28/01/15

Zero morale

Karl Hubbuch
Il geometra Grattorio riceve materiale pornografico in buste nere anonime. Si tratta di cd e riviste, preferibilmente improntate a roba interrazziale e situazioni di rapporti orali in pubblico (panchine, ascensori, supermercati, cessi di ristoranti, bagni di cinema, sottoscala della metro).
Il geometra Grattorio li usa per arraparsi con la moglie e anche da solo. La moglie non indossa una minigonna a pelo di culo da anni. La moglie ha sempre un'aria desolata, triste, ed è per giunta molto gelosa; motivi che hanno portato il geometra Grattorio a sentire che gli tirava di meno.
La moglie è più intelligente di lui, ma legge pesanti libri di psicologia e rompe spesso le scatole con atteggiamenti garantisti e un po' ecumenici; fosse una volta che si fa trovare a casa con la bocca intasata di rossetto, la scollatura generosa e il reggicalze. E poi mangia sempre ed è ingrassata. E il geometria Grattorio, che è brutto, grasso e ha perso i capelli, ha perso il graffio di tigre in zona uccello.
Quindi usa i dvd e le riviste, pieni zeppi di pompini, biancheria istoriata e merlettata, donne pronte a tutto e stupidi attori che urlano “oh yeah” ad ogni colpo d'anca. Il geometra Grattorio non è solo brutto e piuttosto superficiale, ha anche un brutto cazzo. Un po' arcuato a destra, come le sue idee politiche, sottile e poco adatto a lunghe percorrenze. Quando fa sesso sembra che stia in palestra agli attrezzi, tanta scena ma poca profondità di colpo, molto movimento ma poco piacere, soprattutto per la donna.
La moglie trova disdicevole la sua abitudine, mutuata dai tanti film porno consumati, di baciarla con la lingua guizzante da fuori, ansando forte, come per un attacco di asma notturno.
Il geometra Grattorio accumula soldi, seghe e ha cercato di chiavarsi la commessa del negozio di sport all'angolo. Le ha fatto recapitare un mazzo di fiori nello spacco di pranzo, ha iniziato a corteggiarla con fare untuoso, è arrivato a regalarle una scheda telefonica. Finché sono andati in quella pensione di Monterusciello dove, dopo un veloce scambio orale a forma di numeri, hanno praticato un missionario e un doggystyle sudati come bestie, e ha goduto solo lui, con quella sua pancia elastica e piena di peli, con quel suo stupido senso di avere il cazzo e doverlo usare, è durato sei minuti ma il suo arnese entrava e usciva senza generare nella donna un vero sollazzo.
Poi, le ha chiesto di masturbarsi con le unghie laccate rosso fuoco, lui avrebbe filmato tutto con l'Iphone. Lei si è rifiutata, hanno provato a rifarlo ma al geometra Grattorio è venuto su mezzo floscio. Hanno rinunciato.

Me lo trovo di faccia, con la sua busta nera in mano.
“Giorno”, fa lui senza sorridere.
“Buongiorno”, rispondo stancamente, guardandogli le mani.
Lo guardo con la coda dell'occhio mentre sale le scale. Me lo vedo chiudersi nello studio e guardare un vecchio film di Salieri fino a farsi venire la voglia di scopare con la moglie, che anche oggi sarà triste, pentita di averlo sposato, attaccata ai figli come un'ostrica, i figli che danno senso alla vita e anche alle scelte sbagliate del passato.
Oggi il mio sguardo è colmo di nebbia, di voli notturni finiti male, di sogni-ricatto, di ricordi stilizzati nella scultura decadente di un tuffo nel magma, oggi non ce l'ho con nessuno, ma io non ce l'ho mai con qualcuno. Io scuoto le catene come un cazzo di schiavo, ma non attacco senza motivo.
Ho rispetto della dignità umana, della schiavitù umana non consapevole, ho rispetto del passaggio che un dio pazzo ci ha dato sulla sua zattera stretta e imperfetta, non attacco gratuitamente. Attacco per autodifesa, per resistenza, per ribellione. Attacco perché non tollero l'idea del controllo. Qualsiasi forma di controllo. Attacco perché il respiro dei giusti spesso puzza peggio di un tubo fecale. Sono corruttibile, impreciso, disordinato, e la mia gentilezza è solo una maledizione da fraintendere. Sono un rinnegato e il geometra Grattorio non mi piace neanche un po'. Per me è feccia, con quel suo distacco affettato, con quel suo ridicolo gingillarsi il piccolo scettro per sentirsi uomo, con quella sua aria furbetta quando conta i soldi e gonfia i conti. Un capitalista lillipuziano, un ignorante che nel vizio vede la concessione meritata alle fatiche della sopravvivenza e della pinguedine sociale.
Non è per moralismo. Ognuno è libero. Anche di masturbarsi per sua madre, o di vestirsi da donna e guardarsi il culo allo specchio per avere un'erezione migliore.
Non è moralismo. È che i vizi non sono divertenti, sulla faccia degli stupidi. Non è divertente guardare coppie infelici che si dimenano nell'educazione dei figli, nella loro sana crescita, per non finire a pisciarsi in faccia.
Non è divertente osservare la mestizia farsi largo tra le rughe, sulle vesciche della pelle che invecchia, non è divertente leggere i diari delle persone, che continuano a sognare, più la vita caga loro in mano più sognano.
“Sognare non costa niente”, dicono.
Bugia. Assoluta, spaventosa bugia.
Sognare costa caro. Finisce che hai la casa piena di ali di cartone e di cera, finisce che sorridi alle possibilità più che alla realtà, succede che scrivi dei libri per omaggiare tutti i rifiuti ricevuti, tutte le delusioni digerite o meno.
Finisce che hai paura di fare del male a te stesso e agli altri, finisce che hai paura di scegliere e scegli una fede o un'ossessione nel depliant dell'agenzia vicino casa.

Vado a riprendere le mie cose in un vecchio armadietto. Effetti personali, così si chiamano. Ma io preferisco chiamarli effetti momentanei. Tali sono, quello valgono. Anche alcune relazioni sono state solo effetti momentanei. Non avevano storia precedente, non ne hanno avuta di successiva.
La crudeltà è solo un punto di vista, quando si agisce nel momentaneo.
La sensazione che conta di più è quella che emerge a notte alta, quando si è soli con il respiro accorciato, respinto dai muri, bloccato dalle finestre, minacciato dai sogni che il mattino seguente prenderanno quella forma così assurda e dolorosa, coda di cometa mai esistita, schiuma sulla faccia di un dio figurante, messinscena dai colori seducenti.
Prendo i miei effetti momentanei, cerco di non pensare alle mie brutte abitudini, una delle quali è non vedere oltre un massimo di due giorni.
“La lungimiranza è dei forti”, diceva un tizio, che magari oggi cura la rubrica di psicologia smutandata su qualche settimanale generalista.
La lungimiranza è un crimine, spesso: arroganza pura.
È come dire, “io merito il domani, il dopodomani, la vita intera”.
O anche, “io merito la felicità”.
Perché? Quali cavilli, quali codicilli, abbiamo lasciato leggere ad un angelo mentre ci addormentavamo?
Quelle sono solo candele, quando manca la luce.
Qui, oggi, ora, io sono ed io resisto.
Qui sono e qui sogno, qui amo e mi consumo, ma il cuore è a forma di coda di cometa. E dal passaggio all'esistenza accertata ce ne passa.
Bravo geometra Grattorio, che sintetizza tutto in una presa al pube.


LdP, 28 gennaio 2015

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