05/02/15

Loving the alien


Se vi prendete il godimento, esso è un vostro diritto; ma se lo agognate soltanto, senza prendervelo, esso resterà quel che era prima: un "diritto meritatamente acquisito" di chi ha il provilegio di godere. Resterà un suo diritto, così come diventerebbe vostro se ve lo prendeste.
Max Stirner

“Loving the alien”, David Bowie.
Sotto la pioggia. Gran pezzo. Cazzo, grande pezzo.
Quando uscì ero ragazzino. Era un periodo che mi usciva sempre il sangue dal naso. Fingevo di essere incazzato con la vita. Facevo scena con me stesso. Ero un innocuo ragazzino imbrattato di sogni. Contavo ogni notte i miei passi dalla luna. Ci credevo. Un innocuo, ridicolo ragazzino.
L'amore era roba da libri. L'amore mi sembrava un meraviglioso gigante sospeso tra luci ed ombre. Ci credevo. Macinavo emozioni senza distinguere. Mangiavo tutto, bulimia, vomito, appetito perenne, ancestrale, ma in controluce già intravedevo le ferite originarie.
Cantavo appresso a David Bowie. Ragazzino innocuo del cazzo. Pregavo a casaccio per implorare emozioni sempre più calde, distruttive, volevo superare la linea di confine. Volevo sniffarla, la linea di confine.
Innocuo ragazzino con più sogni che acne, con più lame che fiori.

Questo posto comincia ad innervosirmi. Perché iniziano a riconoscermi tutti e a me proprio non va. Non ho bisogno di quel calore tiepido. Mi disorienta, mi confonde, è come se qualcuno si facesse delle passeggiate nelle mie stanze con gli stivali sporchi di fango.
Non voglio essere riconosciuto. Voglio essere come un temporale. Passare. Scatenare gli elementi e finire. Voglio essere come “Rinsed” degli Oceansize e questi invece mi salutano. Sono cordiali. Io più di loro. Ma è impossibile contenere gli impulsi disordinati che sovrastano il mio sottosuolo.
La familiarità ha in sé qualcosa di insostenibile e assurdo. Dovrò farmene una ragione.
La familiarità è un falso storico. Un equivoco. Una deriva a luci spente. Si festeggia per contratto. Non ci si uccide a vicenda per decenza. La bontà non c'entra niente, la comprensione meno ancora.

Per strada, mi accorgo che c'è una persona dietro una finestra che mi guarda. Non riesco a distinguere se si tratti di un uomo o una donna. Che importa. Non ti conosco. E poi, non capirò mai cosa vede realmente. Quel che sono per strada, tra la gente, non è come mi vedo io allo specchio. E quindi non posso capire e non ci voglio perdere tempo. Ti piaccio? Non è affar mio, alla fine. Mi trovi disgustoso? Guarda altrove.
Ripenso a mio padre. Dicono che gli somiglio. È vero. Ma io ho più paura di quanta ne abbia avuta lui, di imbruttirmi, avvizzirmi ed invecchiare. Ho una schifosa sindrome di Dorian Gray. Un'aria troppo imbolsita mi farebbe pensare alla morte più spesso. Aspiro a bruciarmi facile in un'ignorante convinzione di fatalismo immortale: non chiedo altro.
Mi viene da fischiettare un pezzo di Piero Piccioni, la colonna sonora di “Io so che tu sai che io so”, incredibile groove di basso iniziale e poi tanta melodia, quella che piaceva a quel romanticone di mio padre. Mi ha insegnato ad ascoltare la musica. Gli sarò sempre grato per questo. Ora gli somiglio, me lo dicono tutti, ma la trovo una cosa normale e, detta con quei toni elegiaci, anche un po' macabra.
Per quel che so e ricordo, lui non amava darsi il tormento gratuitamente, per questo è invecchiato meglio di quanto non farò io. Io desidero le rughe. Molte rughe. Rughe d'espressione e di resistenza. Resistenza attiva e scriteriata. Nessun souvenir garbato dalla mia maturità. Piuttosto, rughe. L'educato rispetto dei ruoli è pappina per vecchi, lo eviterò.

