26/02/15

Il maglione giallo


Giornata tersa.
Parole in giro. Sempre troppe parole.
Una vecchia canzone mentre cerco la penombra. Mi rifugio. Escogito. Mi travesto. Mi fraintendo e mi distendo a metà strada tra penombra e carta da musica che manda le prime scintille.
Irrequietezza. In dosi spropositate, non gestibili. Mi sistemo in un posto, mi dico di stare buono e tranquillo, ma quando cerco di ritrovarmi sono finito altrove e neanche so perché.

Ho addosso un pullover giallo che mi fa risultare pallido e disordinato nei movimenti. Immaginavo diversamente l'armonia. Ma non voglio cambiare pullover, perché questo non ha odore ed è esattamente quel che cerco.

Apro cassetti, armadi, scompartimenti, scatole, libri, fendo i fogli dove scrivo, dove scrivo a qualsiasi ora e in qualsiasi condizione, apro connessioni che tra loro si detestano. Il sangue dentro, lo sento scorrere, mantenermi in vita, ma la sensazione è quella di una palude diventata liquida dopo una carica di dinamite. La vecchia canzone, la sento più volte ma non mi soddisfa completamente. Mi sembra che non penetri fino in fondo, che non sia bisturi, che non sia aderente del tutto a me, al mio maglione giallo.
Questa canzone mi sta tradendo, mi sta tradendo di brutto. L'ho voluta io, ma lei suona e ondeggia per qualcun altro, qualcuno che non vedo, qualcuno che non ha accesso alle mie frontiere. Forme di cecità e di conservazione.

Cerco un filo tra me con il maglione giallo e una porzione consistente, fin troppo abbondante, del passato. Trovo polvere, marchingegni, ancora parole, ricordi conservati nei libri come petali essiccati, trovo pasticche di naftalina negli armadi. Ma niente fili.
Non trovo più la sceneggiatura di “Ultimo tango a Parigi” che comprai a Portalba qualche anno fa, in un periodo che nemmeno mi riconoscevo la mattina e cazzo, sì, mi piaceva pensare di essere Paul. In quel periodo avevo, come il protagonista del film, un'aria un po' da reduce, tutto raggrumato e vergognoso in silenzi senza fascino, gesti inconsapevoli, ricordo bene che non ricambiavo niente. Sguardi, attenzioni, auguri, curiosità, illazioni, raccomandazioni, gentilezze.
All'epoca non possedevo questo maglione giallo che mi si è incollato addosso, come un sole scambiato disegnato da un bambino per riempire qualche minuto di indecisione.
Tutte le volte che penso a “Ultimo tango” finisco per associare Gato Barbieri, facilmente. Giustamente. Trovo il disco. Lo metto su.
Il sax di Gato è indimenticabile quanto la faccia di Marlon Brando per tutto il film. Altro che la scena del burro, il turbamento più indecente è il dolore, il rischio senza calcoli negli occhi di Brando. So bene che quel film mi rimarrà addosso per tutta la vita, un grido di libertà e di morte che ebbe l'effetto di raschiare il mio cuore all'improvviso e polverizzarmi, adolescente inconsapevole e romantico più per fantasia che per urgenza.

Foto, parole, foto, parole, foto, parole. Tutto troppo. Dappertutto.
Parole che annaspano e diventano spiegazioni, che è uno dei lati più deludenti della vita. Non bisognerebbe spiegare niente. A nessuno. Mai. Puro istinto. E tutti i sogni in fila indiana, nel mezzo della tensione tra arco e freccia. Tutto qui.
Muscoli. Movimento. Sperpero. Sperpero continuo e sogno che non si riconosce.
Mi tolgo il maglione, cerco acqua, getto violento che non sappia rivelarmi l'ora, il tempo fuori, che sia apnea e nebbia per le troppe spiegazioni.


LdP, 26/2/'15

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