04/02/15

State of the Prog: intervista a Giuseppe Di Spirito



Ho conosciuto Giuseppe Di Spirito quando lavoravo in un piccolo ma storico negozio di dischi import, Demos. Ero agli inizi della mia carriera di “panda”, cominciavo a farmi le ossa in un mestiere che già si stava estinguendo. Giuseppe era uno di quei clienti gentili e taciturni che procedeva per suo conto, andando direttamente su quel che cercava, senza chiedere quasi nulla. Ebbi subito l’impressione, i venditori di dischi hanno un particolare occhio clinico, di trovarmi di fronte una persona molto competente e curiosa, nel senso più nobile, verso ogni forma di musica. Terminata la mia esperienza nell’import store, ho ritrovato Giuseppe come cliente ancora più veloce e determinato nel supermercato/grande distribuzione con smanie culturali dove ho trascorso un decennio per motivi prettamente alimentari. Anche lì, in un luogo dove ogni “stranezza” discografica sembrava un oltraggio agli dei e una perdita di tempo, nel tempio borghese e pantofolaio della lounge music da lampada abbronzante, Giuseppe riusciva a trovare pane per i suoi denti, andando a pescare –con mia incredulità- quei pochi titoli buoni che chissà come erano arrivati. Si trattava di progressive, spesso ma non sempre; conversando con Giuseppe ho scoperto una persona attenta a più aspetti della musica, dal rock classico all’hard rock, lo Zeuhl, il progressive moderno contaminato, e anche il jazz.
Del resto, io non sono un progster puro ed in Giuseppe trovavo un referente attendibilissimo; non so quante volte abbiamo parlato di Philippe Bussonnet dei Magma (e One Shot, NHX e via discorrendo)...
E così, accadeva che il commesso esperto cercava il confronto con il cliente esperto: in pratica, due amanti della musica non possono che incontrarsi in qualche luogo. Contatto Giuseppe per ottenere una voce autorevole sullo stato delle cose, prog e non solamente, come sempre.
Buona lettura.

LDP: Partiamo con una domanda di genere “sentimentale”, Peppe. Ci siamo conosciuti in un negozio di dischi… come vedi la situazione attuale? I negozi continuano a chiudere uno dopo l’altro, resistono solo piccoli posti storici, più che altro da Roma in su, ma sempre in cattive acque. Al momento a Napoli un vero negozio di dischi non c’è, almeno a mio avviso. Pensi che ormai ci tocchi comprare sui siti specifici e su piattaforme come Amazon?

GDS: Purtroppo la realtà dei fatti ci conferma che più passa il tempo più sembra conveniente orientarsi quasi esclusivamente su internet per l’acquisto di dischi e cd. Amazon, Ebay, Discogs, Bandcamp, i siti personali dei gruppi… Difficile entrare in quei pochi negozi di dischi rimasti e trovare nuovi lavori a prezzi più bassi che in rete. Da un punto di vista economico, quindi, i vantaggi sono enormi. Certo, però, è tutto molto più freddo. Si perde quel contatto che tu hai individuato nella tua introduzione. Si perde quel passare il tempo in negozio a scorrere tra i dischi disponibili alla ricerca di qualcosa che ti piace o di qualcosa che non ti aspettavi di trovare. Si va sul sicuro con l’ultima novità magari già preascoltata senza puntare ad approfondire le conoscenze di un passato che è sempre ricchissimo di gemme nascoste. E nel negozio di dischi si va ormai più per nostalgia, o per sperare di trovare qualcosa nell’usato, o, ancora, per puntare su quei cd in superofferte economiche.

LDP: Ci parli di come è iniziato il tuo amore per la musica e come lo vivi?

