14/01/15

Impubblicabile, poco consono


Dal barbiere adiacente alla zona della vecchia università c'è una manicure che sta lì solo per far venire voglia di ricevere un bocchino.
La sua bocca formosa è scolpita in un rossetto rosa shocking, quasi impossibile farsi tagliare i capelli senza pensare ad un chionzo.
La fantasia si fa zozza, metti che ora il barbiere deve scappare a casa per una fuga di gas e il garzone raccogliciocche va a prendersi un caffè, voi fate due moine e poi lei te lo succhia, magari dialogando in napoletano.
Mentre Ammiraglio Martino mi taglia questi ricci molto pepe e un po' di sale, guardo la manicure e la sua bocca rosa, le cosce in calze arabescate e volgarissime, stivalotti e chewing-gum ruminato. Ma sono distratto anche da altri pensieri, e così è solo la fantasia a muoversi, il cazzo non si drizza nei pantaloni: anche perché c'è un uomo che mi tocca la testa e mi sentirei in difetto.

Ho incontrato, prima di entrare in questo tabernacolo, un mio ex compagno di scuola, Timone. Ora fa il consulente editoriale. Che io sappia, non sa un assoluto cazzo di letteratura, lo vedrei più a giocare a polo o candidarsi per un nuovo movimento finto rivoluzionario ma più borghese della destra caciarona, ancora più colpevole. Mi guardava come si guarda un reduce, da non si sa che. Mi ha sempre giudicato un brocco marginale, quello scroto, ma ha l'hobby della simpatia da dimostrare. E così, si aggiusta benevolente tra le pieghe di un amarcord tarato a nebbia e indifferenza, e io lì a fumare con quel ghigno che mi riconosco senza bisogno degli specchi.
Mi enuncia una lista di contatti notevoli con l'ambiente letterario, ha curato delle riedizioni, ha inaugurato una collana di nuovi narratori per un noto editore di Roma, è amico di tutti, e dico tutti, gli scrittori napoletani in circolazione. Tenuto conto che un napoletano su due sostiene di scrivere e lo dimostra facendosi vedere in giro, lo sbranacazzi ha un suo perché, una ferrea forza di volontà.
Si ricorda, dice, che io scrivo roba “che fa un po' ridere” e che sembra “estratta da un diario di Bukowski”. Io gli sorrido. Etichette. Ancora. Limitazioni, circoscrizioni mentali. Come se ora io gli dicessi che per quanto ricordo, lui è un sacco di merda che piace alle donne perché ha i soldi, ma non vale un cazzo. Questo penso di lui. È solo una specie di Gastone Paperone che crede di aver incontrato Paperoga, e vuole divertirsi un po', senza crudeltà, ma con l'arroganza del curriculum più lungo della cartaculo Tenderly.
Le sue amicizie importanti, però, non mi fanno alcuna impressione. Probabile che creda di potermi guastare la giornata, con la sua guasconeria ben poggiata. Ma non riesco a sentire dentro la fiammella del rosico. Per quanto ne so, sto parlando con un mezzo surfista che suona la chitarra sulla spiaggia e poi va ad infilarsi un preservativo per farsi la scopata emozionante in cabina con la più bella della comitiva idiota.
“Devo andare dal barbiere”, gli dico.
“Scrivi ancora?”, mi infila nel nulla.
“Ogni tanto”
“Ma hai pubblicato un libro?”
“No, no”. A che pro la verità, con questo surfista scrotale? Tanto lo sa che ho pubblicato, e vorrebbe divertirsi ancora un po'.
“Scrivevi bene, mi facevi ridere, ma devo dire, non prendertela, che eri impubblicabile... nel senso non per tutti. Spero tu non te la sia presa”
“In verità scrivo lettere d'amore a pagamento per alcuni carcerati e faccio lezioni di italiano ai bambini della primina”, rispondo mostrando un po' i denti, con aria dolce.
“Se hai bisogno di qualche consiglio letterario, chiamami pure... io conosco Onzio De Nardo, il grande scrittore di Salerno est, che ogni tanto pensa mi manda dei dolci per ringraziarmi di alcune dritte...”
Bene, lo hai detto. I dolci di Onzio, mi raccomando, infilateli su per il culo e poi gioca alla papera con la tua attraente quartier model. Surfista. Surfista del cazzo.
Onzio De Nardo. Mai letto nulla. Si porta. Inutile leggerlo. Non telefonerò mai a questo coglione per un consiglio e neanche ad Onzio De Nardo.

Ma torniamo dal barbiere. I miei ciuffi cadono per terra, Ammiraglio Martino mi sfotte sul fatto che Pepito Rossi è rotto e Mario Gomez una zavorra incredibile. Mi ricorda, facendo il tonto, che il Napoli ha vinto a Firenze quest'anno e conclude il tutto con la solita storia che è impossibile vedere un napoletano che tifa Fiorentina.
“Sempre meglio di Inter, Juventus e Milan, no?”, gli dico, facendo il simpatico. La nostra conversazione è di altissimo livello e la manicure si annoia ad ascoltarci, con quelle labbra carnivore e puramente esornative. Ma quelle labbra servono per i clienti anziani, che ancora sperano in un sussurro del cazzo.
Pago, dico qualche cazzata cordiale, esco. Ciao, Ammiraglio Martino.

