01/02/15

Caduta sporca


La ragazza sul marciapiede bagnato è tutta in tiro. Gonna breve, calze aderenti e arabescate. Va a scopare. Di domenica mattina, va a farsi una scopata e mezza. Non pensa ad altro che essere penetrata dall'uomo che le piace. Vuole godere e sentirsi viva. Prima della penetrazione si leccheranno a vicenda, in qualche stanza pulita, con l'incenso o il deodorante, con le lenzuola fresche di bucato, sbaveranno umori e frenesie per sbatterle in faccia alla morte, alla rabbia, alla dissoluzione di un tempo che -analizzato a fondo- è solo una ghiandola tumorale ricattatoria e indegna.
La mia rabbia, la rabbia che è parte proprio del dna, è tenuta a freno come un cane di taglia grossa, allenato a non sbranare, convinto con premi e carezze a non essere letale. Ma l'istinto è un gigante melmoso che cade in continuazione e che mi porta a fottermene comunque dell'ordine necessario.
La ragazza porta in giro la sua voglia di sesso, di giovinezza e di libertà, io la incrocio mentre cerco le sigarette in tasca e penso a che stronzo sono, incapace di addomesticarmi realmente per più di dieci minuti.
La pescheria è aperta e la puzza di pesce è insopportabile. C'è acqua sporca che cola dai tubi azzurri dell'esercizio, ci finisco con le scarpe nuove e per qualche minuto il puzzo mi accompagna.
Mi fa schifo il pesce. Io odoravo di stick alla lavanda e sono finito nell'acqua del pesce.
Pochi, sparuti passanti sotto gli ombrelli. Tutti i classici rituali della domenica, il caffè col chiacchiericcio, il quasi pensionato con il giornale e l'attesa per la partita del Napoli, l'sms con l'amico sul poco e sul nulla, i dolci in pasticceria, la gita in bici invece è saltata.
Tutta questa ritualità mi fa letteralmente impazzire, ci scivolo sopra, mi viene la nausea, non riesco a tenermi testa e mi torna quella vertigine di caduta che in altri momenti mi scongiura di praticarle un'eutanasia.
In questa calma, anche un solo sguardo è un sinistro stridore di freni e non mi basta barcollare, come non mi basta stabilizzarmi. Non mi basta un cazzo e devo darmi la morte per sentirmi su una rampa, senza vedere cosa c'è sotto.
La simpatia, in questo senso, è solo una corazza istoriata di merda e di errori tatuati male.
La strada tranquilla mi fa impazzire, mi sembra di esondare musica ed equivoci azzardi di sopraffazione, non mi basta salutare affettuosamente qualcuno, non mi basta incassare un complimento, e sono costretto a confessarmi che no, non mi basta nemmeno sentirmi fottuto. Non basta più.
C'è una smania diversa, assurda e incontenibile, è come raccogliere le ultime parole di un padre in agonia e cercare immediatamente vendetta o soddisfazione o entrambe.
C'è la consapevolezza che i traguardi vanno raggiunti per poi smembrarli, infangarli con comportamenti scientemente squilibrati, borderline.

Vedo alcuni parenti alla lontana che escono dalla chiesa di quartiere.
Hanno un'aria arresa, patibolare e camminano guardando a terra. Potrei andare a salutarli, ma solo per vedere che effetto fa una strippata di ipocrisia alle dieci del mattino di una domenica piovosa. Per loro io sono un fuoriuscito, un incomprensibile e quindi un dimenticato. Uno che non ha mai telefonato per Natale, per quei ridicoli compleanni, uno che non ha fatto cresima e comunione, un potenziale squilibrato. Da ragazzino, mi piaceva che pensassero queste cose e infatti accentuavo i divari con atti volutamente inconsulti e per loro incodificabili. Le persone ti facilitano i distacchi, perché non si rendono conto di mostrare in piena luce la loro incapacità di interpretazione unita ad una cattiva volontà di fondo. Non odio queste persone, non mi smuovono la coscienza da anni. So che vivono in attesa della morte, e che sono pieni di tabù deformi, polpette di fede e carità, vene viola malessere innervate da prescrizioni, anatemi, ricordi santificati e tutta la banalissima retorica del riscatto.
Meriterebbero che mi sparassi in faccia davanti a loro, a tavola, mentre fingono di pregare per il desco. Meriterebbero di trovarmi nel cesso di un bar mentre mi inculo un travestito con una telecamerina a mo' di auricolare che mi pende dalle orecchie. Troverebbero delicate e retoriche parole per la mia annunciata autodistruzione; al resto ci penserebbe il corredo di coccodrilli umanitari raccolti in rete, nelle risposte dei consulenti psicologici che scrivono su rotocalchi specializzati in mestruazioni e amori con il catenaccio.
Sarebbe ancora meglio se mi dichiarassi frocio e succhiassi cazzi in giro; il loro moralismo troverebbe degno sfogo, che ignominia essere froci quando si crede negli ordini prestabiliti.
Ma no, mi sbaglio. Cercherebbero invece di essere comprensivi, ancora più ipocriti: sono così sbarbini che si direbbero “è checca, aiutiamolo, poverino”.
E certo. Perché non tutti sono progressisti, che cazzo credete?

