30/01/15

I fantocci del padrone


Ti dicevano che per mangiare dovevi fare il bravo.
Ti consigliavano di tenere la bocca chiusa per evitare guai.
Dovevi applaudire il superiore, portargli la borsa, portargli le medicine, sorvegliare la sua porta mentre si faceva ciucciare l'uccello, accompagnarlo in giro con aria accomodante e servizievole.
La maggior parte dei lavoratori che ho conosciuto sembravano ben felici di farselo sbattere in culo. Coscienza critica zero. Coscienza di classe, meno di zero. Alcuni erano di sinistra solo per hobby. Per loro, essere di sinistra si manifestava nell'andare al cinema a guardare qualche film noioso, ritwittare un post de “Il Manifesto”, prendersi una questione al bar con il tizio berlusconiano, oppure strabordare in vecchie estetiche ormai grottesche, come farsi una canna zompettando su Bob Marley.
Ma il culo, il culo era libero e aperto per i transiti padronali.
Anche io, a modo mio, ho venduto parte del culo per dieci anni o giù di lì. La mia colpa era quella di desiderare e portare avanti una forma di autonomia comprensibile: l'indipendenza economica. Non l'agio, ma la sussistenza. La sussistenza dignitosa.
Non i privilegi, i tipici privilegi da latrina del lavoro dipendente, ma una dignitosa sopravvivenza a testa alta. Solo che in certi contesti è praticamente impossibile non prendersi gli schizzi di merda, e la considerazione più atroce è che devi guardarti dai tuoi simili più che dai burocrati ingessati che entrano ed escono dagli uffici a chiappe strette, assertivi e fintamente intraprendenti, tutti impegnati a mostrare un'umanità desolatamente inesistente alla prima prova tangibile.
Dicevano “mostra iniziativa, mostra le tue capacità”, ma si sapeva che si trattava di un bluff. L'unica reale iniziativa tollerata, in certi contesti, è solo quella di servire, di far funzionare la tua parte d'ingranaggio senza rompere i coglioni.
Anche un lavoratore incazzato, che cerca di restare cosciente, vigile e rispettato, può riuscire ad apprezzare un datore di lavoro, un superiore, purché questa figura non sia ambigua, viscida, deprimente come quasi sempre è.
Tutte le volte, salvo rarissimi casi, in cui ho dovuto sedermi di fronte a qualcuno che cercava di ammaestrare me come gli altri, che doveva dare direttive o giudicare il mio lavoro, mi sono bastati pochi minuti per stabilire che si trattava di un pezzo di merda senza un minimo di talento.
Cacaglianti analfabeti, ignoranti fieri ed immersi nell'arroganza, fantocci telefonici o informatici, tramite del tramite, interfono del padrone virtuale come una slide, consulente al sapore di vaselina, consigliori con il fiato pesto e la tariffa abbonata per spirito di corpo.

Non giustifico, e non giustificherò mai, la vocazione al servilismo. Ho vissuto alcuni anni senza acqua calda. Non posso permettermi un'automobile e nemmeno le vacanze. Ho venduto le cose cui tenevo di più per pagarmi il fitto, ho passato delle notti ad inventariare dischi di maniaci che volevano un organizzatore delle loro cantine, per pagare bollette o inique cartelle Equitalia. Gli enti perseguitano gli indigenti, i paesi che hanno scacazzato capitalismo fallimentare sono i più esposti alle iniquità e all'ingiustizia sociale. Oggi, tra parole sordide come “austerità”, “crisi” (nella sventata accezione negativa degli opinionisti conservatori e dei politici molesti) e altri motti di fasullo ravvedimento, passa ancora la notizia infondata che salario significa sacrificio, che il lavoratore deve accettare i cambiamenti della società e cercare di sfangarla, in qualsiasi modo, lecito o illecito che sia.

Vengo da una famiglia borghese, ma al contempo operaia. Non ho mai saputo bene cosa è il benessere. Ho deciso presto di interessarmene il meno possibile, non volevo impazzire come un coglione, uno di quei condannati che si autodistrugge cercando di catturare tutto il cielo con uno sguardo.
Non mi autodistruggerò, come lavoratore e come uomo, perché i miei diritti sembrano non arrivare all'altezza delle scrivanie degli stronzi e dei fantocci.
Non inizierò a compatirmi perché prima cassintegrato e ora disoccupato, perché vecchio per il famoso ed infame “mercato del lavoro”, e ancor di più non rinuncerò alla cultura “perché c'è altro da fare, e occorre rimboccarsi le maniche”.
Certi idioti dovrebbero mettersi in testa che la cultura, o meglio il tentativo culturale, la curiosità sana e anche umile, non è una perdita di tempo o una fumisteria intellettualoide, è parte integrante della lotta.
È grazie all'ignoranza che continuava a specchiarsi con un compiacimento demenziale che siamo arrivati a questo punto.
Come quei miei colleghi che bisbigliavano la frasetta “che me ne fotte, basta che mi pagano” e poi facevano la risatina complice.
Perché io ho famiglia”
Non ho tempo di mettermi a fare l'intellettuale, io”
Tu evidentemente puoi permetterti di continuare a scrivere, leggere troppi libri e comprare pure dischi”
L'intelletto non è un'entità astratta. È, anzi, un investimento pragmatico. Io non sono una persona “colta”, non mi basterebbero due vite e poi è una definizione di merda, mortificante, statica, molto borghese.
Per continuare a scrivere mi sono lavato con l'acqua gelida a gennaio, sono rimasto fuori dalle feste, dai party celebrativi, dai flash mob a culo nudo, sono anche rimasto fuori dalle sale del consenso. Non c'è alcun eroismo, gli eroi sono ben altri, è solo resistenza che cerca di mantenere alto un livello accettabile di consapevolezza.
Non apprezzo, nemmeno un po', quelli che si sforzano di mostrarsi rivoluzionari, consci e duri a morire, e che intanto continuano a nascondere soldi sotto la cuccia del cane in giardino, e che al contempo acquistano un gadget per il caporeparto, il direttore, l'amministratore.

