16/01/15

Verdura nei denti e accenni di morale


La prima necessità di questa mattina è stata osservare la lotta del nuovo giorno con i residui della notte. Una notte strana e crudele, che grazie al sonno mi ha portato prima in Francia e poi in Svizzera, efficiente e taciturno con persone sconosciute, forse nuovo e non con il mio nome, leggermente invecchiato.
Dopo caffè e sigaretta finisco con l'aver bisogno della musica dei Morphine.
Quella voce. E poi, un misto di disarmonia, sabbie mobili, fango, rimpianti.
Finisce che quando ascolto Mark Sandman e roba simile significa che ho il fiato del futuro sul collo, che la trasformazione in corso vive di elementi dolorosi, e che certe atmosfere del passato finiscono in spazi non delimitati, in galassie parallele e tecnicamente inaccessibili.

La notte è molto lunga. La percorro in silenzio, con sciarpa e guanti, con un nuovo cappotto, cammino in strade che non conosco e mi abituo ad ambienti mai neanche immaginati. L'effetto al risveglio è straniante, è come essere ricoperto di pulviscolo, di una resina trasparente ed inodore, è come aver vissuto in una dimensione onirica estremamente organizzata.

Il culturista con il cane fa un largo giro del quartiere. In tanto tempo qui, non ci siamo mai scambiati mezza parola. Questa è l'indifferenza che preferisco: spontanea, smaccata ed educata al contempo. Mancanza di reciproco interesse. Ogni volta che qualcuno ha cercato di forzare questa invidiabile condizione, sono stati disastri, lunghi e penosi. Impossibile avere tempo e curiosità per tutti. Impossibile, solo demenziale nel caso, ostentare disponibilità totale, completa, incrollabile. Fa parte del gioco incrociarsi e non notarsi, vedere pochissimo di qualcuno e non essere spinti a cambiare l'orientamento emozionale solo per quel che potrebbe balenare.

Del resto, come potrei avere i suoi muscoli? Che senso avrebbero sul mio corpo? Come potrei portare in giro un'immagine simile, con quello che ho in testa?
Mi piacciono le linee interrotte, i ponti caduti, i tuffi poco comodi, mi piace la sensazione della febbre fredda, mi piace la parola rimasta in gola e non la fiera azione pubblica. Non potrei avere troppi muscoli.

Ascoltare dopo tanti anni i Gang Of Four, nel loro selvaggio e tagliente post-punk marxista, porta con sé una certa, stravagante fierezza. Ascoltando “What we all want”, con quel dissestato basso al funk bianco e quella voce salmodiante e sprezzante negli accenti più nascosti, ho la certezza di non aver venduto il mio culo a fette. Di non essere sceso a compromessi.
Magra consolazione per i superpragmatici di prassi che si aggirano come avvoltoi sulle riflessioni più private degli altri uomini. La paura di morire e la smania di essere considerati giocano dei tiri birba anche alle persone apparentemente più intelligenti e di spessore. Quel che vedo è che sono in tanti a cacarsi sotto del giudizio finale, ed io sono il primo della lista, lo ammetto e la cosa non mi crea problemi.
Questa assurda mania del paradiso e dell'inferno, quante restrizioni comporta. È allucinante, iniquo, deformante.
Ma più che morire spaventa l'idea di non lasciare traccia, di non distinguersi in qualche modo. E così ci si sposta dal salumiere con l'insegna migliore -almeno all'apparenza- e ci si fa affettare il culo.
Prenditi pezzi del mio inutile culo, te ne prego, ma regalami un po' di gloria. Degli applausi. Delle chiavate con brillantini nel villaggio vacanze del mio invecchiamento. La stima degli amici e l'invidia dei vicini, la rivincita con il vecchio rivale in amore o quel capo che tanto ha nuociuto, e intanto affettami pure il culo, che la dignità è un optional.
La coerenza, manco a parlarne.
Questo sembrano dirti quelle facce, quelle facce che sembravano decise in uno stile, in un percorso, e invece giocano a diventare di pongo.
Ricordo che i Gang Of Four, quando smisero di essere coerenti chiusero anche piuttosto rapidamente la pagina del loro imprevedibile successo. Per cui, a conti fatti, una certa linearità di calcoli torna.

Da ragazzino, complice il Guerin Sportivo, iniziai una corrispondenza con un tifoso dell'Hajduk Spalato. Il ragazzo mi inviò alcune foto della curva dell'Hajduk, ed erano foto prese proprio sul campo. Mi chiese di inviargli alcune foto della curva della Fiorentina o del Napoli. Entrai nel panico: io allo stadio non ci andavo. Ci ero andato solo una volta, un Napoli-Fiorentina 1-1 di Coppa Italia, con i miei zii e mio padre. Finii per ritagliare, da alcune riviste sportive italiane, foto di curve e di tifosi. Una cosa patetica. Il ragazzo di Spalato smise immediatamente di scrivermi.
Da quell'episodio ho imparato molto. Ho capito che non bisogna costringersi a rispondere alle necessità degli altri, se non ci appartengono. Si risulta grotteschi, a cercare di contentare tutti.
Da anni, l'idea di contentare le persone non mi appartiene quasi più. Trovo pretestuoso, vigliacco, disporsi alla soddisfazione altrui. Tutto dev'essere naturale, altrimenti vaffanculo. Siamo liberi, per quanto possibile, liberi anche di essere giudicati dei pezzi di merda. Dio non piangerà per questo.
Inutile montarsi una telecamera sul cuore, girare un cortometraggio in soggettiva delle proprie emozioni, stendere fiori sulla bava dei desideri, i troppi desideri che infestano il mondo, anche il nostro piccolo, momentaneo, mondo.

