18/02/15

House music, laghi giocattolo, orgasmi fraintesi


Parlo con una persona che mi si rivolge come se io fossi il Luca del 1997, del 2002 o anche del 2009. Molti amano parlarti come se tu fossi un'immagine ferma nel tempo e nello spazio, immutabile, con pregi e difetti cristallizzati.
Tu sei quello che fa uso estremo di tabacco. Okay.
Tu sei il turbolento sentimentale. È sempre carino avere un amico con problemi sentimentali: così si spettegola più facilmente.
Tu sei insofferente e intollerante, ma lo devi fare in modo divertente; mica mi sei diventato noioso?
Per il mio interlocutore, se nel 1994 mi piaceva una tale Giada, è chiaro che io ce l'abbia ancora nel cuore. Perché alla gente piacciono tanto gli amori impossibili. Si sentono vivi, quando masticano il platonico. È certamente meno compromettente che scopare e sbavare. E allora ti fanno le catenelle addosso: sei ancora innamorato di Giada?
Non so di chi cazzo stai parlando, rispondo, e quello a pensare che sono un tipo nervoso.
Per il mio interlocutore, io sto ancora a contare i peli pubici di Marcus Miller o del defunto Jaco Pastorius; e invece mi interrompe, con la sua maldestra telefonata, mentre mi sto facendo invadere da garage house, minimal e deep house. La musica house mi piace, quando non troppo commerciale, perché si accorda bene alla scrittura, crea i patterns, ti sbatte il culo e ti fa anche pensare, quando diventa descrittiva.
Mi piace l'house music, soprattutto quando è liquida e un po' ossessiva, per metà ti sembra di stare ancora nel ventre materno e per l'altra diventi quello che sei, senza schiaccianti orpelli, e cioé un pezzo di maschio invecchiato, stravaccato, avulso e scoordinato, incapace di acquistare dosi di morale al dispaccio vicino casa.
Il mio interlocutore mi racconta di gente della quale non me ne fotte nulla da decenni, mi racconta rovesci di fortuna a caso, e so bene che a me sarà riservato lo stesso trattamento nella sua prossima telefonata.
Sto al gioco, tanto dopo mi imbottisco di deep house nella penombra, fumando, ad occhi chiusi, senza un domani obbligatorio e senza sciocchi sogni che si mettono a suonare il pianoforte in abito da sposa.
Meglio muoversi a ritmo che sognare per procura e dare fiducia ai fantasmi.

Nel palazzo si danno un gran daffare per le nuove luci delle scale, per la raccolta differenziata, per smaltare le porte, per regolare i termosifoni e le caldaie. Assisto a tutto questo con un grosso senso di noia e se coinvolto me ne esco con espressioni facciali insondabili, un misto tra allegro disinteresse e ampollosa partecipazione a gettone. Sono un inquilino, la casa è del proprietario, capirai che cazzo mi frega delle ringhiere e delle sue luci stroboscopiche per infilare meglio la toppa.
Roba da plutocrati. Da multi-possessori di appartamenti, che fanno anche finta di non poter vivere di rendita. Capirai che cazzo mi frega, io sono un tipo da motel, da dormitorio, dove dormo è solo perché pago.
Il vicino vuole diventare George Benson. Sente musica diluita, chitarrismi morbidi, roba classy, un po' da ditalino, un po' da dichiarazione d'amore. Roba che mi stufa presto e male: lo lascio sfogare con i vari “ooooh baby I love your eyes on my skin” e svisatella di chitarrina, poi gliela faccio scontare con un'ora buona di cassa dritta e bassi digitali, house per inquilini che se ne fottono e che non scrivono per dichiarare amore in giro.

