sakura” è un grandissimo disco di elettronica ambient non necessariamente occidentale, quindi anche densa di tutte le influenze del caso. Ulteriormente formativo per quello che faccio è stato, poi, “Quiet city” dei Pan American, specie per lo stupore del constatare un utilizzo stellare anche dei fiati o comunque degli strumenti tradizioni nel mezzo di arrangiamenti anche elettronici di matrice ambient; così come anche “Perdition city” degli Ulver, band che stimo enormemente per l’inossidabile coraggio compositivo, continua a insegnarmi moltissime cose in sede di arrangiamento. “Teimo”, “Permafrost” e “Nuuk” di Thomas Köner, poi, sono i pilastri su cui si regge la mia fascinazione speciale per la “dark ambient” nonché il mio continuo stupore nel constatare come i suoni ambientali possano essere rielaborati per la produzione di opere intere.
Nutrendo una forte fascinazione per la spazialità sonora e per l’ascensione spirituale che essa può garantire a chi la vuole davvero trovare, non potevo esimermi dall’andare a pescare qualcosa di proveniente dai maestri di una simile predisposizione. È per questo motivo che suggerisco col cuore in mano l’ascolto notturno, e in cuffie, di una composizione come “Alina” di Arvo Pärt (meglio se in associazione col film a cui ha fatto da incremento sonoro, ovvero il dimenticatissimo “Gerry” di Gus Van Sant), maestro supremo di minimalismo realmente sensato ed emotivamente indissolubile.
Potrei andare avanti all’infinito anche nel campo cinematografico (per il quale, almeno, mi preme incitare la visione della prima trilogia di Iñárritu e gli “apocalittici” “La quinta stagione” di Brosens e Woodworth e “Take shelter” di Jeff Nichols) e letterario tanta è la mia propensione alla diffusione umanistica della conoscenza che mi appartiene, ma faremmo veramente notte. Mi fermo qui per pietà del lettore e sono io a ringraziare infinitamente te per questa splendida chiacchierata.


Stefano Gallone nasce ad Avellino nel 1984.
Giornalista pubblicista, sceneggiatore, musicista, produttore e speaker radiofonico, laureato in Cinema presso l'università La Sapienza di Roma, vive e lavora nella capitale dove svolge il ruolo di critico musicale e cinematografico per il quotidiano online www.wakeupnews.eu e Lettera43. È anche stato collaboratore esterno per Il Mattino di Avellino.
Autore di diversi progetti musicali (in primis Agate Rollings, duo di elettronica ambient con Alessandro Sgarito) e cinematografici indipendenti, ha scritto anche il cortometraggio "C'era una volta il cinema" (regia di Marco e Riccardo Di Gerlando), premiato al Festival del Cinema Europeo di Campiglia Marittima, al Vart Festival Via dell'Arte di Trento, detentore di una menzione speciale al Genova Film Festival e trasmesso in rotazione da Coming Soon Television.
Ha all’attivo due pubblicazioni: una silloge poetica (“Epitaffio”, Il Filo, 2008) e un saggio critico (“Post Noir – Tra stile e necessità”, Galassia Arte, 2012). La terza è uscita a novembre: “In un’espressione di niente”, racconti basati su testi di canzoni.

Opera nel campo della critica musicale e cinematografica dal 2005, dal 2009 stabilmente per il quotidiano online Wake Up News (www.wakeupnews.eu), che ha contribuito a fondare e per il quale continua a scrivere recensioni e news con interviste per entrambi i settori. Dall'ottobre 2014 anche per Lettera43 con un blog, “39 steps” (http://www.lettera43.it/blog/39-steps). Ha svolto per WakeUpNews il ruolo di caposezione Musica e Cinema fino al settembre/ottobre 2013.
Ad inizio aprile ha creato una trasmissione radiofonica legata al giornale, WakeUpRadio (http://www.spreaker.com/user/wakeupnewsradio ; va in onda anche negli Stati Uniti tramite www.icnradio.com)
Per la pagina locale avellinese del quotidiano Il Mattino, ha intervistato Cesare Basile, Emidio Clementi, Negrita, Marta Sui Tubi, Marlene Kuntz e Paolo Benvegnù.
Ha esperienza anche nel campo della scrittura cinematografica (cortometraggi premiati come “C’era una volta il cinema”: http://www.youtube.com/watch?v=ru5pDddn9bQ - http://www.youtube.com/watch?v=hhPPFYPqvio e musicale (un progetto di elettronica ambient in duo con Alessandro Sgarito, denominato Agate Rollings: http://www.rockit.it/agaterollings; https://www.youtube.com/channel/UCVZnlavK6AJjeV-Xw1BDwlQ; http://agaterollings.bandcamp.com )

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