29/01/15

Io c'ero quando Paddy McAloon...


Dal momento che mi trovo sulla riva del mare, dal mare posso imparare. Nessuno ha il diritto di pretendere dal mare che sorregga tutte le imbarcazioni o di esigere dal vento che riempia costantemente tutte le vele. Così nessuno ha il diritto di pretendere da me che la mia vita divenga una prigionia al servizio di certe funzioni. Non il dovere prima di tutto, ma prima di tutto la vita! Come ogni essere umano, devo avere diritto a dei momenti in cui posso farmi da parte e sentire di non essere solo un elemento di una massa chiamata popolazione terrestre, ma di essere un'unità che agisce autonomamente.

STIG DAGERMAN

My love and I, we are boxing clever
She’ll never crowd me out
Fall be free as old confetti
And paint the town, paint the town”

PREFAB SPROUT, “When love breaks down”


Piove nello spazio biancastro del pomeriggio che muore. Uno spazio viscido, gelatinoso e subdolo, dove muoversi può significare scendere verso altre salite, ancora più difficili.
Piove e guardo verso il cesso del bar, dal quale è appena uscita una donna vestita di grigio. Ci scambiamo uno sguardo. Un solo sguardo denso ed inutile come un addio.
Ho i capelli bagnati, lo sguardo un po’ triste, e nonostante tutto, nonostante il tempo delle sicurezze e gli anni delle esaltazioni ondeggianti, sento che il mio aspetto è sgradevole e comunica stridore. Qualcosa che non si incastra. Che non si incastrerà mai.
La donna in grigio fa una telefonata mentre ordina un caffè, il tono è concitato, si tratterà di un uomo, forse il suo, forse –più probabile- quello di un’altra.
Una donna che ama ti permette di dormire. Finalmente di dormire. Tu che non dormi mai, che hai dormito pochissimo tutta la vita e sognato in eccesso.
Una donna che ti ama ti consente anche il sonno, tu che hai passato tutta la vita, salvo brevi momenti, a cercare l’esplosione e non il riposo, le spine e non le conchiglie.
La giacca grigia della donne è completamente bagnata, fuori c’è il diluvio e lei da fuori è venuta. Guardo nei fondi del mio caffè, ma non so leggerli e non mi interessa neppure.
Nel bar c’è odore di caffè tostato, di fumo invecchiato sulle pareti, c’è un piatto di porcellana del Campari, la foto gigante di un parente morto e un collage di immagini del Napoli degli scudetti.
Ho tolto i guanti. Mani freddissime. Mi piacerebbe non avere il naso. Aver dimenticato la bocca a casa, in un cassetto. Non ricordare i sogni. Forse, non apprezzare la musica.
I luoghi di mare, d’inverno, sotto la pioggia, sono un richiamo freddo e tagliente, sono attese che iniziano ad espandersi come scherzi crudeli, sono esili dominati e regolati da strati di nebbia.
La donna beve il suo caffè, chiude la comunicazione con l’interlocutore telefonico ed esce dal bar. Nessuno sguardo. Non lo cercavo. Le mie mani hanno un odore di crema, ma non ne ho usata. Il mare, fuori le vetrate, è un righello grigio con piccole sbavature occasionali.

