23/01/15

Sensibilità post punk al Caffé Musicale Idroculo


È così.
Parlo con uno, e scopro che mi considera un metalhead fuori tempo massimo. Mi confronto con un altro, e quello mi dice “a te che piace principalmente la fusion per bassisti”. E io non rispondo.
Parlo con un altro ancora, ed ecco che mi ritrovo definito come “uno che adora l'adult oriented rock e il rock melodico tinteggiato di hard”.
E che cazzo. Ne avessero azzeccata una.
Del resto, tranne forse il cantautorato italiano più noioso e paludato e il country reazionario, mi hanno tuffato dentro tutto, dal progressive elegiaco ed intransigente al blues delle origini. Sbagliando puntualmente.

A nulla è servito chiarificare, eppure non mi è mai apparso troppo misterioso cosa mi piacesse davvero. Non so, non capisco. Le libere deduzioni sono all'ordine del giorno. Tu non mangi pesce e automaticamente non mangerai nemmeno cinghiale e pollo; tu esci poco la sera e quindi sei un misantropo. Ma anche, figuriamoci, tu hai chiare tendenze anarchiche ed allora ti deve far schifo il socialismo. Libere deduzioni a iosa e molta superficialità.

Da quando non lavoro più come venditore di dischi, è scattato una specie di meccanismo della nostalgia a tempo. Ogni tanto qualcuno mi chiama per fare un po' di nostalgia insieme. In genere, si tratta di persone per bene, che hanno mantenuto (eccome) il loro posto di lavoro e che guardano alla cosa da un punto di vista squisitamente esterno, e dunque di totale parzialità. Io i dischi li vendevo per la grande passione che da sempre mi accompagna, ma lo facevo anche per mangiare, per arrivare a fine mese. La semplice nostalgia generalista per i negozi di dischi non è quindi il solo sentimento che può dominare uno con la mia storia personale. Io ci ho mangiato vent'anni, anche se mai pranzi luculliani, con la vendita di dischi. È vero, l'odore del vinile è bello quasi quanto quello delle belle femmine, ma non mi manca solo quello, diamine. Mi manca il mio lavoro. Un lavoro nel quale sono specializzato, e non poco specializzato. Non sono mai stato un commesso improvvisato; improvvisati semmai erano i miei capi.

