25/02/15

Partire di notte


Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò.
Cesare Pavese

Il rivenditore dei folletto o degli aspiratutto è decisamente uno stronzo ottuso. Prima citofona, lo mando alle risaie. Poi sale trafelato le scale e ripete la pappardella dietro la porta inesorabilmente chiusa. Mi tratta come una svampita beghina, gli suggerisco di far partire il folletto per il suo buco di culo.
Non compro folletti, scope e panni miracolosi del cazzo. Non li compro.
Non compro amicizia al buio. Al buio non ho mai comprato neanche l'amore.
Non amo neanche le trattative. Tutto subito oppure no. Oppure memoria sabotata.
Il venditore scende meno velocemente di come è salito, richiude il portoncino. Si sente un cane abbaiare. Qualcuno continua con il suo fai da te noioso. Non si decide a diluviare, non si decide a fare tempesta per me, per noi, per tutti.

Se scende in politica, se scende nel merdaio, credo voterò Landini. Ci penso e poi mi passa di mente. Cerco di scrivere ma c'è quello che vive sotto che litiga con la sua amante mancata al telefono, rischiando l'infarto. La consapevolezza è che ci sono delle conversazioni rischiose lasciate in sospeso, evitate, scongiurate. Se parlassi, se parlassi per davvero, molte cose scomparirebbero dalla vista. Più persone che cose. Più ricordi che possibilità. Se parlassi come vorrei, non sarei l'uomo che sono.
Se fossi un musicista, penso che abbraccerei il mio strumento, quale fosse la sua forma, se corpo di donna o cannocchiale, e aspetterei di addormentarmi. Senza chiedere una sola stilla di acqua nuova al cielo immobile, abbracciato allo strumento, declinato, solo e attento alle differenti posizioni della luce lunare.

Mi bruciano le labbra. Ma non ho baciato. Tanto meno pregato. Ho preso solo un po' di pioggia, stamattina. Non ricordo altro.
Quella coppia che era con me dal medico in sala d'attesa, li ho immaginati fare sesso e mi è sembrato di creare un fumetto con dei vermi che si accoppiavano, bavosi, striscianti, patetici, senza urgenza di morire, di bruciarsi. Non riesco a pensare all'amore senza la smania controversa della fine e del tempo che si consuma.
Riuscire ad amare, mi dico da anni, significa accettare che non hai molto tempo, che costruire solide apparenze non significa riuscire, riuscire ad amare comporta che lo devi sapere, di non essere nessuno.
Di non essere il cazzo di nessuno, solo un tizio. Un tizio. Un tizio senza cappello, figlio di una pioggia breve, di una lettera tornata indietro, di un angelo qualsiasi in retromarcia.
Come sono ampollosi quelli che parlano di felicità, agognata o goduta. Quanto mi stanno sul cazzo e quanto sono tediose le loro confessioni.

Scrivendo questa roba, forse mi esercito a fare schifo sul serio. Penso: uno che cerca di essere uomo altri non è che uno scherzo in vena di fare sul serio. Mi piace pensare questo e non angosciarmi con la statura dell'anima e altre usanze del buon pensiero, della feconda riflessione.
La coppia del medico. Mi facevano vomitare. Tutti quei baci a fior di labbra e quell'entusiasmo malato, finto religioso, quell'euforia già stanca, quella fusione senza lotta, senza spigoli, senza ferite, senza un domani che possa prevedere demoni e non solo paradisi dalle porte cigolanti.