GDS: Mah, potrei partire dall’infanzia, attorniato dai dischi di musica classica che ascoltava mio padre e i 45 giri delle sigle dei cartoni animati che mi facevo regalare. Ma l’amore vero e proprio è arrivato in realtà piuttosto tardi, quando verso i sedici anni (era il 1990) un mio zio (che aveva vissuto la magia degli anni ’70) mi consiglio di vedere il concerto di Knebworth che davano in tv e a cui partecipavano un bel po’ di stelle del rock. Mi colpirono moltissimo Pink Floyd, Eric Clapton e Dire Straits. Cominciai a comprare dischi e cd, mi iniziai ad appassionare di quei gruppi che puntavano su composizioni lunghe, magari “strane”, piene di musica di assoli, con tante parti strumentali. Da lì al progressive rock il passo è stato breve e quando nel 1995, nel mitico negozio Demos a Napoli, scovai delle fanzine dedicate al prog, mi si aprì davanti un mondo nuovo e affascinante ed iniziai a desiderare di approfondire quanto più possibile questo filone musicale così ampio e complesso. Ancora oggi vivo questo amore cercando di scoprire i nuovi artisti, sempre tantissimi, che si affacciano nel panorama odierno e di cercare gli album del passato che magari non hanno fatto la storia come Genesis e Yes, ma che sono delle perle bellissime. Non si finisce mai di imparare… Apprezzo molto, ovviamente, anche altri generi, dal rock più classico dei ’60 e ’70 al jazz, passando per la fusion, per il folk, per il dark dei Cure, per il pop di qualità, in passato anche per il metal e tanto altro, sempre con la voglia di ampliare conoscenze e collezione di continuo.

LDP: Faccio outing e ti dico che sono partito non dai Genesis ma dai Marillion, per questioni meramente anagrafiche; e che sono finito presto nel prog metal per amore dell’hard (e in minima parte per il virtuosismo). Come vedi, tu che sei totalmente addentro alla cosa, lo sviluppo dal primo prog al neo prog e le derive metalliche della commistione? Si è mantenuto un po’ dello spirito originario, nelle formazioni miste di oggi?

GDS: Il discorso qui si fa lungo. I Marillion hanno avuto il grande pregio di aver risvegliato l’attenzione verso un genere che all’inizio degli anni ’80 era dato ormai per morto. Ma allora, come nel decennio successivo e come oggi resistevano e si affacciavano un’infinità di nuove realtà di grande valore non certo supportate dai mass media. Parli di spirito originario, ma è difficile individuare con precisione di cosa si tratta. Ancora oggi ci sono pareri contrastanti su cosa è e cosa non è il prog. Di certo mi sento di dire che con il passare degli anni il prog più classico non è stato più solo “sostanza”, ma è diventato anche “forma”. Molte band nate con una forte passione verso i colossi del passato, dai Genesis ai King Crimson, dai Pink Floyd ai Camel, hanno provato ad emulare le strutture compositive e le sonorità di questi ultimi. Insomma, se a cavallo tra i ’60 e i ’70 si cercava “semplicemente” di andare oltre le canzoncine di 3-4 minuti con ritornello orecchiabile, negli ultimi 20-30 anni molti sono partiti con uno spirito di emulazione. Il prog quindi ha un po’ perso la sua natura di musica “di rottura”, anche se non sono mancati gruppi che, con grande abilità, sono comunque riusciti a lanciarsi in proposte cariche di contaminazioni, aperte e coraggiose, mostrando una personalità che ha permesso loro di realizzare opere che non possono certo definirsi delle copie carbone dei classici del genere. Per una band come gli After Crying, tanto per fare un esempio, è impossibile attribuire somiglianze precise. Hanno rielaborato certe cose dei King Crimson a modo loro, riuscendo a creare qualcosa di non derivativo.
Per quanto riguarda il prog-metal, onore ai Dream Theater che hanno trovato una nuova via estremizzando certe soluzioni già viste in passato tra hard-rock e Rush, ma è anche vero che alla lunga il genere ha mostrato un po’ di difetti e che solo pochi esponenti riescono a mantenere una qualità elevata (senza dimenticare gli equivoci che si sono creati con quegli appassionati, spesso giovani, che credono che il prog sia rappresentato solo da muscoli e tecnicismo esasperato e pensano quindi che Petrucci sia il miglior musicista della storia, alimentando atteggiamenti da fan con scarsa apertura mentale sia verso il passato sia verso le forme più interessanti del prog attuale).

LDP: A questo proposito, posso chiederti un parere su case discografiche come InsideOut, Sensory, Magna Carta, Kscope?