Vedo la donna vestita di grigio salire in auto, al posto di guida. Con una mano, regge la sciarpa sulla bocca. Le mie mani sono così fredde che il corpo non riesce a prendere calore.
Passano alcuni minuti, pago, esco.
Sul marciapiede di fronte c’è uno stronzo che non voglio salutare. Sono molte le persone che saluto solo se costretto, se costretto dagli occhi. Mi nascondo nel fumo della Camel, svicolo, scelgo una strada più lunga.
Non prendo calore neanche con il movimento. Accelero il passo, ricordo una manciata di canzoni tutte insieme, quelle dei Pale Fountains, quasi tutte quelle dei Prefab Sprout, un po’ di Church e alcuni refrain virali degli Stranglers.
Mi ricordo che quando scartai il vinile di “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, esattamente trent’anni fa, mi sentivo molto felice e fermamente intenzionato a sognare, a sognare seriamente. Non posso nemmeno dimenticare l’emozione di “Univers”, “Ballata” e “Pioggia di luce” dei Litfiba. Sentivo di essere dotato di un cuore gigantesco, un guerriero pronto ad ogni sacrificio, un titano vestito di ombre e luci, ma maledettamente autentico.
Quelle canzoni erano una sfida, un manifesto di ribellione alla fuga dei colori.
Colori che ora, adesso, mi vengono incontro, incarnati negli ombrelli dei bambini che escono da scuola mentre io rientro. Io sono l’uomo che fuma e che non si protegge dalla pioggia, mentre loro fanno roteare i loro colori bagnati ma sani, ancora puliti.
Mi sento elettrico sotto questa pioggia, mi sento una canzone. Una vecchia canzone: “The golden calf” dei Prefab Sprout, elettrico come quella canzone e altrettanto breve.
Mi sento come la voce di Paddy McAloon, il mio adorato Paddy, spirito dolceamaro mai veramente pacificato, languido ed elettrificato come un corto circuito permanente.
Paddy McAloon era un fottuto, meraviglioso, eroe. Per quelli della mia generazione, fatti in un certo modo, un eroe non cancellabile.
Amare la musica di Paddy McAloon significava ammettere la sconfitta, la breve gittata, ma anche accendere le luci ogni sera, comunque, senza camuffarsi di paura.
Amare la musica di Paddy e dei Prefab Sprout significava anche costruire vasche di fiori su una fragilità non più negabile, e non giocare a fare i superuomini; io non volevo soffrire troppo, ma soprattutto non volevo causare sofferenze. Ma sapevo, già sapevo, che ogni emozione è un mettersi in gioco e comporta conseguenze, spesso imprevedibili. Le canzoni dei Prefab Sprout aiutavano a guardare tutto in un’ottica meno selvaggia e nevrotica.
Si sognava facile con “When love breaks down”, era troppo facile. Trappole di Paddy, trappole micidiali. Quelle canzoni, così perfette, rendevano affascinanti amori e desideri già tarati, magari già fregati, erano già nostalgia al primo abbraccio, ed erano poesia sbagliata al momento del congedo, poesia che ti riempiva lo stesso. E viaggiavi.

Devo moltissimo a Paddy McAloon. Meglio, infinitamente meglio, di tanti libri di poesia e di tante promesse condensate in sms e lettere studiate in notti d’insonnia. Devo a Paddy McAloon l’azzardo della dolcezza, il guizzo elettrico e doloroso delle ritirate, la smodata passione per le giornate grigie, in cui una sola striscia di mare riesce ancora oggi a cingere un’intera vita, a spingere verso l’ignoto, con le mani freddissime e le ciglia un po’ bruciate.
Chiamiamola anche poesia pop, miracolo in sintesi di canzone, io so solo che quel che scriveva e cantava era una parte di quello che volevo e che temevo, e che per questo lo considererò sempre un eroe romantico, di quelli che piacciono a me, di quelli facilmente derisi dagli stupidi e da quelli arrivati troppo tardi.
Una volta tanto, io sempre così riluttante, posso dirlo: io c’ero quando i Prefab Sprout costruivano fortezze di petali sui nostri sogni, c’ero quando la voce di Paddy McAloon giocava al meglio con tutti i silenzi e le attese che non sarebbero mai diventate pubblicità di una felicità troppo custodita.

Luca De Pasquale, 29 gennaio 2015

PREFAB SPROUT PLAYLIST:

When Love Breaks Down
Appetite
Nightingales
Cars And Girls
The Golden Calf
The Ice Maiden
The Wedding March
Moon Dog
Nancy (Let your hair down for me)
The Venus Of The Soup Kitchen
Horsin’ Around
Desire As
Hallelujah

ASCOLTI CORRELATI:
Aztec Camera, The Blue Nile, Danny Wilson, Gary Clark, The Pale Fountains, Orange Juice, Microdisney, Roddy Frame, The Style Council, Josef K, The Icicle Works, Ian McNabb, Everything But The Girl, The The


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