Ogni complimento che arriva, contiene mezza offesa.
La gente non sa fare i complimenti. Del resto, ottenerli è un fatto piuttosto viscido.
Ogni complimento sembra contenere un tacito rimprovero per la parte non riempita della persona, ogni attestato di stima e simpatia sembra nascondere una riserva che finisce nel pozzetto della carità e della delicatezza, due notorie puttane.
Ci sono state persone in famiglia, mio padre, mio nonno, che purtroppo sembravano sensibili ai complimenti. Questo, in certe occasioni, ha offuscato la loro capacità di giudizio.
A molti i complimenti piacciono troppo. A molti uomini piace sentirsi dire che il loro cazzo è bello, che lo sanno usare, che hanno toccato i punti giusti, che sanno far godere sul serio, altro che chi li ha preceduti. A molti piace sentirsi dire che scrivono o parlano bene, forbitamente, che sono bravi nel loro lavoro, al quale sono attaccati come ostriche o peggio come malattie veneree. Uomini clamidia. Uomini candida, con l'anima a pois a sostituire l'uccello, che invece cercano di tenere pulito per le loro amabili prede. Loro, i maschilisti gentili, i pezzi di merda che ti portano nel locale e ti aprono lo sportello, loro, arretrati e medievali seduttori, figli di mammà, figli del ragù, fratellini del mediometraggio del cazzo in funzione e niente più. Neanche in preda ai dubbi per piacere a Dio o chi per lui.

Amami, amami per quello che sono”
È una frase che viene rivolta ad un'altra persona, ma la si pronuncia guardandosi allo specchio.
Amami per quello che so di essere, ti chiedono.
Cerca di amarmi dicendomi quello che mi è mancato negli anni, nei giorni difficili, in delusioni in fondo mai invecchiate. Dimostrami che sai guardarmi come vorrei, come ho sempre desiderato, come mi è stato negato da chi volevo prima di te. L'amore è sempre questione di conseguenze, il più delle volte è convalescenza spacciata per religione.
In certe occasioni mi sono sentito amato solo perché sembrava chiaro che fossi stato perdonato per gli errori o per quello che avevo mancato. Sembrava amore, erano invece momenti di tregua e niente più.

Il medico mi fa degli strani discorsi sulla vecchiaia. Ho voglia di fumare. Mi dice che il ciclone “Hooligan” sta facendo ammalare molte persone, alcune delle quali a rischio, come anziani e bambini. Ho voglia di fumare. La coppia mi ha dato la nausea e ho voglia di fumare. Mentre il medico parla, penso che è bello partire di notte, partire con la nave. Quando l'ho fatto, è stato bello ed è stato nuovo. Bijoutterie.

È una vita che non faccio altro che partire, e tornare dopo un tempo non calcolato con dei pezzi in meno. Con nuove armature giocattolo ed una cartolina falsa da girare ai chiacchieroni.
Mi piace partire di notte. Sento il senso del cambiamento, la scena che scompare senza troppi tecnici ad imbastire la nuova. Mi piace partire di notte e sentirmi più giovane quando non riesco a capire la direzione del vento. Mi piace non dare per scontato che sono intelligente e sensibile. Sono stato un cretino tutte le volte che i momenti somigliavano a degli esami.
Partire di notte sarebbe l'atto più ribelle e meraviglioso della vita, se non comportasse la crudeltà di lasciare quel che si è fatto, i sorrisi, i movimenti spontanei, persino le nostalgie. Partire di notte, quanto ci fantasticavo da piccolo. Da piccolo sognavo di cancellarmi il nome e diventare un uomo-ombra. In parte ci sono riuscito. La cosa si paga cara, perché gli equivoci diventano più frequenti dei pasti. E poi, l'ombra è spesso un'amante disordinata, un'assassina. Ti scompone, si insinua, ti bacia, è incesto, è vergogna che si fa coraggio e viceversa, sei tu che non ti riconosci, forse sei tu che piangi la velocità dei tuoi desideri e finisci per disprezzarti.
Partire mi è necessario, davvero necessario, per fugare le certezze, per non sentirmi parte precisa ed utile di un disegno che non ho mai accettato per intero.
Partire di notte, credendo che un suono possa bastare a lungo, credendo che la semplicità serva a tenere nelle retrovie il male possibile delle proprie esigenze, credendo che una promessa, una sola promessa a voce bassa possa debellare tutta la crudeltà provata quando si è deciso di non guardare per davvero il piccolo sentiero della pace impossibile.

LdP, 25 febbraio

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