I miei ex colleghi avevano il brutto vizio di organizzare collette e regali per i direttori e per i responsabili, figure meste e vuote che ruotavano attorno alle nostre carogne già pronte.
Non ho mai partecipato ad una sola colletta per quegli stronzi fasulli, non ho mai partecipato ad una festa con valvassori e sudditi in perizoma; se l'avessi fatto, mi sarei sputato in faccia per anni ed anni.
I regali e le collette sono aumentati in modo esponenziale quando si venne a sapere che alcuni di noi avrebbero perso il posto. Ognuno cercava di farsi notare in qualche modo, di apparire insostituibile e fedele, per me era la degenerazione totale dell'essenza umana.
Ho deciso velocemente che era tempo di lasciare la tazza del cesso e i trampolini disseminati dappertutto. Ero stanco di svegliarmi ogni mattina e accorgermi che c'era qualcuno o qualcosa che cercava di violarmi con disinvoltura e nonchalance, nel nome di quella legge inaccettabile che è pagare il proprio diritto al salario con la completa sconfitta della dignità.
Il risultato, prevedibile ed in linea con le mie aspettative, è stato che l'azienda si è sbarazzata con molto entusiasmo di me, pisciandomi quattro soldi in mano, salutandomi con un ineffabile ed ipocrita “passa pure a salutarci”.
La mia è una storia ordinaria, banalissima, nello stivale che scalpiccia nella merda, niente che differisca dal disastro in corso.
Nessun martirio, nessuna sventura superiore al consueto, tutto regolare, ero un badge aziendale che è stato disattivato. Ma non mi hanno disattivato l'anima, la voglia di scrivere e raccontare, e soprattutto la voglia di guardarmi allo specchio il mattino, per quanto la visione spesso non sia delle più confortanti.

Brucia di più, semmai, la banalità del bene, più che il grande lago di sterco che è il lavoro dipendente braghe in mano; brucia di più la disarmante pochezza di chi dovrebbe essere solidale, attivo in forme di resistenza, presente al momento dello scontro e non nascosto dietro colonne, postazioni, benefici di cartone.
È più grave che il tradimento, il grande tradimento, provenga dai compagni, da quelli che abitano la tua stessa zona grigia di sterminio post-industriale.
È triste l'avversione per la manifestazione della coscienza non curandosi delle conseguenze; chi parla, chi si palesa per quel che è, non è uno stupido suicida ma un uomo (e un lavoratore) che non vuole abbassare la guardia. Tutto qui.
L'ultima forma di libertà rimasta è resistere. Resistere sognando, Resistere tentando la sorte della libera espressione, ovunque e comunque.
Lottare non è andare al cinema, non è semplicemente indignarsi, non è fingere che il populismo sostituisca la coscienza, lottare non ha niente a che spartire con slogan da social network, rugose forme condivise di dogmi invecchiati male, lottare significa essere presenti e, in qualche modo, rischiare che ti eliminino.
Il rischio della lotta è anche quello, preciso e puntuale, di restare confinato in un dimenticatoio sorvegliato, come un cane che sta invecchiando e che è bene non lanci in giro gli ultimi morsi; ma è o non è parte del gioco?

Tu giudichi troppo”. Sono stato rimproverato spesso in questo modo.
Tu ti elevi a giudice, ma chi ti consente questa arroganza?”
Ma giudice un cazzo, pardon. Io cerco solo di essere critico: in primis con me stesso. Cerco di essere sveglio. E di non vendermi per un appezzamento di terreno, per parte di una casa di proprietà, io che non ho mai posseduto niente, per un giro nel villaggio vacanze del capo.
Così come non mi piace fare aria al culo e all'ego degli altri, non pretendo che lo si faccia a me. Non è con i complimenti che si diventa fratelli, invece è con l'ipocrisia al massimo livello che si diventa complici, ma sia chiaro una volta per tutte: senza la magia della presenza.
E della rivolta.
Non deve essere un regalo del padrone, guardare le stelle dal porcile, non lo deve essere mai più.


Luca De Pasquale, 30 gennaio 2015

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