GDS: Non vorrei generalizzare, ma citi case discografiche che hanno contribuito abbastanza a distogliere l’attenzione dal meglio che offre il prog. A partire dalla metà degli anni ’90 queste label hanno ottenuto grandi attenzioni e pagine pubblicitarie su fanzine e su riviste metal. Ricordo perfettamente quando prima ancora dell’uscita dell’esordio degli Spock’s Beard questi ultimi venivano pubblicizzati come il miglior gruppo del mondo. Ora non voglio dire che si tratta di case discografiche che spingono artisti di scarsa qualità, anzi, anche io apprezzo molta della musica presente nei loro cataloghi (e gli ultimi lavori di Steven Wilson sono notevolissimi). Però il fatto che gli artisti che spingono ottengano enorme visibilità ha distolto spesso l’attenzione da altre realtà ben più interessanti. Dagli anni ’90 in poi case discografiche che non hanno avuto la stessa spinta pubblicitaria di quelle che hai citato (penso alla francese Musea, alle nostre storiche Mellow, Black Widow, Lizard e AMS, alla americana Cuneiform, all’ungherese Periferic) hanno sfornato gioielli spesso di ben più alto valore.

LDP:Il basso nel prog. Chi consideri essere stati i migliori dello strumento nel genere? Credi che neoprog e derivati abbiano lasciato più spazio allo strumento? Si può dire che John Myung esista grazie a Chris Squire?

GDS: So di essere banale, ma quando si parla di basso nel prog anche a me i primi nomi che vengono in mente sono quelli di Chris Squire e Geddy Lee. Certo, da appassionato di Magma e di zeuhl, mi esaltano forse di più musicisti straordinari del calibro di Jannick Top, Bernard Paganotti e Philippe Bussonet. Stiamo parlando di uno strumento bellissimo, ma che può restare un po’ in ombra agli ascoltatori più distratti. In alcuni casi (vedi proprio quello dei citati Magma, o degli Yes) il prog ha permesso anche di mandarlo in primo piano ed ergerlo a protagonista fondamentale e ben visibile nella musica. Non vedo nel neoprog e in genere nella musica degli ultimi 20-30 anni più spazio per lo strumento, anche se le eccezioni ci sono. Penso (e anche qui magari sono banale) a un Les Claypool che nei nineties con i Primus è riuscito a dare una piccola ventata di aria nuova in tal senso.
Chris Squire resta un fuoriclasse assoluto e molto amato e penso che non si cada in errore pensando che ¾ dei bassisti odierni (non solo Myung) gli debbano tantissimo. Poi se si ha voglia (e coraggio) di ascoltare qualcosa di diverso consiglio di andare ad ascoltare cosa riesce a combinare Philippe Bussonet con i Magma e con gli One Shot. Un mostro!

LDP:Come in tutti i generi di musica, c’è un approccio integralista anche al prog, molto spesso mi sono trovato al centro di vere e proprie filippiche contro il neo prog, contro l’ultimo periodo dei Genesis o degli Yes, oppure alla cruenta crociata contro Asia e Styx… tu sei uno dall’approccio molto aperto, come pensi si possa sfuggire alle ganasce della nostalgia integralista e aprirsi?

GDS: Io ho sempre avuto un atteggiamento molto aperto, anche se sicuramente, pur passando per uno a cui piace tutto, ci sono diverse cose che non mi convincono. E’ indubbio che gli anni ’80 per i gruppi storici siano stati quasi distruttivi e, salvo qualche eccezione, la qualità si è abbassata a livelli anche abissali.
Certo che per quanto riguarda l’approccio di chi ha vissuto i vari periodi del prog i problemi che si riscontrano sono molteplici. Molti dei “nostalgici” del periodo d’oro non vanno oltre gli anni ’70, è indubbio. Per loro è impensabile che esistano album che meritano di essere ascoltati a parte i classici. Altri ancora credono che il prog odierno sia solo il prog-metal. Altri si lasciano davvero influenzare enormemente dalle pubblicità e dalla spinta promozionale di alcune label e pensano di ascoltare grandissima musica di qualità solo perché si mantengono distanti dal pop radiofonico. Altri ancora se non ascoltano strutture consolidate del rock sinfonico non sono soddisfatti. Quindi non si tratta solo di nostalgia. La realtà è che nella maggior parte degli ascoltatori manca proprio la curiosità e questa mancanza è spesso abbinata a dei pregiudizi che non facilitano l’avvicinamento a musica di grande qualità. Ne ho lette tante nelle varie frequentazioni di forum e newgroup (e anche oggi su facebook). Restano dei “classici” le risate e la scarsa voglia di ascoltare gruppi fantastici come Bubu e Kultivator solo perché hanno il nome strano. O, similmente, ancora c’è la convinzione generale che il prog debba essere in qualche modo legato ai paesi anglosassoni o al massimo all’Italia. Già alcuni hanno difficoltà ad ascoltare il cantato in francese (non riuscendo ad apprezzare gruppi fantastici come Ange e Mona Lisa), figurati se fai presente che l’Indonesia ha una bellissima e interessante tradizione e che anche negli anni recenti ha dato i natali a diversi artisti estremamente validi.

