09/01/15

Predazione


Il taxi mi riaccompagna a casa in piena notte.
Ho mal di testa, languori indistinti e voglia di farmi di brutto.
Poche ore fa ero eccitato e adesso sono fregato, vuoto, oscillante. Il vino non serve a un cazzo. I liquori fanno più effetto. La notte mi traballa nelle orecchie, ho gli occhi colmi di onde che nemmeno so se è vomito o sogni liquefatti.
Non me ne frega un cazzo della gente che conosco.
Sul cruscotto, il tassista tiene un pupazzetto di Maradona ed una medaglia della Madonna. Il pupazzetto oscilla ad ogni curva, ma oscilla meno di me, in fondo.
Il tassista non prova a parlare. Nemmeno io. La notte è bella, perché piove poco e fitto. La notte è quasi sempre bella, perché si è più soli e si può cercare di farsi qualche dose di eternità per poi soffrire il triplo, dopo.
Dopo una certa ora si accetta meno facilmente la grossolana calma delle buone idee: io divento un predatore, scarno e dimenticato ma pur sempre un predatore, un rapace, un mezzo assassino.
Si torna predatori tutte le volte che la ferita dentro ricomincia a fare un male cane, a confondere, a mischiare febbre, latte, lacrime, liquori, sperma, dentifricio, foglioline di tabacco.
Si torna predatori per disperazione di esserci. O di essere sopravvissuto, chissà. Si torna predatori per non sentirsi una statua, un totem, un residuato bellico, un ricordo d'amore. Il finestrino è bagnato di pioggia. Sono le due. Sono sveglio come un grillo e tutto gira, i drappi di colore negli occhi e le strade deserte sono armi bianche che mi tagliano per gioco, senza affondare.
Ho voglia di farmi di brutto. Di brutto. Non ho capito che cazzo voleva quella donna da me. Avrei voluto dirle, rapidamente, che comitive e assembramenti, circoli e riunioni mi fanno schifo. Che mi interessano più gli angoli sporchi che le tavolate allegre. Che un buco in un cesso vale più di un discorso con il cuore in mano. Che nel caos, razza di idiota, gli uomini richiamano a casa i propri fantasmi, le proprie ferite, e quella maledetta smania, quella smania assurda e malata, drogata ed ebbra, di riprendersi qualche brandello dal tempo bruciato.
Ma quella donna non mi conosceva e non le ho permesso di conoscermi. Ho preferito. Le reginette mi hanno sempre dato ai nervi. Il loro sesso di conferma, il loro sesso concesso e dorato vale meno di una notte di pioggia con tutte le finestre del caos spalancate.
Le reginette con tutto il contorno di adulatori, servi, eunuchi e dolci, teneri amici di questo cazzo. Ma io mi buco, di fronte ai tuoi assembramenti, che aspettano la tua apparizione alla balconata del desiderio. Io mi faccio sotto il loro muso. Mi scopo le loro donne, anche se non mi piacciono. Alle provocazioni io reagisco con danni strutturali, con oltraggi.
Il tassista riconsegna questo pacchetto di disordine alla sua casa. Otto euro, buonanotte, buon lavoro. Salutami Maradona e la Madonna. Salutami tua moglie e i tuoi figli.
Mi accendo una sigaretta nell'androne del palazzo. Sarebbe bello se ora il vento mi prendesse sotto i piedi e mi portasse in acqua, se mi lasciasse al centro di un lago senza luci, su una poltrona galleggiante. Senza scialuppe e senza isole deserte tra i coglioni, senza Paradiso, senza Parnaso, senza il Giusto e il Necessario, mezzo nudo, violentato, sopravvissuto, libero come un errore permanente.
Ho ancora voglia di farmi di brutto. Non devo giustificarmi. Posso solo divertirmi. Scompormi e perdere tempo con il puzzle della mia nuova prigione. Del buonsenso non so cosa farmene. La quiete della maturità è solo una scopata finita male. Tanti sospiri, tante mosse solenni, gli umori caldi e puzzolenti, le parole calde e assurde, il balenare di una continuità forzata, oscena, il gioco di sponda dei codardi che temono gli abbandoni più di ogni emozione.
Codardi. Certo che ne conosco. Una marea. Informi codardi oberati di santini apocrifi in ogni parte del corpo e del cervello. Tempietti di sperma secco e di buona volontà. Riconosco i codardi tanto quando sono soli che in comitiva, in assembramento; hanno quel sorriso stampato in faccia, di chi continua a fingere di aver trovato il rimedio al niente.
Spengo la sigaretta in una pianta, mi aggiusto i pantaloni, mi passo una mano nei capelli, sono vivo, predatore monco, bastardo lunare, una pietra di sonno nelle mani di un pazzo.
Mi addormenterò all'alba, con calma, tastando il letto alla ricerca del ricordo di me stesso, rannicchiato in un'altra posizione, tanti anni fa.


LdP, 9 gennaio 2015

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