Non c'è alcuna differenza sostanziale e morale tra uno che scrive di amore e di emozioni ed uno che ci impiega quaranta pagine per farci capire che gli piacerebbe gli si succhiasse l'uccello vestiti da Sandra Milo.
Essere accomodanti non significa essere più morali.
La morale, la morale... è una malattia genitale. È collirio scaduto, è l'ostia che sa di pane raffermo, è la preghiera che finisce nel tubo di scappamento e nel suicidio, la morale non è che una chiesa fasulla, un impasto di cibo e saliva, di lacrime invecchiate uno schifo e di facce bandiera di gente che non ci ha voluto.
Vogliono sempre che ci riprendiamo. Vogliono che ci riprendiamo, purché la cosa non riguardi loro e le loro elemosine emozionali, le loro strappate e sudate concessioni. Chi ci chiede di mostrare la faccia buona già si sente con il culo al sicuro. Ma è una pia illusione. Nessuno è davvero -e mai- al sicuro. Non nelle braccia dell'amato bene, non in chiesa, non in casa, non nel conto in banca o nella casa di vacanza. Abbiamo le sabbie mobile sotto i piedi e persino nel respiro. Per questo, io considero la morale, quale che sia, totalmente priva di senso.

Il mio vecchio cliente Sciampo Secco mi fa tutto un discorso molto perifrastico sui mali della società. Non riesco a seguirlo, e poi ha un pezzo di verdura tra gli incisivi, probabile residuo della sera precedente. Il suo discorso è un mezzo vaniloquio che vorrebbe essere progressista ma è solo diarrea che si ragiona addosso: cerca infatti di giustificare orrori, incongruenze, ingiustizie, stoltezza umana, fanatismo e pretende pure di infilare le diversità, tutte le diversità del mondo, in recinti sorvegliati.
Non lo seguo. Non riesco proprio a seguirlo. Poi mi fa una domanda proprio del cazzo. Mi chiede se ho inviato il mio curriculum ad “un'altra grande distribuzione”. Questo dopo che gli ho spiegato, da tempo e con dovizia di particolari, che io e la grande distribuzione non siamo fatti per amarci e capirci. Ma lui insiste, ottusamente. Gli dico che per lavorare in una grande distribuzione dovrei essere di nuovo disposto a farmi inculare, inculare di brutto. Me lo sono fatto mettere in culo per dieci anni, penso possa bastare. Poi, gli altri sono liberi di esaurire tutte le scorte di vaselina in farmacia. C'è gente a cui piace sentirsi profanata in continuazione, sentirsi parte di progetti asettici, volgari e probabilmente dediti al terrore da compensare della massa.
Sciampo Secco non accetta che io sia contro. Contro. Davvero, semplicemente, contro. Ideologicamente, emotivamente, da un punto di vista prettamente comportamentale. Sciampo Secco si rifiuta di accettare che io, borghese e di buona famiglia, sia fermamente antiborghese e disadattato rispetto al sistema. Così come non accetta che mi piacciano, e anche molto, i libri di Houellebecq, che lui stupidamente considera un reazionario in vena di perenne eccessi.
Ho sempre considerato la prosa di Houellebecq di grande potenza, e il suo pensiero tanto amaro quanto semplice e lucido. Che poi sia odioso e cacacazzi nel privato, questo non mi riguarda affatto.
E non riguarda, ancor di più, Sciampo Secco.
Non riesco a guardare quel pezzo di verdura che gli balla in bocca. Non so se si tratti di bietola, broccolo o fagiolino. Fa schifo in ogni caso. Uno con la verdura in bocca non dovrebbe porre domande alla gente.
Sono sicuro che Sciampo Secco ha acquistato i libri sulla camorra e sulla P2 e li tiene in bagno, impilati su Quattroruote e Sorrisi&Canzoni, sono sicuro che adesso acquisterà due raccolte di Pino Daniele; e so che in genere acquista supporti di gente appena deceduta. Scrittori, registi, musicisti, giornalisti, persino falegnami.
Lui è l'ideale fruitore delle grandi distribuzioni, dei dispacci senza identità, dei supermercati generalisti, dove trovi profilattici a scivolo e con cartilagine porosa per stuzzicare le clitoridee e libri pocket di Umberto Eco. Lui si troverebbe bene in un contesto funzionale e funzionante dove prenderlo tra le chiappe significa che l'organizzazione è in salute.
Lui acquista libri dei quali “gli hanno parlato”, fa a gara con l'amico di sempre per avere cinque dischi più di lui, tre cravatte più sgargianti, una moglie che ancora drena sesso sano e per questo è disposto a pagare, in materia di coerenza, di dignità e di integrità anale e spirituale.
Sono scelte. Inutile accanirsi. Però gli dico che non invio curriculum a grandi distribuzioni, e che non chiamo la gente per vedere di ottenere dei ganci, nei mattatoi della speranza proprio non si respira.
Ho l'immagine di uomini, semplici bipedi come me, in ginocchio e con la bocca aperta, in attesa appunto della carità, della concessione, del permesso, sotto forma di gigantesco e deforme sesso del potere transitorio, una girandola votiva di profanazioni atte a conservare percentuali di sicurezza. Ho visto uomini in ginocchio pur di garantirsi di dormire la notte. Ho visto piccole bocche custodire per qualche minuto sessi da fumetto, pezzi di carne senza senso, strumenti inanimati di minuscoli poteri decisionali, piallatori di libertà, censura perpetua di ogni possibile futuro.
Meglio pagare tutto e subito. Meglio andare in svantaggio, anche di molto, e recuperare nelle tenebre quel che la luce sottrae per vizio di sussistenza.

Luca De Pasquale, 16 gennaio 2015

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