LDP: Prog metal. Vorrei il tuo punto di vista sulla situazione attuale, sugli esponenti che preferisci e sugli orizzonti del movimento.

GDS: Ho amato molto e ancora oggi riesco ad apprezzare gruppi come Dream Theater e Fates Warning. Negli anni ’90 per un po’ ho provato ad ascoltare un bel po’ di cose offerte dal genere (ricordo con estremo piacere gli italianissimi Evil Wings, da molti dimenticati), ma a dire la verità in breve tempo l’interesse è un po’ scemato. Troppi gruppi interessati più ad imitare i Dream Theater e a cercare virtuosismi che altro. Troppi che puntano strani ibridi provando ad abbinare tecnica e orecchiabilità con risultati confusionari. Troppa forma, poca sostanza. E quel po’ che ho ascoltato negli anni recenti non mi è sembrato così brillante… Sicuramente curiosa e, a tratti, molto intrigante l’evoluzione degli Opeth.

LDP: Volevo una tua opinione sui Porcupine Tree, che da un po’ di tempo a questa parte sono diventati più “diffusi”; Steven Wilson è davvero un nuovo santone del prog, un recuperatore, un elaboratore della corrente storica del prog?

GDS: Anche qui il discorso è lungo e sotto certi aspetti non mi capacito di quanto interesse e successo abbiano avuto i Porcupine Tree peggiori. Sì, perché il progetto di Wilson, nei primi anni è stato davvero interessante. Non originalissimo, certo, ma quelle atmosfere floydiane, quel sound onirico, sospeso, quelle composizioni che si ampliavano e avvolgevano, avevano un gran fascino. Tutt’oggi reputo “The sky moves sideways” un gran bel disco. Fino a “Stupid dream” vale la pena ascoltare tutto. Dal successivo “Lightbulb sun” cominciano i problemi. Un mix secondo me non riuscito tra prog, pop e metal che è continuato con le produzioni successive (con qualche buona intuizione qua e là, specie con il colpo di coda “The incident”) e che ritengo abbastanza noioso e privo di mordente. Sto anche scoprendo che i loro fan sembrano tra i più chiusi mentalmente e che se gli tocchi il loro dio sono pronti ad andare su tutte le furie e a sbatterti fuori dai gruppi facebook J
Steven Wilson sembra un personaggio curioso… Ricordo le interviste dei primi anni coi Porcupine Tree in cui appariva addirittura infastidito quando vedeva che la sua musica veniva etichettata come prog. Sono passati quasi venticinque anni da quel periodo eppure mi sembra che ultimamente il buon Wilson nel prog ci abbia sguazzato per bene. Di sicuro ha dimostrato di essere un grandissimo produttore ed il lavoro fatto con i remixaggi dei dischi dei King Crimson è encomiabile. Santone di sicuro non lo è. E’ un bravo musicista, che ha saputo “vendersi”, che ha saputo trovare varie collaborazioni con colleghi d’eccezione e dal grande nome. Ad ogni modo mi ha colpito favorevolmente la sua evoluzione da solista dopo l’accantonamento dei Porcupine Tree. “Grace for drowning” e “The raven that refused to sing”, seppur non esattamente originali, sono stati due grandi album!

LDP: Se ti dico Anglagard, Anekdoten, se ti dico, e tu sei un’autorità in materia, “prog rock scandinavo” cosa ti verrebbe da dire d’impulso?

