18/01/15

L'ombra puttana


Il violento temporale notturno mi sveglia proprio nel pieno di un sogno. Un vecchio amico stava cercando di fottermi con una storia di vinili. Mi vendeva dei vinili degli Elements, il gruppo fusion di Mark Egan e Danny Gottlieb, che erano difettosi o senza copertina. Un sogno assurdo, tanto più che non è facile fregarmi su roba di dischi, ma anche perché cerco sempre di non fare affari con amici, ché i rapporti possono facilmente deteriorarsi ed è meglio avere motivi più nobili per mandare qualcuno affanculo.
Comunque, nel sogno l'amico non solo mi vendeva due vinili con copertine consumate, ma si permetteva anche di smerciarmi un cd senza copertina; me lo faceva trovare in una busta da lettera. Ora, un qualsiasi Freud umano a dispense mi farebbe due coglioni così con la storia della mancata fiducia negli altri; mi direbbe che non mi fido di nessuno e questo è molto male.
È vero: non mi fido quasi di nessuno. Non si tratta di paranoia, è il corso della vita. Della mia ombra, per inciso, mi fido ancor meno. Si muove sempre in controtendenza ai miei desideri, rema contro, si associa a demoni sfuggenti e tentatori. La mia ombra è una sabotatrice, una medusa, una vendicatrice seriale, anche un po' mignotta. Manda all'aria piani di pace, quiete dissertazioni della maturità, azioni ordinate e coerenti, amicizie sperimentate, visuali panoramiche a pagamento, si infila nelle coperte e mi regala tormenti dei quali farei volentieri a meno.

Sono passate da poco le cinque del mattino. Piove a dirotto. Una coppietta si è appartata in auto. Si vedono le teste che si muovono scompostamente, i finestrini sono appannati, l'auto ondeggia leggermente mentre fuori impazzano intemperie molto sceniche, con lampi diagonali che illuminano a giorno la città dormiente e gli scorci di mare da appartamento.
La scena non mi interessa un granché e non mi provoca le prurigini che un tempo mi avrebbero posseduto per ore ed ore. Non c'è bisogno di osservare gente che fa sesso per avere la percezione della carne, dei bisogni e degli eccessi. Quella è roba per chi schizza sullo schermo del pc, spesso maledicendo la propria precarietà sessuale, le deprimenti proporzioni e le tempistiche da coniglio.
Le stanze di questa casa sono molto lugubri di notte, durante i temporali. Si ha la sensazione che possa apparire qualcosa di sgradevole e di lontano quando meno te l'aspetti. Un'immagine condensata di vecchie paure, di mali mai risolti, o forse solo tutto il violento caos che uno si porta dentro. Se solo mi concentrassi, se solo decidessi di andare fino in fondo, vivrei costantemente alla mercé di entità senza pace, da qui all'eternità. Invece uno, da buon portiere, rimedia in calcio d'angolo e accende le luci dove può, fingendo di non vedere che contorni, scene passeggere, un po' fuori fuoco.

Molti anni fa, dopo una piccola sbronza risolutrice, io che al primo accenno di alcol vado fuori giri del tutto, decisi di partire alla ventura. Avrei lasciato il lavoro, le persone care, gli amici, i conoscenti, le storie, la mia casa, tanto come al solito ero senza contratto e quel bastardo di proprietario mi teneva a nero. I buoni borghesi che hanno paura di pagare le tasse, e che si lamentano anche quando hanno dodici appartamenti in fitto. Ne ho conosciuti, di stronzi del genere. Più hanno soldi, più sono una merda. Volevo partire e non dare più notizie. Solo due o tre persone avrebbero saputo dove mi trovavo. Non vedevo il senso, e continuo a non trovarlo, nel tenere sempre gli altri informati sui movimenti, sulle intenzioni. Troppe volte i rapporti si basano vigliaccamente sul concetto indegno “tanto so dove trovarlo”, “ci ritroveremo in seguito”.
Oppure, peggio del peggio, “siamo vicini anche se ci siamo persi di vista. Io gli voglio molto bene e so che anche lui...”. Ma vatti a confessare da Al Bano, che è meglio.
Feci le valigie, diedi via libri e dischi in eccesso, ridussi l'armadio ad una borsa da viaggio, ero pronto. Pronto e deciso. Poi, non so perché e non so come, mi persi. Mi persi negli scrupoli. Mi persi in quel codice di normalità tranquillizzante che in teoria ci dobbiamo e dobbiamo a chi ci vuole bene. Tutto qui. Il codice di normalità che impedisce onde d'urto altrimenti inevitabili, distacchi dolorosi non certo da film consolatorio, sganciamenti che presto diventano crepacci, precipizi, frane, assenze che fluttuando salgono al rango di ricordi, ma non per questo incidono meno.
Ancora oggi, qualche volta, proprio come adesso, ricordo quel tentativo di far perdere ogni traccia. Avevo la giustifica in bocca: “Ad alcuni non basta il bene dato e ricevuto. Ad alcuni uomini non può bastare il valzer degli affetti e delle certezze. Certi uomini hanno avuto in dote, una dote pesante, la necessità dolorosa di cercare sempre altro, e di smarrirsi in continuazione”.
Ce l'avevo pronta, pronta in bocca, questa roba. Come la citazione di un cupo romanzo inglese. Ma in Italia i romanzi inglesi moderni li leggono pochissimo, e citarli, ricalcarli, risulta come una forzatura, una posa, una distanza esibita. Ci si deve preoccupare anche di questo: essere codificabili per ottenere risposte, persino quelle emotive. Che merda.