Manolo mi invita a prendere un caffè d'orzo al Bar Musicale Idroculo, e io ci vado solo perché mi trovavo a scendere per pagare una bolletta. Ci vado, ben sapendo che non provo alcuna simpatia per quel luogo, e che dei complimenti dispensati dai discomani spaesati ad “una delle ultime roccaforti della musica” non me ne può fottere di meno.
Manolo si sta facendo crescere un pizzetto quasi esistenziale, nel patetico tentativo di scopare un po' di più e di risultare sofferto, vero, agli occhi del mondo. Ma il pizzetto non gli ingrosserà la base del pene, l'anello di partenza, quello che dovrebbe promettere un tronco. A lui, a lui si tratta di un Mikado sbiancato. Nessuna donna con un po' di cervello perderebbe tempo con uno come lui.
Arrivo all'Idroculo, accolto da un tappeto sonoro indianeggiante con tanto di rap in napoletano e assolo di violino. Manolo è già lì.
Ho solo venti minuti, Manolo”, annuncio. Meglio mettere le mani avanti.
Fa il grugno offeso: “Oh, okay, meglio di niente”
Convenevoli, ordiniamo il caffè d'orzo, il sottofondo cambia: cover di “Blue Moon” con tamburi asiatici e un tizio che biascica qualcosa in dialetto, accennando a concetti molto originali come la libertà, la tolleranza e la fiducia in un mondo migliore. Sembra di ascoltare un deputato del PD fatto ad acido.
Il pizzetto di Manolo sta lì, impettito e curatissimo, ma la ragazza scosciata che prende l'ordinazione non sembra avere per questo le farfalle nello stomaco. Non sembra disposta ad innamorarsi di lui; posso dire di condividere la sua linea.
Manolo presenta anche un'altra novità: degli occhiali con montatura pesante, nero seppia, che dovrebbero conferirgli un'aria austera ed allo stesso tempo propensa ad un vivido e generico confronto culturale.
Uomo inscopabile. È un orsacchiotto. Come fai ad immaginartelo ansante con le labbra bagnante e tutti i muscoli tesi?
Qui hanno ulteriormente migliorato. Mi trovo molto bene con i consigli di Muddy, FryFry e Robiola”
Quali sono i loro reali nomi di battesimo?”
Uh, non so... sai che non lo so? Ma sono gentili e competenti”
Indubbiamente”
La pigrizia discorsiva aiuta sempre la diplomazia. Sempre.
Sto scoprendo il krautrock”, mi annuncia Manolo, “lo so che a te non piace proprio, a te piace il rock americano e il metal”
Il rock americano?
Io. Io, il rock americano. Bestemmia. Sono da sempre per un europeismo rock decadente, e questo mi infila nel rock americano, magari in una di quelle ballatone da highway.
Risentito, replico: “Manolo, sei quanto meno inesatto. Sono almeno quattro lustri che amo il krautrock, e non si può dire che io impazzisca per il rock americano, che sia cock o meno”
Cock?”
Lasciamo perdere”
Ti piacciono i Kraftwerk? I Can? I Faust? I Neu?”, mi sento chiedere da quel pizzetto di pietra e bolo, aromatizzato Nivea Uomo.
Lo chiede ad alta voce, per far sentire alla scosciata, che invece non se lo caga assolutamente. Sta lavorando su WhatsApp, altro che Manolo.
Adoro questi nomi”, rispondo scazzato, “ma aggiungici anche la Neue Deutsche Welle, il rumorismo berlinese e qualcos'altro che sta tra Hannover e Amburgo. E non vivrei mai senza i Palais Schaumburg”
Credevo ti facesse schifo questa roba”
Per non prenderlo a pugni, cerco di cambiare discorso, ma lui continua a riportare tutto verso la musica, continuando a prendere granchi incredibili, frutto di disattenzione, di pressapochismo e di banalità.
Ed è competitivo come una capra di montagna, ma incorna a vuoto.
Vuole sopraffarmi. Perché, vincendo il confronto, mi garantisce il suo affetto tranquillizzato, come fanno in molti: se non mi dai problemi ti amo, altrimenti...
Ma non gli lancio il salvagente. Tutt'altro.
All'affermazione proditoria “del resto, credo che tu abbia proprio tutto dei Rolling Stones, devono essere il tuo gruppo chiave”, sgrano, sfringuello e me lo inculo.
Ascolta, Manolo. Io non so perché tu pensi mi piaccia il rock americano. Di americano mi piace ciò che è slabbrato, irregolare, spettrale. Per il resto, è bene che tu sappia quali sono i miei generi chiave: left wing post punk, ambient e minimal house, IDM, Rock In Opposition, Black Rock Coalition, new pop decadente, white funk politico con basso slappato, forme deviate di industrial marziale”
Il pizzetto di Manolo si indigna con lui, prendendo una forma arcigna e diseguale.
Non mi piace quando fai queste esibizioni di sapere, Luca”
Accidenti. Sta cercando di mettermi a posto, di farmi tornare su binari di correttissima finta modestia: “Non mi piacciono le persone che si mettono sui piedistalli, esistono anche gli altri. Gli altri sono importanti per specchiarci meglio nel mondo, l'umiltà è accettare le diversità”
Ha un tono davvero ieratico e anche accademico, mi fa quasi paura.
Gli altri sono importanti quando non rompono il cazzo”, butto lì.
Intanto, nel fantastico ultimo-baluardo-della-musica-acquistata-in-tempo-reale-guardando-in-faccia-il venditore-simpatico, si passa ad un disco di John Coltrane, tanto per far vedere che piace anche il vero jazz, a chi ama tutta la musica. Pandemia. Pagnottismo. Panmusicalismo progressista con il garbo di chi caca bene al mattino.