Fuori al ristorante vegetariano/salutista c'è una flottiglia merdea di vecchi colleghi. Mi intercettano, ma fingono di non avermi visto o addirittura riconosciuto. Con loro ci sono anche un paio di vecchi clienti rompicoglioni che speravo di aver rimosso dalla memoria definitivamente. Ma in questa città si finisce sempre per rincontrarsi, anche se siamo decisamente troppi.
Hanno fatto amicizia, i crumiri pecora e i rompicoglioni. È una scena tenerissima, che dovrebbe farmi fare ammenda una volta per tutte. Devo smetterla, accipicchia, questo è livore, ed il livore è brutto da vedere, è sintomo di “immaturità” e di “poca pace con se stessi”. Devo smetterla con questa crudezza, che poi vado all'Inferno e lì, per quanto mi hanno detto, non c'è corrente elettrica e non si scopa nemmeno.
Sono quattro colleghi e due rompicoglioni, più due donne mute. Perché quelle mezze gonadi non sono affatto capaci di contornarsi di donne che abbiano opinioni diverse dalle loro, o comunque non consolatorie. Ho la tentazione di mettermi a fumare in piedi in direzione del loro tavolo, di modo di bloccarli nei movimenti pur di evitare il triste e penoso riconoscimento. Non sapremmo di certo cosa dirci. Non abbiamo saputo cosa dirci per dieci anni, figurati adesso. Una cosa è certa: la parola “stima” proprio non riesco ad associarla al mio passato lavorativo e, perché no, anche intellettuale, se così vogliamo dire. Nel giro di amicizie, l'ho usata due volte su quaranta, ho fatto progressi.
Prima di scocciarmi, osservo da lontano i loro piatti. C'è della roba verde con delle salsicce finte, una specie di pane di polistirolo solidale, e nessuno di loro ha le sigarette sul tavolo. Questi elementi mi spingono a pensare che nessuno di loro praticherà del sesso anale o avrà le palle di farsi cornificare per il pretesto di cambiare vita. Ho idee dure su queste dinamiche. L'era delle lamentazioni è finita. Se non si sta bene con qualcuno, si volta pagina, alla svelta e senza rompere l'anima al prossimo. Ho conosciuto troppa gente che confondeva artatamente la saliva con la colla.
Getto la sigaretta verso il loro tavolo, ma la gittata è volutamente breve. Dimenticati. Polverizzati. Salsicce finte. Noia. Demolizione ultimata.

La vecchia pazza che dà da mangiare a tutti i gatti della zona, mi chiede se per caso mi è capitato di vedere un malintenzionato in giro con delle polpette avvelenate. Ma che cazzo ne posso sapere, chiedi a Tom Ponzi. Questa mi ha preso per un metal detector. Le persone si rincretiniscono, ed ecco che si dedicano agli animali con una solennità imbarazzante, alle piante, agli amici da recuperare, alle poesie, alle torte di pera e agli sformati di mandorla. Oppure, si limitano a continuare a guardare la tonnellata di cagate che la televisione sforna per intrattenere non più solo le casalinghe di Voghera, ma tutti gli stronzi dello stivale.

A casa getto le chiavi sul divano, accendo una miccetta al mentolo e ripenso al mio incontro con il consulente editoriale Timone, il surfista dell'editing, proposing, publishing, presenting, sponsorizing, lickassing.
Ha la faccia di uno disposto ai compromessi, eccetto forse leccare durante il ciclo, ma ha ragione. Sono rimasto un impubblicabile. Un impresentabile. Forse dovrei provare a scrivere una poesiola. Cazzo sì, una poesiola.
Prendo un tovagliolo di carta e scrivo con la biro:

“Eri tu.
Eri tu tra la folla. I tuoi occhi. Lignei.
Di tramonto e rugiada.
Tu in me
e radici
ad amore perduto, a fari della notte.
Ti amo
è un abbraccio
al mentolo
oh, oh, oh
le tue labbra, notte contro la notte,
mi salvano
ci danno il nome
eri tu
oh oh oh
eri tu”

Però, me la sono cavata. Mi viene la tentazione di postarla su Vessbook e contare i mi piace. Ma come faccio, se non posto prima una foto di me al tramonto, spettinato, languido, disponibile, amante del sole, del mare, del destino che si fa letteratura e viceversa, e se per una volta non faccio credere che non ci infilerò dentro qualche cazzo piccolo e qualche vagina lucidatrice?
Sono i miei limiti. Li supero con un'altra poesia, stavolta scritta di getto sul calendario di Frate Indovino:

“Ho i miei limiti
sono rostri che scuciono
gli angoli delle tenebre
Non mi sono fatto amare
puerilità
aggressione
ridondanza
poca furbizia
socievolezza puttana
ma trovo te
nella folla
nella carta igienica
nei baci a lui
lui chi
che cazzo ne so”

Okay. Pubblico subito.

Luca De Pasquale, 14 gennaio 2015




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