15/02/15

"Sei un ottimo intellettualoide"


Ci sono persone che nel tentativo di farti un complimento finiscono per insultarti.
Una volta uno con una faccia da patata mi disse: “Sì, del resto sei un ottimo intellettualoide tu, leggi molto e scrivi pure”
Io non dissi niente, mi scappò un sorriso. Probabile che nel suo assunto ci fosse anche una punta di velenosa insofferenza verso la mia persona, ma non volli coglierla.
Da piccolo e anche da ragazzino mi dicevano che la scrittura e la musica erano cose da sognatori, che la vita vera è altra cosa. Me lo dicevano, ma già in quei momenti la scrittura era il sangue e la musica era il movimento, il tentativo, l'utopia stessa della respirazione. E delle emozioni.
Consideravo, già allora, l'anima come una specie di ombra che si liberava di me, del mio corpo, ogni tanto, andando a contorcersi nel cielo -spesso nero- come un temporale, come un assedio di lampi, come un volo talmente vicino alla fine da regalare dosi o percentuali di ebbrezza necessarie.
Ma si sa, queste sono sensazioni da puro intellettualoide, una categoria mentale, una facilità descrittiva che si situa a metà tra l'insulto e la catalogazione neutra con spolverata di simpatia gratuita.
La persona che generosamente mi definì “un ottimo intellettualoide” si disperdeva, invece, in pompose osservazioni sull'arte tutta, sull'arte come pura espressione della verità. Un concetto maccheronico e caotico che non riuscivo a fare mio. “Pura” e “verità” sono parole che conosco poco, e se sono stati d'animo cerco di disfarmene velocemente. Mi atterrano, interrompono i voli, mi sporcano di marmellata dal sapore stucchevole.
Forse è arte anche pescare di notte, fare sesso senza perdersi in promesse, forse è arte morire, sicuramente è arte trasformare l'agonia in smania di esistenza. Sicuramente è arte la musica, e per accorgersene basta fermarsi un attimo e rendersi conto che ti veste e ti spoglia, la musica; ti toglie il sonno, ti sfiora, ti stupra, ti regala l'onda ma non ti garantisce il ritorno a casa. Niente garantisce il ritorno a casa. Forse il ritorno a casa non esiste.
Ma tutto questo arrampicarsi, cercare di capire, forse poteva essere evitato svolgendo una professione sicura, ostentando valori da non manomettere e mettere in discussione, forse tutto questo poteva essere evitato con un mazzo di fiori e con un atteggiamento diligente, senza sbavature.

Oggi è una domenica di febbraio. Fin qui, lo dice il calendario.
Impazzano stralci di canzone ad opera dei tre giovani liricisti che hanno vinto Sanremo. Ogni volta che sento quelle voci stentoree, solenni da salotto, mi viene voglia di andare sul balcone e fumare guardando lontano. Canzoni, queste sì, per non sentirsi mai a casa. Canzoni che ti rifiutano e che tu rifiuti, in modo naturale. Non tutta la musica è amore, passione, arte. Non tutti i buoni sentimenti possono essere presi dal mazzo e usati per vincere qualcosa, mano dopo mano. Non tutti i libri ti crescono dentro, ti mettono al muro, ti tagliano ali e faccia con le loro pagine, e con la loro meravigliosa impotenza.
Dopo aver letto “Respirazione artificiale” di Ricardo Piglia ho dovuto rifiatare per un mese e non sono stato più lo stesso uomo. Non tutti i libri mi hanno fatto quest'effetto, anzi. Alcuni libri mi hanno invece incarognito, mi hanno convinto che lo scontro è inevitabile, che lo schianto è parte stessa del progetto di vita e che le sensazioni -anche le più gratificanti- hanno sempre un retrogusto doloroso, quasi immobilizzante.
Non dovrei perdere tutto questo tempo con simili riflessioni da “ottimo intellettualoide”.
Non dovrei, inoltre, avere tutta quest'ansia nei confronti del tempo che passa e mi cambia, che mi presenta un conto salato ma anche interessante: le porte chiuse del passato sono scomparse, insieme ai palazzi che le custodivano. Qualcuno ha raso tutto al suolo al posto mio, mi ha dimezzato il lavoro. Non tornerei indietro. Non ho rimpianti. Continuo a pensare che le seconde possibilità siano un'offesa alla varietà della vita, e che incentivarle significhi spesso ridicolizzare il futuro.
Faccia di patata ora mi direbbe che sono un “ottimo futurista”, e chissà, potrebbe avere ragione.

È da un po' che non sento Faccia Di Patata, non so nemmeno se è aggiornato rispetto a quello che appare la mia vita. Mi auguro di no, primariamente perché non sono fatti suoi; in secondo luogo, se ne uscirebbe con qualche altra definizione difficile da digerire.
Mi ricordo che Faccia Di Patata mi diceva che io amo il jazz; me lo diceva lui, non ero io a rivelarglielo. Non credo di avergli mai detto che per me il jazz è solo una delle tante scelte.
Mi disse anche che io amavo le “sonorità scarne”, che non so bene cosa significhi; non gli chiesi spiegazioni, ne presi atto. Lui sapeva che sonorità mi attraevano. Beato lui.
Per un certo periodo, ho anche pensato di dovergli sottoporre altri elementi della mia esistenza, amici, compagna, pullover, scarpe, vettovaglie. Lui mostrava di conoscermi meglio di me stesso, di chi mi ha cresciuto e di chi mi ha visto crescere, dalla prima peluria adolescenziale a divorzi e funerali.
Mi dico che se Faccia Di Patata mi ha definito un “ottimo intellettualoide”, io devo crederci, cazzo. Ci devo credere di brutto. E la cosa mi deve anche andare bene, perché lui è uno che sa e io invece continuo a rodermi nei dubbi.

Voglio dare fiducia a Faccia Di Patata.
Nessuna fiducia per quelli che invece chiedono sempre le stesse cose. Per quelli che si “aspettano che tu”.
Tu non aspettare, smamma.
Non farti calcoli, non fare ipotesi, dico sempre, che l'anima ogni tanto si libera di me e diventa un disegno di acqua e lampi, un'onda anomala, un'eruzione che sarà bella da vedere finché non mi ucciderà definitivamente.
Ma sì, sarà bella da vedere anche quando mi sarà fatale. Sarà comunque movimento e non rassegnazione. Sarà qualcosa che è più di me. Ed è questo che sento di amare.
Questo amo: rompere il recinto e non essere riportato a casa.
Questo voglio: non riconoscere come casa quello che mi indicano e quello che mi consigliano, o quello che sembrerebbe giusto.
Compiendomi, mi sarò fatale. Come deve essere. Come una melodia che non saprò controllare, andrò troppo sotto l'onda e diventerò una bella canzone che non potrò mai ascoltare in compagnia.

C'è poco da dire, sono proprio un ottimo intellettualoide. Grazie, Faccia Di Patata.

LdP, 15 febbraio 2015




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