07/02/15

L'ultima madre


C'è qualcosa, nella ricerca del consenso, che mi disturba profondamente. La ricerca del consenso altrui e naturalmente, di riflesso, anche la mia.
Gli individui in cerca di consenso sembrano somigliarsi tutti, come dei radioamatori pazzi, tutti ad inondare l'etere di stimolazioni, confronti ad un solo canale ma ufficialmente aperti, tutti apparentemente pronti a scommettere su se stessi.
E spesso in cerca di riscatto.
Che è una delle cose più schifose della vita, riscattarsi.
Ma da cosa? E soprattutto, per chi? In nome di cosa?
La ricerca di consenso mi ha sempre infastidito, ed io proprio non so fingere; di fronte a quella che io valuto come una cosa noiosa ed anche triste, mi allontano.
Ma, in effetti, è una ricerca molto umana. Così umana che se ne può fare volentieri a meno.
La vita gioca a fisarmonica con i nostri sentimenti, gli amori, le amicizie, gli ambienti, persino i viaggi. Spesso, allontana inesorabilmente. Quella che sembrava magia si rivela una lunga distesa di sale essiccato e di miraggi finiti a cosce aperte. La comprensione ostentata appare per ciò che è ai livelli più profondi, malcelata tolleranza di facciata. La legge che io chiamo del culo caldo fa sì che ci si intestardisca a farci piacere chi ci soffia aria fresca in faccia, chi ci regala ristoro, pausa, ascolto, condivisione.
Condivisione: una parola che è la peggior troia in giro. Tutto è condivisione, tutto è intersezione, abbraccio, afflato.
La condivisione non vale una sveltina sbagliata. La condivisione è un equivoco. Magari una masturbazione. È una fede moderna con le mutande abbassate e un dildo/pulpito dove venerare fior di strategie, fior di strategie fallimentari.
C'è gente che prima ancora di esprimersi, pensa a condividere; aiutata in questa missione sghemba da tomi di psicologia, esperienze issate a lezioni di permanenza, e certamente una volontà di ferro: quella di non farsi dimenticare.
La gente è terrorizzata dall'essere dimenticata.

A me invece piace abbastanza. La notte diventa più buia e le azioni hanno sempre meno terminali cui rispondere.
Passano gli anni. I vecchi amici sembrano scheletri. Mancano i vermi, ma la scena che appare è quella della morte. Non c'è più nulla da dirsi. Forse non c'è mai stato. Equivoci. Occasioni. Come le scopate.
Non ho mai avuto l'hobby di costruire cuori attorno a fazzolettini sporchi di sperma: quando mi è capitato, ho dovuto mangiare sabbia e fare foto al deserto per convincermi che mi ero sbagliato.
C'è amarezza nelle tue parole”, mi diceva qualche tempo fa uno stronzo che non frequento più, un'assoluta testa di cazzo come me.
Ma che amarezza, non sono un budino. Semplicemente, non mi piace girarci intorno. Ci si perde, punto. Bisogna accettarlo. E, in fondo, tante emozioni della vita, belle, brutte, letali, estetizzate, sono solo occasioni. È il caso, nemmeno il destino. Il caso. A cazzo, il caso. C'è chi ci gira dei film. Tutti hanno delle sliding doors nel cesso del proprio cuore, ma è meglio tirare la catena e armarsi per l'ultimo scontro. Non si sa con chi. Ma è affascinante, non sapere chi sarà il prossimo nemico e quanta voglia avrà di ucciderti, di annichilirti, o magari solo di farti sentire ridicolmente umano.

La ragazza che anni ed anni fa scriveva tutte le sere per me era solo una stronza fantasiosa. Io quasi glielo dicevo. Scriveva a se stessa, non a me. La nostra distanza le sembrava interessante, da film, da libro o da qualcosa che avesse minimamente a che fare con l'arte dei sentimenti. L'arte dei sentimenti: una definizione vuota.
I sentimenti sono una distesa di rovi con brandelli di sole finiti nei recessi più cupi, con spine che fioriscono e diventano ossessioni, insonnia, sesso disperato ma sempre troppo scenico, parole di amanti a voce bassa, per non far sentire a dio, che altrimenti finisce per crederci.

Quando arriva il vento sono contento. Sembra un grande detersivo che lotta contro la resistenza fiacca ed inerziale degli abbandoni. Il vento è un divaricatore efficace, ed il miglior modo per un uomo di sbriciolare il proprio nome sulla riva del mare.
Del mio nome non me n'è mai sbattuto un cazzo. Non mi piace leggerlo nelle mail, nei tag, sulla cassetta postale, sulla lingua sporca dei pettegoli e dei mezzi impotenti ai quali sono stato indigesto per motivi insondabili.
Sono riuscito a tenere fuori il mio nome da liste di gradimento, di entrata e di permanenza, da felicitazioni floreali e da quella funesta malattia venerea che si chiama presenzialismo sociale. Sono riuscito a tenerlo fuori anche da manifestazioni ideologiche, ho quasi sempre votato realtà minuscole, inconsistenti, di velleitari nostalgici del mai accaduto; tranne una sbandatella moderata due anni fa -come scoparsi una ragazzina quando si raggiungono i sessanta, niente di realmente compromettente- fingo occasionalmente di essere alla ricerca di un alveolo abbastanza anarchico e socialista da contenere un pezzetto del mio cervello e della mia anima.
Ma, in certe fasi della vita, niente è abbastanza anarchico per andarmi davvero a genio.
Fuggo presto. E non ci tengo ad essere ricordato. Non qui, e non con lacrimucce che sembrano sperma di roditore con un tocco di trucco.

C'è amarezza nelle tue parole”.
Sorrisi, quel giorno. I miei sorrisi cerniera. Pensai che quel tizio, quel figlio di puttana un tempo simpatico, l'amarezza ce l'aveva tra le cosce o a casa, nel suo inferno di fettuccine domenicali e chiavate sotto un crocifisso impolverato e soprattutto criminalmente ignorato. O si crede oppure no. Si deve andare fino in fondo, in ambo i casi. E questo vale anche per l'amore, la ribellione, la rabbia, anche il tormento. Fino in fondo, senza esitazioni. Anche quando il fondo è una lunga distesa bianca con miraggi e carogne che si fondono nel panorama fermo, nella prigione geografica che ognuno di noi cerca di eludere: con un'amante, giocando forte, convertendosi o correndo verso uno schianto che non avverte mai in tempo.

La sera è dolce. Stranamente dolce.
Qualcosa manca sempre. Il fascino è quello. I conti tornano solo quando si è più svagati. Affascinante anche questo. La notte è una lunga linea che trema, che sembra implorare l'eternità dell'amore, un desiderio impossibile, una necessità che si fa tormento e che poi si chiude con un breve sonno/lavanda gastrica.
La lucidità delle tre del mattino, testa sul vetro, docilmente, sigaretta accesa, foto non scattata, scuse non formulate, nome non recitato.
Un silenzio che stupra e torna subito dopo madre. L'ultima madre.


LdP, 7 febbraio 2015

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