21/02/15

Musica e fiamme


Il caffè il sabato mattina.

Cornetti alla marmellata, la permanente, le sigarette sottili, il passeggio, il bancomat che ci impiega due ore per concederti un cinquantino, i buoni rapporti che devono restare buoni rapporti.

“I buoni rapporti”: sembra il titolo di uno di quei pessimi libri che dovrebbero essere letti tra fiocchi d'avena e depilazione genitale pre-scopata.

Il sabato si scopa, ma poi si dimentica. Il sabato godi come gli altri giorni, ma ci devi mettere qualcosa vicino. Che so, una bella serata tra amici. Una soddisfazione personale. Una foto carina accanto ad un piatto greco. Non basta godere. Godere passa. Devi vivere, e il godere ce lo devi infilare di lato, è una parentesi. Oggi anche le funzioni del cazzo le devi virgolettare.

Poi ti devi far riconoscere. E bene.

Devi sorridere.

Devi convincere.

E se pure ti capita di ammaliare, di interessare, non devi apparire pericoloso. O controverso. Devi essere leggibile. Presentare risultati, prima della tua aria, del tuo odore, dei tuoi gesti e dei tuoi sensi.

Devi saperti rappresentare.

Come un bambino che a comando riesce a disegnarsi per aiutare l'adulto di turno a farsi un'idea della personalità, delle propensioni, dei pensieri segreti.

Devi giocare bene. Anche sporco. Ma la scena dietro dev'essere pulita.

Dietro il fuoco, il benessere.

Dietro i sentimenti, la strada.

Dietro la violenza del sesso, la bellezza del viaggio. Altrimenti vaffanculo.



I miei passi in questa mattina seguono il battito denso della musica di Mark Kozelek e dei suoi Red House Painters. Sembrano un mezzo sogno e non mi è chiaro il percorso, la fine della strada. Sembra che io debba concedere qualcosa alle incognite, qualcosa di sostanziale: lo sguardo. Il pensiero del futuro è un cavallo selvaggio da domare, ma può darsi che il recinto sia un'invenzione momentanea.



Da un'auto fuoriesce la voce di Mario Biondi, c'è dentro una specie di amazzone che fuma e batte una mano sul volante mentre aspetta che il semaforo diventi verde. Inconsapevolmente, mi metto a cavalcioni del contrabbasso che sostiene il pezzo, ma di certo non ho niente in comune con questa donna e con la strada che percorrerà.

“L'unica linea è questo feeling / mi ammazzerà lo so”, canta il Mario nazionale, il pezzo ha una sua seduttività, riesce a schizzare brandelli di vita decente, mette in cantiere persino qualche emozione sincera.



Passa un tizio in Vespa che urla “Diego, Diegoooo”, come se Maradona non avesse mai abbandonato Napoli. C'è della frutta per terra, una sorta di natura morta squallida e insignificante, e nell'aria c'è una strana sensazione, come se innamorarsi fosse solo una connotazione dell'arte, una conseguenza di suggestioni ad incastro dalla durata evanescente.

Mi sono sbarbato perché mi sentivo disordinato dentro. Con la faccia pulita non ho ottenuto un cazzo. Sono un illuso ed un illusionista.



Ci sono troppe figure geometriche da considerare, in giro, e troppa musica. Troppi quadri. Troppi libri. Troppe strade. Troppe automobili ed un'infinità di comparse svogliate e mal pagate.

Di notte ti giri dalla parte sinistra e sogni troppo, dalla parte destra non ti addormenti e razionalizzi come uno stupido. Sdraiato sulla schiena non respiri e sulla pancia ti senti troppo bambino e troppo fragile. Alla fine non sai selezionare il sogno utile e ti lasci cullare dalla casualità di ricordi che si trasformano in depliant onirici già intaccati dalle fiamme.



E così, stamattina, mentre cammino e non scelgo davvero la musica, mentre mi dico che sono solo un uomo sotto l'aria che è diventata un tetto nuvoloso con angeli stilizzati e capricciosi, il respiro è di per sé una contraddizione e il fuoco lo sento nei polsi, tra le dita, proprio nel baricentro del corpo.

E non si capisce se è dolore o movimento, se è musica bene invecchiata o beffa, e se il nome che custodisco nel portafoglio ha un senso oppure è un'eredità involontaria da far diventare presto pioggia di coriandoli.

Quel che sia, inizio a fischiettare Mario Biondi e scompaio. Come piace a me.

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