25/01/15

Il senso della lotta

Blue Collar, 1978, Paul Schrader
La tabaccaia mi sorride mentre acquisto la solita scatola di fiammiferi svedesi, che userò per accendere le sigarette. Non mi piace, non è il mio tipo.
Il mio tipo non esiste.
Però questa donna esercita una qualche fascinazione su di me. Forse perché so che non saremo mai altro che il commerciante ed il cliente. C'è qualcosa nel suo sguardo, nei suoi modi, di molto accorto e sensato. Tutto ciò che è sensato, lontano da questo mio andare a sbattere da una barriera di scogli all'altra, mi tenta e mi accende per pochi istanti. Sento, mentre le sfioro una mano nel passaggio di denaro, il desiderio di irrompere come un maremoto nella sua vita. Di invaderla, di travolgerla, di destituirla, di scoparla al buio, sentendola gemere sotto chili e chili di rabbia. Di rabbia, tagliente, ma dolce come uno in agonia.
Non le chiederei sesso orale, anale, non le chiederei di vestirsi con autoreggenti e rossetto arancione. Vorrei solo sentire la sua quiete sotto la mia rabbia, ed essere delicato come un qualsiasi idiota in esilio. Tutto qui.
Saluto, lei sorride, peccato non essere il suo occasionale stronzo. Meglio per lei e anche per me.

Alcuni gabbiani si stagliano nervosi nella scenografia grigio cenere del cielo. Piccoli dolori tra spalle e braccia. Pezzi del mio sapore sparsi per il mondo, ricordi come prostitute a corto di convenevoli, e soprattutto la consapevolezza che i cognomi accanto ai campanelli non sono niente e non significano altro che sinistre occasioni di deviazione.
Tutti quei dischi degli American Music Club consumati sino all'esasperazione, chiedendosi perché mai Mark Eitzel scendesse tanto nei suoi abissi e in quelli che lo incuriosivano. Tutte quelle domande in francese, forse apposta per fraintendere qualcosa, e tutte quelle risposte smozzicate. Tutti quei bilanci falsati, in cerca di una colpa che riordinasse il cielo e i letti, le anticamere del cuore; la ricerca delle colpe per poter versare cemento sulle strade troppo dissestate.
Scrivere la cosa peggiore nel momento peggiore, tentare l'offesa per rivoltare condanne e manie come frittate, spremerle, estrarre un po' di veleno da servire all'ora dei pasticcini. Penso a questa roba claudicante quando trilla il cellulare, ma devio la chiamata verso il nulla. Devio. Mi piace deviare. Mi piace anche il verbo deviare: ho scoperto che ha un senso.

In piazza ci sono dei vecchi che litigano per il calcio e la politica. Mi incupisco. Mi viene in mente che tra venti anni mi guarderò allo specchio, se ci sarò ancora, e mi troverò vecchio. Credo anche che avrò una fottuta paura di crepare. Dubito che all'epoca avrò trovato una fede. Una fede che mi tenga calmo anche in questa roba di schifo, vivere e morire. Vedi tu che razza di stronzo. Pensavo di restare una farfalla nera tutta la vita, una farfalla nera con macchie di colori dell'alba. E invece invecchio. Mi agito quando sento di invecchiare palesemente, poi passa. Ci si trastulla, ci si stordisce. Avresti voluto sentirti una farfalla nera con spruzzi d'alba per tutta la durata del viaggio, e invece. Devi fartene una ragione, ma è un compromesso duro da digerire. In alcuni giorni si è ancora belli, e si resta affascinati dal tempo che resta, sembra un mezzo miracolo sospeso tra le antenne sui palazzi e il tuo cuore.
Poi arriva il vento gelido della sera e rischi di imbatterti nel corpo di qualche trapezista precipitato ai tuoi piedi, come per ricordarti che non devi fare troppo lo sbruffone.
Non esagerare con la voglia di vivere, il vento ti dice, altrimenti il cielo diventerà per te un debito permanente.