Passano alcune ore. È quasi giorno, ma non si vede. A volte la luce non si vede e non scalda. La coppietta è andata via già da un po'. Chissà se hanno usato il profilattico e chissà dove avranno gettato i fazzolettini sporchi di sperma e di umori, perché qui non c'è un solo cazzo di contenitore. Dalle vetrate larghe vedo invece un tizio con un barboncino, fuma sotto l'ombrello ed indossa un impermeabile giallo benzinaio.
Questo tempo, questo cielo cenere e zafferano marcio, dicono chiaro che oggi ascolterò i Killing Joke. Ho un bisogno quasi carnale dei dischi dei Killing Joke quando il tempo è così e quando devo rimettere mano al caos per inaugurare nuove gestioni. L'accoppiata “Night Time” e “Brighter Than A Thousand Suns” è quel che mi serve. Quei dischi li ho acquistati in tempo reale, in vinile da ragazzo, mi hanno fatto sognare davvero e a lungo, allo stesso tempo scorticandomi vivo. Non sono mai stato un dark, l'estetica non mi convinceva del tutto, ma con quei due dischi diventa un messaggero dell'apocalisse anche un servitore di oratorio. Perché è vero che sono lavori tra i più commerciali della band, ma sono anche i luoghi più oscuri della mente di Jaz Coleman, che -come è risaputo- è ancora un idolo per me.
Nel 1985, all'uscita di “Night Time”, lessi un'intervista a Jaz su “Ciao 2001” (…) che mi raggelò del tutto. Il suo pessimismo sociale, la sua vena tagliente, scarnificata, mi sedussero completamente. Per me era un autentico principe delle tenebre. Tenebre confortevoli. Molto. Mi ispiravo a lui, rileggevo continuamente i suoi testi. L'oscurità mi piaceva e mi piace ancora oggi. Non ne ho paura, non troppa, e non ho paura di quella che mi porto dentro. Non è mia intenzione sbaragliarla per essere più eccitante, comodo e frequentabile. Non è una mia priorità diradare i fumi della notte per gustarmi il bacio della sconosciuta, il complimento dell'amico e la tranquillità di conoscenti e figuranti familiari. L'oscurità muove, smuove, congiunge lembi di terre e sensibilità lontanissime, l'oscurità è la tempesta necessaria per toglierci dal culo le lampade votive che hanno acceso al posto nostro, per coscienza, per tradizione, per tentativo di ordine.
Seguire la strada maestra è una delle tante stronzate che ci hanno inculcato da bambini, non deragliare che fa male, non uscire dal recinto che fuori c'è la cattiveria, il caos, l'estinzione.
No.
L'estinzione, per me e per qualcun altro, è invece questo blando consenso con le bandiere spiegate, vestiti per matrimoni, funerali, veglie, colloqui, seduzioni, rimpatriate del cazzo. L'estinzione è l'ossessione purulenta della distinzione all'interno di un recinto, rifulgere muovendosi nel codice di tutti, senza sbavare, ma con il colpo di genio pronto.
Un'insopportabile utopia, che genera ombre lunghissime e fa impazzire i migliori, o quelli che si credono tali.
Bisogna rompere confini, dighe, barriere, cortecce di buon senso, bisogna far continuare la marcia del treno anche sott'acqua.
È una questione di dignità, di contraccezione alla stupidità, è una questione di condanne personali generate da altre scelte, altre vite, utopie conservate male.
Non intendo rinnegare l'oscurità. Non me lo perdonerei. Poi è chiaro, la vedo quell'ombra puttana che manda a monte cose, idee, progetti, associazioni, benevolenze. Posso anche sparare in bocca alla mia ombra, ma non otterrei nulla.
Se si vuole amare, amare la vita e anche qualcuno, non si può mettere alla porta il buio. Soprattutto se ci compone, se fa parte della nostra identità e della nostra storia.
Al buio si ama meglio. Al buio si ha ben chiaro, almeno per poco, il confine tra il desiderio della quiete e la banalità del bene esibito. Con il buio, si costringono i propri demoni, e sono tanti, a parlare, a confessarsi, a trattare. E questo aiuta a spiegarsi, a darsi un nome, a mettersi in gioco senza barare troppo. Ad amare finché non finirà tutto, che lo si voglia o meno.


LdP, 18 gennaio 2015

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