23/02/15

Vento adulto


Sono uno di quelli che ha perso il posto a quarant'anni. Uno dei tanti italiani e cittadini del mondo ad aver perso “la sicurezza” relativamente all'improvviso.
Io, che in fondo le sicurezze non le ho mai volute. Io, che le comodità e il benessere mi sono sempre apparse come brutte parole svuotate di senso.
Sono uno di quegli ibridi, come altri milioni di individui, che si muovono in territori forse più legati alla mente, all'intelletto, che al graffio reale, all'applicazione fruttuosa della vita e delle sue funzioni.
Sono uno di quelli che prometteva bene e che non si capisce se abbia in realtà mantenuto o meno quel che si intravedeva dai primi anni. Secondo le leggi vigenti, teoricamente dovrei vergognarmi del seminato dispersivo e del raccolto oggettivamente non troppo soddisfacente.
Dovrei essere triste. Arreso, forse. Disilluso. Rancoroso, verde come un limone, probabilmente scortese, di sicuro qualcosa di simile ad un pezzo di merda con il fiato di fiele e le spalle piegate.
Oppure, dovrei essere semplicemente consapevole di poter almeno esibire un bel paio di spalle larghe, compiacermene, regolare l'orologio della carità su questa immagine definita, uno che la sfortuna la affronta, ci ingaggia una colluttazione e si incaponisce a non perdere l'anima. Non troppo, almeno.
Ma non ho di queste sicurezze, io.
Proprio non ce la faccio, con la manutenzione delle sicurezze più gettonate. Se proprio devo esibirmi, preferisco farlo in privato, e se sono costretto al pubblico, allora è probabile che farò la cosa sbagliata con addosso una faccia di orsacchiotto ben educato. Colpa dell'educazione ricevuta, dell'ambiente raffinato e un po' decadente dove ho assistito alle mie trasformazioni, da sopravvissuto a ragazzino, da adolescente insopportabile a mezzo uomo in stato perpetuo di maremoto, fino ad ora, un quaderno che si aggira per il mondo con una pagina scritta e due no, e che non utilizza mai la stessa penna.

La maggior parte delle persone che mi è capitato di incontrare nella mia vita lavorano, amano, viaggiano, praticano l'arte con una sorta di inerziale arroganza. Molto spesso mi sfuggono i meriti, e certamente mi sfugge il loro sogno. Mi sfugge e questo mi rende furioso. Sembra sempre che tutto sia stato annunciato da tempo, e che i cambi di programma rientrassero comunque nel disegno, nella pretattica, nel gioco delle parti. Sono poche le persone che mi sorprendono. Che seducono la mia curiosità, e che soprattutto lasciano traccia. Mi annoio facilmente. Mi allontano con ancora più professionalità, cercando di non essere troppo stronzo, non foss'altro perché ci manca solo la coscienza a rompere i coglioni e la frittata è definitivamente indigesta.
Il soggetto più bersagliato dalla noia sono io stesso. Sono implacabile con me stesso. Non mi perdono niente. Mi stupro continuamente. Mi travesto e poi mi sputtano. Mi pavoneggio allo specchio e poi appicco il fuoco, non risparmiando nemmeno l'ombra, se riesco a vederla.
Detesto le mie ossessioni, i miei tic, le mie debolezze, e il senso del ridicolo mi perseguita qualora mi venga in mente di brillare agli occhi di qualcuno. Di colpire. Di sedurre. Di penetrare, di infestare, di schizzare vita sulla vita.
Io preferisco il vento. Continuo a preferirlo da sempre. Non resta mai, ma lascia i brividi addosso. O i ricordi. O entrambi. E nel vento c'è sempre un po' di musica, anche se magari si tratta di un'invenzione, una suggestione codificata per comodità di sogno.

L'ambiente circostante mi chiede di apparire umile, di quell'umiltà plastificata che significa ben altro, significa SCONFITTA.
Bene, vaffanculo.
I requisiti richiesti in queste fasi della vita sono chiari, umiltà con il curriculum a sostituire la pochette, fatalismo condito da un sorriso amaro, capacità di reinventarsi per finta, per costrizione; non solo, a corredo di questo bisogna anche simulare il rinnovamento, il cambiamento, la piazza pulita, la distruzione del mostro di cemento a favore di un nuovo, piccolo spazio verde dove struggersi per il tempo che resta.
Di nuovo vaffanculo.
A me piacciono i piccoli appartamenti, non rimessi a nuovo, dove le poche finestre -se non l'unica- sembrano quasi degli scherzi, piccoli scherzi per evitare la sensazione della prigionia. Da quelle finestre giocattolo il vento, però, passa lo stesso. E qualche brivido finisce per possederti sempre.
Mi piacciono le giornate plumbee, in cui risaltano macchie di colore altrimenti trascurate, gli ombrelli dei bambini, le auto ferme, i palazzi in lontananza, le scarpe bagnate a metà, i capelli inumiditi che assumono un'altra forma e che si inventano uno di quegli odori irripetibili.
Mi piacciono anche le persone malinconiche che non rompono i coglioni. Che non discettano. Che non predicono. Che non vietano. Che non predicano. Che non ci tengono a spiegarti come sei. Che non parlano in prima persona di come preferiscono apparire. Che non dividono il mondo e gli altri in risultati e fallimenti, in vicinanze ed inutilità.

Ho evidenti problemi con la grande maggioranza di quel che vedo, che sento e che sono costretto a vivermi. Problemi di inappartenenza, che in fondo hanno un loro risvolto positivo.
Mi sfugge il senso, ma mi sfugge di brutto, di tanti legami, di tante associazioni di atti, di propositi, di idee. Mi sfugge il senso, se mai ne ha avuto, dell'atteggiamento persecutorio e misticheggiante con il quale si affronta il bisogno di felicità e di assestamento. Questo accanimento ridondante, cieco, verso tutto quello che potrebbe “migliorare le cose” mi sbatte al muro con addosso un senso di repulsione e di condanna.
Ci sono giorni che lo so, che sono uno spaventapasseri. E che in nome di questa conquista, spaventare l'aria e forse anche il vento ma intanto non morire, penso a me come ad uno spaventapasseri da incendiare nei campi, curioso dell'odore che scaturirà, di quella sensazione di scialo ed errore, peccato e ingiustizia, che accompagna buona parte dei cambi di scena.
Mi piace cambiare scena. In testa e quando vago per i belvedere della notte con la sigaretta accesa e la memoria azzerata.
Sono irrecuperabile e lo so, persevero con la smania del vento e con l'adorazione della tempesta. Non ho il senso della guarigione nel cuore, semmai del vagabondaggio.
Se mi accetto, se accetto le cose, le bugie, le costrizioni, è solo per poco.
Per pochissimo.

Mi piace il vento. Mi piace sentirlo di notte. È la conferma che i colori continuano a muoversi, a sorprenderti anche tra più linee di silenzio disunite e incoerenti.
Mi piace la furia degli elementi che arriva a sabotare l'ordine precostituito delle tappe, e mi piace da impazzire il fuoco, che riesce ad adulterare l'odore che gli altri ti hanno attribuito per non perderti di vista.


LdP, 23 febbraio 2015

Nessun commento:

Posta un commento