Questo mezzo tramonto invernale, beffardo e parziale, è un distillato di nostalgia maneggevole, ma ci credo poco. Nel parco c'è un bambino che gioca con un cane ed è in questi momenti che la vita sembra chiederti, quasi implorarti, di essere una persona per bene. O semplicemente tranquilla. Sembra suggerirti caldamente di non seguire l'inquietudine, la disposizione acclarata al fastidio, al rifiuto, all'errore. Il bambino gioca con il cane tenero e peloso e io sento, in qualche modo, di aver tradito tutto ciò che potevo essere in termini di ordine, di disciplina, di morale, persino di furbizia.
Ma è tardi ormai, e i vari tutor, ufficiali o meno, hanno fatto una brutta fine, defenestrati, corrotti, piantati alle stazioni o nelle camere da letto, sono stato crudele con loro e non provo sensi di colpa.
Quasi sempre mi è stato chiesto di essere quel che non ero, di interpretare qualcun altro, o magari di turare delle falle, di organizzare dei risarcimenti emozionali, di renderli reali e non fantasie maleodoranti prima del sonno.
Sono sempre stato consapevole che certe volte sono stato amato, se si può usare questo verbo, per traslato, per scomparizioni antecedenti, per aspettative stimolate, per uso e abuso di creme, di preghiere, di squallido erotismo cartaceo e romanzesco, per compensazioni mal interpretate e per cattivi consigli di messia di passaggio, i saggi burattini che perseguitano gli insicuri.
Sono stato amato perché comparivo dal nulla. Solo per questo.
Ma io ero il nulla: e come tale dovevo essere preso ed accettato.
Sono stato voluto, calcando la mano, perché potevo essere una svolta.
Ed io pensavo, ma che cazzo credi ingenua, io sono un abisso e non una scorciatoia. Mi piacerebbe essere una scorciatoia, riflettevo, ma ci ho messo una pietra sopra.

Un'altra persona cade nel tranello della sera con ansie comunicative: un'altra telefonata inutile. Stavolta, mi si chiedono pareri su dischi e libri, ma non è forse chiaro che mi sono rotto i coglioni di dare consigli. Li davo malvolentieri negli ultimi mesi del circo equestre al pubblico, figurati adesso. Non me la tiro, non mi piace fare il saccente nei negozi e nemmeno al telefono. Questo secondo telefonista, Memmo, è uno che però con me di scrittura non parla; perché per lui chi ha un blog non è uno scrittore. Sono scrittori solo quelli che presentano libri. Sono scrittori solo quelli che sono al centro dell'attenzione, foss'anche solo su Shitbook o Facefuck, o su “tuatter”, come dice lui.
Io tuatto, tu tuatti, egli tuatta... il simpatico Memmo, che ancora deve stabilire, a 48 anni, se gli piace più Pat Metheny o Miles Davis. Ma dico, cristo, procedi con un sorteggio: fai le palline e levati dai piedi.
Memmo vuole portare sua moglie a Paris, la dolce Paris. Me lo dice tre volte.
“Splendido”, gorgheggio.
“E tu dove andresti, ora?”
“Sul lago”
“Quale?”
“Uno qualsiasi, ma con poche case attorno”
“Sei sempre un po' decadente”
“Si dice”
“Che stai ascoltando?”
“Chillair, deep house, minimal techno, trip ambient, future jazz, electroswing, deep breakbeat, IDM downtempo”
“Fammi qualche esempio, non ne so niente di questa roba, a me piace la musica suonata”
“Sandro Giacobbe, Marco Armani, Fanigliulo, Marco Ferradini”
“Ahah, spiritoso sempre...”
Ma vai a farti inculare, che è sera. Sera ambigua, nostalgica. Adatta.

“È bello essere innamorati. Voglio condividere questa felicità, perché l'amore è il sogno”, scrive una trappista con le zeppe su Facefuck.
È bello provare anche l'orgasmo senza la marmellata attorno, mi verrebbe da commentare. È bello pure scopare contro le porte e perdere saliva nel momento cruciale, insomma fare schifo agli occhi di Cupido, è bello entrare e guardare gli occhi che si spalancano, è bello persino tossire dopo essere venuti, e poi lentamente morire senza che la gente ti rompa il cazzo con i complimenti garantiti.
È bello non far innamorare, distruggere i vasi di coccio, mandare all'aria intimi colloqui preventivi, fingere che il destino decida più dell'afflusso di sangue sotto i testicoli e della rabbia crocifissa nelle arterie. È bello essere fraintesi e permettere al vuoto di suonare in tua vece, di scrivere per pochi pazzi disposti ad innamorarsi solo del vento.
Senza un indizio, senza un compromesso, senza i fiori alla porta.

Conosco gente che vive nella chimera perpetua di risultare interessanti, colti, delicati, sensibili: l'immagine che ne esce è quella di un gigante di zucchero che si masturba in una stanza vuota, e che si viene in bocca da solo, come un incubo, come l'impotenza che si fa più umana.
Conosco la mia voglia di vivere, a volte mi fa schifo, a volte mi piace ma poi mi viene mal di testa. Conosco i pregiudizi, i miei e anche quelli degli altri. Conosco l'insonnia e le cattive idee della veglia. Conosco questi tramonti adulterati, fasulli, con un vento cinematografico che non è verità.
Conosco la mia grande debolezza e mi spaventa, quella ricerca metodica e implacabile del lago dove specchiarmi per riconoscermi la prima volta.

LdP, 18 febbraio 2015

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