Ma accade anche roba più strana ancora. Sei a casa, piazzi un disco dei Gang Of Four che ti squadra il battito del cuore e accelera il sangue, ed ecco che soppianti i tristi effetti degli American Music Club. Percepisci una cosa di cui, forse, riesci ad essere ancora fiero: la resistenza.
Sai che stai resistendo.
Che volevano incularti ma sono arrivati solo a farti togliere i pantaloni, con un controllo di polizia fasullo, con la loro vacua immoralità spacciata per morale funzionante, davvero merda.
Ma loro chi?
A furia di dire e scrivere “loro” si fa la figura degli imbecilli. Poi una definizione per “loro” la trovi: grigi emissari della mancanza di libertà. Strumenti incompleti di potere cieco e parziale, insomma schiavi felici.
Non considero gli schiavi felici come persone: li avverto come nemici e me ne guardo. Bisogna fare resistenza. Uno dei prezzi da pagare è che resistendo sembri un cretino poco furbo, un collezionista di errori e di comportamenti che non pagano. Ma questo tipo di giudizi ha un senso, ha profonde e nobili radici?
No.
La maggior parte dei giudizi, delle castrazioni, delle riprovazioni, sono improvvisazioni, scorciatoie, è la feccia di altre paure, paure mai conosciute, forse quella di contaminarsi accettando le idee -per non dire le ideologie- di chi non ti somiglia.

Leggo Luciano Bianciardi. Magnifico. Voce amara. Voce agra, appunto. Quello che trovo in Bianciardi, in Dagerman, persino nei libri di Henning Mankell, non lo ritrovo nella maggior parte della letteratura contemporanea. Quello che trovo negli “angry young men” lo trovo drammaticamente attuale. Non è vero che sono superati, e che erano i figli incazzati della società inglese diseguale dei sessanta. Il principio di rabbia vale ancora, anzi si è rafforzato. Sono tutti libri che mi fanno riflettere, e che allo stesso tempo, proprio per questo, mi fanno male, mi stimolano con delle ferite, incidono su carne già conciata male. Mi funzionano dentro, significa questo. Leggere può essere doloroso. Non meno di amare. Non meno di lottare, e accettare che la lotta significa anche sconfitta. Spesso finisco di leggere e resto fermo, silenzioso, con una gran faccia di cazzo che scruta il vuoto, scomode ombre cinesi che si mescolano a geometrie di vuoto, figure sbavate con la lingua che fuoriesce dalla bocca e va a leccare pezzi di anima finiti cosce all'aria, escrementi di sogni, carcasse di idoli che non si ha il coraggio di rimuovere. Golem che sono diventati grumi di sangue rappreso, i voli sbagliati della farfalla nera, i frammenti d'alba caduti dalle ali. E non c'è poesia in questo. Non c'è poesia duratura nel cadere, è una puttanata letteraria. Bisognerebbe invece restare a mezza altezza, lo sguardo sicuro, la testa non piegata, la voglia di dare un senso alla rivolta che non si può esaurire nel fottuto fatalismo che alberga in giro.
“È così che va”
“Oggi funziona in questo modo”
“Bisogna comprendere i propri limiti, e trarre insegnamento”
Ma vaffanculo.
Sono la stessa persona che a diciotto anni andò, eccitato come un ebete, a fare una croce sul simbolo di Democrazia Proletaria, sentendosi un piccolissimo eroe idealista, una testa di cazzo piena di buona volontà.
Sono la stessa persona. La disillusione, enorme e fustigante, sconcia e riduttiva, non mi ha spento. Credo più di allora nel senso della lotta. Solo che è cambiato il contesto, il mio cuore è cresciuto, e il numero dei vigliacchi è aumentato in modo esponenziale, perché la società italiana ha mangiato merda fino ad ingrassare per davvero, facendo somigliare ricchi e poveri, ladri ed idealisti, servi amici dei padroni e padroni con il viso illuminato da quella retorica populista che tanto piace e tanto offende la dignità.
Credo ancora nel significato del no, credo ancora in un corpo a corpo con i mostri della riduzione dell'essere umano a cose, a mera catena di montaggio, a codice aziendale. Con un banale vaffanculo, retaggio adolescenziale ancora utile, mi lancio contro il nemico e so che sarò manganellato, che dovrò farmi medicare e nel dolore cercherò quella madre in fuga che ho chiamato quiete. Madre snaturata e tanto evocata, che non ho avuto il piacere di conoscere, e che secondo me non è nascosta in chiesa, nella nascita di un figlio o nella pubblicazione di un libro.
Forse si nasconde nelle stanze meno illuminate, quei luoghi polverosi dove decidiamo, con addosso paure centuplicate, di non soccombere e di rischiare.
In questo caso, ma solo in questo caso, questa madre mi guarda senza sfiorarmi, mi osserva senza sostenermi, sorridendo comprensiva a quell'accelerazione nel vuoto rappresentata dal senso della lotta.


LdP, 25/1/2015

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