GDS: D’impulso mi viene da dire che soprattutto gli Anglagard sono stati tra i migliori esponenti degli anni ’90 e che gli Anekdoten hanno fatto ottime cose estremizzando il sound dei King Crimson del periodo ’73-’74. Ma anche qui si potrebbe approfondire di molto. I Landberk, che uscivano nello stesso periodo di questi due gruppi e che non hanno mai avuto la stessa considerazione erano davvero inferiori? Chi conosce a memoria la produzione degli Anglagard quanto conosce i “padri” svedesi che nei primi anni ’70 (a volte persino prima) sfornavano capolavori, vedi Bo Hansson, Trettioariga Kriget, Solar Plexus, Kaipa, Samla Mammas Manna, Flasket Brinner, Kvartetten Som Sprande? E quanti hanno ascoltato per bene il monumentale “Mind vol. 2” degli Isildurs Bane, uscito nel 2001 e che io reputo il più bel disco prog post anni ’70? E, ancora, mi vien da chiedere quanti estimatori di Anglagard e Anekdoten sono affetti da esterofilia e non si sono avvicinati a band italiane che forse meritano anche di più? Se un Fabio Zuffanti fosse nato in Svezia forse avrebbe ottenuto più successo qui in Italia…

LDP: Volendo giocare con una provocazione, cosa risponderesti a chi sostiene che “il prog è nostalgia”?

GDS: L’ho già accennato prima, spesso chi pensa qualcosa del genere parte troppo prevenuto pensando che non vale la pena ascoltare nulla uscito dopo il ’77, quando va bene. In realtà, si possono trovare tante bellissime cose ancora oggi, basterebbe avere la curiosità giusta di cercare, di ascoltare con attenzione e senza pregiudizi, di non voler fare a tutti i costi paragoni improponibili per vari motivi.

LDP: Tralasciando il gioco un po’ stantio e hornbyano delle top list, a quali artisti e dischi non rinunceresti mai? A quali artisti sei più debitore?

GDS: Eh, gran bella domanda… Mi piace troppa roba per dare una risposta precisa e limitata a pochi nomi. Sicuramente sono uno di quei rari casi che nutre un enorme amore verso gruppi estremamente diversi come Genesis e Magma. Altre grandissime passioni ci sono in particolare nei confronti dei vari King Crimson, PFM, Banco, Osanna, Balletto di Bronzo, Gentle Giant, Pink Floyd, Emerson, Lake & Palmer e verso la scuola canterburiana (ah, Robert Wyatt, i National Health e gli Hatfield and the North…)  Ma non potrei mai rinunciare a Frank Zappa e a capolavori del jazz come “A love supreme”, “A kind of blue”, “Bitches brew” e “Jewels of thought”.  Né ai Led Zeppelin e agli Allman Brothers, a Jeff Beck e a Jimi Hendrix, ai Beatles e ai Cream, a Sandy Denny e a John Martyn. E poi, parlando di prog, mi fa piacere citare artisti più recenti, che ho scoperto “in diretta” e che reputo a volte all’altezza dei classici, come Finisterre, After Crying, Isildurs Bane, DFA, Taal, White Willow o, ancora, alcuni fondamentali del passato provenienti da quelli che non sono considerati paesi di “prima fascia”, come i finlandesi Haikara, i polacchi SBB, gli olandesi Supersister e i cecoslovacchi Collegium Musicum e Blue Effect. E già mi vengono in mente altri nomi... Esiste talmente tanta musica buona…

LDP: Critica e letteratura musicale oggi in Italia. Credi abbia ancora senso? Cosa pensi di questa moda di autoproclamarsi esperti e critici? Devo dire che molti blog sono davvero scritti male, e che alcuni recensori sembrerebbero più adatti ai mosconi mondani… c’è il rischio concreto secondo te di scriversi addosso o di non essere letti con attenzione?