Finisce che non vado a salutarli, perché sono uno stronzo con senso della famiglia pari a zero.
La parola “famiglia” è un suono non familiare per me. Non vale come moneta corrente nella mia bottega dell'osceno, è una parola che scivola via senza portare miglioramenti.
Penso ad altre cose. Ad altre emozioni. Scomposte e più reali. Senza retrogusto del bene, ma più urgenti e quasi minacciose.
Potrei redimermi facilmente. Per me, per loro, per chi ho deluso.
Basterebbe un libro: un libro che porti dietro una bella storia, una storia finalmente edificante, una riflessione colta ed arguta sul mondo che ci circonda, persino una parabola cui fosse concessa la panacea dell'ironia, ma a fin di bene.
Basterebbe, anche, che ciò che scrivo o vomito (per i meno accorti sono ancora “sfoghi necessari”, ciao, addio e vaffanculo forte) avesse in sé un germe di minima ed umile riconsiderazione delle cose, del tipo “è ora di vedere l'aurora negli esseri umani, la luce nell'amore, e la giustizia in ciò che ci aspetta”. Ma io non sono adibito a questa specie di cose.
L'acqua nera chiama, la voce prende la rincorsa per finire in precipizi evitati per troppo tempo, e le contraddizioni tenute sommerse iniziano a drenare fluidi, un misto di sconnesso erotismo, disorganizzata amoralità e anarchico desiderio di distruzione e sommossa permanente.
Con un libro nuovo e non nero mi ritroverei aderente al ribaltamento delle cattive premesse mostrate fin qui. Otterrei nuovi sguardi da vecchi occhi. Pazienza dall'insofferenza, piacere generalista da tentazioni fin qui non ammesse neanche nell'urna del sonno, stima dalle sospensioni di giudizio, sorprese dai pregiudizi, eccetera.
Ma non è un libro intriso di nuova maturità a poter assurgere a passepartout, non è con un paziente sorriso che si nasconde davvero il demonio, non è mostrando la parte migliore che si possono cominciare ad accumulare favori.
Con questi tassi di cambio, preferisco l'acqua del pesce sul selciato, lo “sfogo” che si legge solo per finta, “l'hobby dello sfogo” che aiuta a sentirsi un crocevia tra Alberoni ed un paladino di giustizia.
Chi mi dice “io ho uno sguardo molto ampio” non è credibile.
No.
Perché lo sguardo ampio non ti permette comunque di vedere quel che non condividi, che non capisci, che trovi amorale; se pago una puttana per farmi una sega in un cinema, tu moraleggi. Se tua sorella tradisce il marito andando agli appuntamenti con l'amante senza intimo, tu sospendi il giudizio perché è sempre tua sorella. Se io, in un libro o in un blog, mi occupo di roba che puzza e che un po' di disgusto lo provoca, è capace che tu mi parli di “crescita”, di “superamento di sterili cattive abitudini” e aspetti che io diventi furbo.
Non saprei: continua a lavarti bene il culo e giudicarti inviolabile, che per adesso mi piace ancora la caduta sporca e quel senso di intontimento utile che ne consegue. Sono fatto così: prendere o lasciare.
Lascia, lascia.

LdP, 1 febbraio 2015

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