11/01/15

Lama 521, nell'angolo a sinistra


Per strada, improvvisamente, ho voglia di entrare da un barbiere, ma anche da un macellaio, ed uscirne senza più capelli e senza barba.
Esibire una faccia di culo glabra, irregolare, ordinata come l'ordine che detesto e che mi uccide anche nelle giostre di cortesia.
Forse voglio tagliare capelli e barba perché sogno troppo. E sono uno stronzo per questo. Un colossale, umanissimo stronzo.
Se pubblicassi ora un romanzo un po' giallo, giallo paura, giallo stomaco imbarazzato, mi farei immortalare mentre bevo un Crodino falso, di quello che vendono i cinesi.
Come se la sparano la posa gli scrittori, con quelle foto da cazzo: per arpionare la terminazione meno nobile del consenso, per fare un weekend in una vagina acre di profumo in confezione rossa, per far vedere che loro pensano.
Tutti pensano.
E poi, se io leggo un libro me ne fotto se lo scrittore è un tipo che pensa anche nel privato. Il privato degli scrittori è quasi sempre merdecchia ed egomania malcelata. Anche io ho spruzzato ego, forse per qualche mese, prima di implodere in un blu temporale che è questa assurda presenza al mondo. Era come se mi fossi messo un cazzo in faccia, e spruzzassi ad ogni angolo, al primo complimento, alle meticolose curiosità di qualche sconosciuta annoiata o estetizzante, ignara del disastro delle conoscenze approfondite.
La mano destra, penso per strada, mi serve a pochissimo. Quasi tutto sinistro. Guardo da sinistra, sogno da sinistra, mi corrodo a sinistra, lancio sagome e controfigura nella parte sinistra di stanze, cuori, cessi, librerie, negozi, ricordi, suggestioni senza sfiatatoio.
Chissà, penso mentre svolto a sinistra sull'asfalto bagnato, forse la tentazione più corposa è quella di respirare. Respirare a pieni polmoni e dunque, poi, pagarla.
Un mio conoscente ha citato Proust, giorni fa, e credo non abbia capito un cazzo di quel che copiaincollava. Quando non capisco, non cito. Cito poco. Citare continuamente è una specie di petting inconsistente con sconosciuti. Citare è da fighetti con la puzza sotto al naso e l'orrore per la merda, l'orrore per l'orrore, l'orrore per l'attesa del sollievo dopo gli orrori, i troppi orrori dello stare al gioco.
Al bar prendo un caffè. Mi piacerebbe che il bar fosse una nave e che fuori fosse tutto mare aperto. Senza boe. Senza isole. Senza i miei capelli. Senza la continua tentazione di respirare più forte, più forte fino a spingersi troppo oltre con crediti e debiti.
Vorrei un quaderno viola su una scrivania blu quasi nero, una penna nera con sfumature blu carico, il mare sotto la finestra, l'odore della salsedine durante il sonno e nel corto circuito degli incubi ricorrenti, vorrei quel bicchiere ambra dove tanti anni fa bevevo la mia mancata spontaneità, la mia sporcizia morale autogiustificata, il laidume garbato e raffinato di chi se l'è vista brutta e ora, almeno questo, non finge di aver capito cosa è la vita e dove si va a crepare, quando la clessidra si fa ghiaccio in stanze troppo calde. Il respiro va fuori giri e si muore. Si muore.
Se ti ricordano o ti dimenticano non è affar tuo. Non lo vedi ora in vita, figurarsi dopo. La gente non ricorda l'amore, ricorda i torti. La gente non ricorda la gentilezza, ricorda l'equivoco, il disattendersi, lo sporcarsi di reciproche necessità. Io non ricordo quello che la vita vuole da me e ancor meno quello che voglio o vorrei dalla mia vita. Io ricordo un esteso panorama blu notte, io bambino che massacravo l'immagine lunare con un'ammirazione silenziosa e cupa, la previsione della musica, la previsione di abbracci e convergenze, il vuoto geometrico che vedevo nella cura che gli altri avevano per me, il loro proteggere me, uno spigolo, un'arma bianca sfregata contro il muro, contro la notte, un pezzo di notte finito a vestire una pedina degli scacchi.
Come fai a proteggere un coccio? Come credi di poter proteggere uno spuntone scuro e spesso celato allo sguardo? Si protegge ciò che si vede, ciò che ricambia, che ricambia sempre, non si può proteggere una fuga perpetua su due gambe.
Cercavo di dirlo agli adulti. Tutte quelle stronzate sulla saggezza, sull'amore e sul vivere civile. Ancora oggi mi danno un fastidio attutito ma costante. Tutte quelle stronzate sui rimedi, sulle pozioni, sugli antidoti, sull'incontrarsi nella magia assenteista di Dio.
Oggi sono una nave, sono un pazzo, sono un ex bambino, sono un pugnale che spunta da un muro scuro, non importa se nascondo un diamante o meno nel manico.
Non lo si scoprirà leggendomi, non lo so nemmeno io, credo di potermene fottere ancora per un bel po'. Preferisco cercare un barbiere, che non mi faccia troppe domande e che non faccia collegamenti tra me e le persone che conosce.
Detesto i collegamenti tra le persone. Sono svilenti. Sono un cattivo presagio, è una confusione senza nobiltà.
Ognuno viene da un colore e da una posizione.
Io, per quel che so, dal blu notte, da sinistra. Mi basta.


LdP, 11 gennaio 2015

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