GDS: Altro discorso davvero complesso e da guardare da diversi punti di vista. Oggi si vuole e si può fare tutto e subito. Negli anni ’90, sulle fanzine, leggevi recensioni di dischi anche importanti usciti magari mesi (se non anni) prima. Oggi si arriva all’assurdo che leggi recensioni prima ancora che il disco esca. In questa situazione, per un disco che magari può essere considerato atteso e importante, che attendibilità ha una recensione immediata? Dischi di spessore dovrebbero essere ascoltati più e più volte per essere assimilati al meglio e per poter scrivere qualcosa al riguardo con una certa attendibilità.
Ancora, oggi chiunque può improvvisarsi critico musicale scaricando musica di ogni tipo e periodo, aprendo un blog o un sito e andando alla ricerca di materiale promozionale gratuito. Quanti di questi sono veramente “leali” al punto da stroncare un cd ricevuto in omaggio che merita la stroncatura? Quanti non si lasciano influenzare dalle pubblicità altisonanti delle case discografiche più potenti (potenza rapportata sempre al piccolo mondo del prog)?
Per di più, grazie agli sviluppi tecnologici, vengono pubblicati una marea di dischi con frequenza impressionante e le autoproduzioni sono numerosissime; diventa così difficile districarsi tra tante nuove uscite e si arriva al paradosso che davvero sembra ci siano più musicisti che ascoltatori. Allora a chi interessa di più una recensione? Al musicista o all’appassionato?
C’è ancora da dire che si leggono spesso articoli di molti critici che pensano più a mettersi in mostra scrivendo con paroloni e frasi ampollose, mostrando di saper scrivere in un italiano forbito, ma che poi non descrivono per bene il disco e alla fine viene da chiedersi “sì, ma se acquisto questo disco che cosa ascolterò?”.
Ma forse il problema più grave, insieme a delle situazioni fin troppo spesso amatoriali, è che chi scrive di prog non conosce a sufficienza la materia. Molti pensano che non bisogna conoscere per bene il prog per poter scrivere con credibilità, ma io non la vedo così. Avere una visione che sia più chiara possibile di quello che è stato il prog dalla seconda metà degli anni ’60 ad oggi aiuterebbe a capire meglio l’ampiezza del genere, la complessità della materia, permetterebbe di fare confronti, di capire l’importanza di scene nazionali diverse da quelle inglesi e italiane (oggi sembra quasi che si sia dimenticato quanto siano fondamentali i corrieri cosmici tedeschi!). Permetterebbe di evitare figuracce come quella di chi, recensendo “The rock” degli SBB pochi anni fa, parlò di terzo disco del gruppo, ignorando completamente una produzione sterminata che parte con un album datato 1974 e le collaborazioni precedenti con un altro grandissimo come Czeslaw Niemen.
Critica e letteratura hanno ancora senso, ma anche in questo caso, come nella musica, tutto sta a sapersi districare tra chi merita attenzione e chi no…

LDP: Quali i tuoi progetti per il futuro, musicali e non? Dove possiamo leggerti? C’è la possibilità che tu esca con un libro tutto tuo?

GDS: Un libro tutto mio mi piacerebbe molto, anche perché delle piccole idee che mi frullano nella testa ne ho già da un po’. I problemi sono due: uno è che non ho molto tempo a disposizione per dedicarmi a qualcosa del genere e l’altro è che non credo che ci siano editori (e lettori) che potrebbero essere interessati.
Per il resto continuo con le mie attività e le mie passioni e continuo a scrivere soprattutto per i siti internet Arlequins (www.arlequins.it) e Rotters’ Club (www.rottersclub.net) .

 Giuseppe Di Spirito è nato a Napoli il 14/10/1973 e risiede a Capaccio (SA) dal 1999. È un eclettico e vorace appassionato di musica, toccando tutti i generi, ma con una particolare predilezione verso il progressive rock in tutte le sue forme e manifestazioni dalle origini ai giorni nostri.
Collabora con i siti internet Rotters' Club (di cui è anche fondatore) e Arlequins e con la webzine Rotters' Magazine, legata proprio al sito Rotters’ Club.
È uno degli autori di Prog 40, libro a più mani licenziato da Edizioni Applausi, con la prefazione di Aldo Tagliapietra delle Orme.
Ha partecipato alla breve avventura della fanzine Trespass, fa parte del progetto Gnosis e ha collaborato con varie riviste come Metal Shock e Colossus. Ha collaborato anche con il giornale locale Unico.







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