Piove. Guardo la pioggia scendere sui vetri. Sto finendo i miei quarantadue anni. Nessuna ricettina per i posteri. I posteri sono indigesti come dichiarazioni d'amore fuori tempo massimo. So cosa dovrei fare ora. Mettere su “Si tu no vuelves” di Miguel Bosé e spararmi un Nescafé guardando l'orizzonte e godendomi la pioggia. Non è escluso che io lo faccia. Un po' di romanticismo posso esporlo anch'io, senza tracimare nel grottesco.

Mi incarognisce tutto questo bisogno di martiri, eroi e capri espiatori. Mi inasprisce il buon senso. La moderazione ostentata ha sempre un cattivo odore, di stanze chiuse e di merda. E poi tutta questa nostalgia, è un'overdose, scava fosse comuni, incanutisce prima del tempo, è una massa tumorale che mangia ricordi e si attacca alla superstizione, rendendo gli uomini come trottole su un tombino.
C'è fede e superstizione ovunque. Devi stare attento a come e dove cammini, per non restare invischiato in salvifiche prescrizioni e rituali portafortuna. E devi stare attento a non offendere le speranze della gente, peccato che altrimenti non ti verrà perdonato.
Non devi deludere.
Non devi tradire.
Forse non devi desiderare.
Forse non devi guardare.
Se alzi la testa vai incontro alla lama, contentati di quel che vedi fissando il pavimento. C'è chi non ha nemmeno il pavimento, ti apostrofano. Andate allora a fare l'amore con i vostri genitali messi a dura prova dalla coerenza e con quel briciolo di coraggio spampanato che vi è rimasto nel serbatoio.
Continuate a nascondere soldi sotto il materasso e intanto giocate alla civiltà in pubblico.
Continuate a giudicare dall'alto delle vostre ristrettezze, senza neanche accorgervi di quella sanguisuga, la paura, che ha costruito una casa al mare dentro di voi.
La vecchiaia è saggezza. Col cazzo.
L'amore è puro. Non più di una provetta di piscio, l'importante è sorridere.
Si possono amare tre persone insieme? Non so, masturbati di più. Passa prima.
“Sono innamorata di te”. No, te lo sei suggerito da sola. Non vale. Test fallito.
“Mi sembra di conoscere il mio partner da sempre”. È una frase da provinciali. Si scrive nei quaderni delle scuole medie, dopo è altamente confutabile.
“Il male esiste, e per questo non bisogna cedere alle tentazioni che ci offre”
Suggestivo. Ma privo di qualsiasi senso. Il male è solo una diversa angolazione, a conti fatti.
C'è un'enorme differenza tra non credere più alle promesse e alle dichiarazioni spontanee ed essere catastrofici, nichilisti, paranoici. Una differenza abissale.
Abbiamo il diritto di non credere. Un diritto inalienabile.
Abbiamo il diritto di rifiutare le autocertificazioni di spontaneità. Meglio farsi una scopata ancora mezzi vestiti ed evitare lo sconcio reale dell'approvazione reciproca.
Abbiamo persino il diritto di credere a specifiche forme di distruzione, ed incantarci di fronte ad una dispersione di energie, un buco nell'acqua, uno scacco emozionale.
Abbiamo il diritto di fucilare i servi della nostra stessa mediocrità, senza per questo passare per dei superomisti condominiali imbevuti di dannunzianesimo polveroso.
Abbiamo il diritto alla vertigine, all'ammutinamento, all'ostinazione delle idee e delle voglie, abbiamo il diritto sacrosanto di fotterci come più ci aggrada.
Abbiamo il diritto occasionale ma intoccabile di scegliere il brago da porci più adeguato ai nostri vizi e alle nostre ossessioni, senza caramelle di morale sul tavolino.
Abbiamo, infine, il diritto di non arrivare a Dio e di non capirne le funzionalità, e forse per questo di morire prima e più soli.
Io ho il diritto di annoiare quando scrivo, di irritare, di intortarmi nelle mie smanie di assoluto disimpegno da ogni forma di controllo e di buon senso: ne rispondo senza problemi.

LdP, 5/2/2015

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