C'è tensione tra me e Manolo. Forse non arriviamo alle mani perché abbiamo superato i quaranta, a me fa male la schiena, non so a lui, e poi che noia fare una scena madre in un posto del genere, dove l'affettata gentilezza will prevail e gli insicuri cronici cercano di togliersi polvere e ragnatele dalle mutande.
Attacca una pippa su certi miei modi di fare arroganti, arriva alla minaccia esistenziale ed esoterica “gli amici possono anche stancarsi”, a chi lo dici, bianconiglio del cazzo, sono secoli che lo dico.
Poi, a sorpresa, senza colpo ferire, arriva la sua fidanzata, o quella che si può definire come tale solo perché si infilano e giocano sulla parola “progetti”, cercando di santificarla agli occhi del Grande Niente.
Ha un buon profumo di lavanda vaginale da erboristeria e sembra molto più intelligente di Manolo, anche se non è che ci voglia molto. Ha quarantadue anni come lui, quindi finiranno per sposarsi, sennò si fa tardi e poi la clessidra biologica comincia a imbarcare merda e moschini.
Si danno un bacio che andrebbe meglio in una piscina che qui, al Bar Musicale Idroculo, mentre una sosia di Lina Sastri canta su una base di Moby che aveva a sua volta campionato una base di Prince che in realtà era l'edit di un dj di Imola. Okay. Bella musica al Bar Musicale Idroculo: qui dentro si drena sapienza e ci si lustrano le palle agli occhi delle sfitinzie, viva Drive In, viva il revival!
La fidanzata in pectore di Manolo si intitola Ada. Capta la tensione tra il suo moschettiere e me, mi guarda incuriosita ma senza partecipazione, ha un approccio difensivo.
Tutto bene, amore?”, chiede a Portos.
Su molte cose io e Luca non la pensiamo alla stessa maniera. Forse la nostra amicizia si è arrugginita”, dice, gravissimo e molto distante, smaccatamente distante, risentito.
È un'ipotesi, Manolo. Sei molto lucido”
Che fai, sfotti pure?”
No, non potrei. Non sono un boy-scout ma sono un buon uomo. Me lo hanno detto sempre gli zii e le zie che ho visto una volta ogni dieci anni, me lo hanno detto alcune fidanzate a cottimo e sono riuscito a convincermi, sono una brava persona. Non ho nulla contro di te, non essere permaloso. Non sfoggio alcuna sapienza, sono un tipo caotico, sostanzialmente mi piace quel che mi arrapa e lo approfondisco”
Peggio che andar di notte: “Luca, potresti usare un linguaggio più pulito? QUI C'È LA MIA COMPAGNA”
Lascia stare, amore, dai...”
Che bella gente frequenta il Bar Musicale Idroculo.
Mi alzo, con calma, dico “arrivederci”, e stringo la mano ad entrambi, come se non fosse accaduto nulla. Infatti non è accaduto nulla. Non so cosa farmene dei figuranti, non sarà un sacrificio perdere un idiota.
Penso che Manolo sia patetico, perché verrà il giorno che alla sua compagna non basterà più frequentare locali, fingere di amare all'unisono artisti e gruppi, e l'immagine di lui che guarnisce una torta per i suoi genitori non le farà più la tenerezza di adesso. Ci sarà un giorno, presto o tardi, nel quale a questo boia sarà richiesto un guizzo, una nota stonata che sbavi qualcosa di passionale, e lui non ne sarà capace. Perché la paura gli veste il culo e gli tiene a bada tartaro e carie in bocca, ma il buco è in agguato, tra palle, stomaco e sopravvivenza, ed è un buco che non risparmia nessuno.
Siamo solo degli esperimenti in cerca di felicità. È tutto qui. Anche i nemici sono inutili, a ben pensarci.

Per essere signore, pago il conto anche allo sverminapalle ed esco dal meraviglioso posto “dove c'è ancora il coraggio di proporre musica”.
Mi saluta, ma è peggio di un addio, il disco d'esordio -tra nu tango, ska e canzone d'autore- di una band fieramente residente nel quartiere Vomero, che come è notorio è meglio di Seattle dei tempi d'oro, della Berlino bowiana e della grande Sheffield.
Devo pagare la bolletta. Devo dare da bere e da mangiare a quel buco che mi fregio di riconoscere e affrontare nei giorni migliori, quando non ho paura anch'io.
Piove, e sono sicuro che in alcuni punti di questa città c'è qualcuno che mi attribuirebbe una passione per i Genesis, Fela Anikulapo Kuti, Ivano Fossati, Nicola Conte, Loredana Berté, gli Aerosmith o Juliette Greco.
Tutto sommato è accettabile. Non abbiamo più diciassette anni e non sono mai stato un purista. A me piace tutto quel che si contamina e si screzia, ma non rompete i coglioni con assoli di violino su glitch e proclami dialettali da starlettes alt-rock quartierale.
Quando ho bisogno della scossa, prendo un disco dei Fall, uno di quelli in cui Mark E. Smith sa di esagerare con i biascicamenti ed i deliri, uno di quei dischi dove fa lo sciamano con la bocca impastato. Mark E. Smith, grazie a Dio, è un pazzo necessario e meraviglioso. Quando ho bisogno di sognare, di fare penitenza, addirittura di chiedere pietà e farmi le mie lavande gastriche, posso ricorrere a Martin Fry, Paul Weller, Roddy Frame, Gary Clark dei Danny Wilson, ma posso recuperare anche la grande coppia Roland Orzabal/Curt Smith.
Amo i dischi. Amo i negozi di dischi. Ancora li amerei se l'Italia fosse un paese decente dove il disco non passasse nelle mente sotto le spoglie di hobby o fissazione. Amavo il mio lavoro, perché era un lavoro: a fine mese arrivavano pochi soldi ma erano benedetti da quell'odore di vinile e di curiosità permanente. Ora è tutto decadente, decaduto, sbiadito. Ma qualcosa mi spinge a sognare ancora le band di Sheffield, le stranezze americane non da radio FM, la marzialità tedesca cabarettistica o rumorista.
Io ci ho mangiato, con il mio amore per gli Einsturzende Neubauten. Non era un hobby, non era una stranezza. Era parte della libertà che oggi manca quasi del tutto, perché siamo costretti a strapparla dal culo di quella carcassa spolpata che è la società dei consumi.
Sono anarchico e socialista, sono un venditore di dischi, sono un relitto carico di vecchie passioni in ampio disuso, ma sono in piedi. Nonostante quelli come Manolo.

LdP, 22/01/2015











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