20/01/15

Fluxus, il coraggio del rischio: intervista a Luca Pastore


Ho scoperto tardivamente i Fluxus, e cioè qualche anno fa. E non per merito mio, ma di un amico che me ne aveva parlato più volte.
Finché la scintilla non è scattata.
Non ho mai avuto problemi di esterofilia nevrotica, per carità, ma certe perle del rock italiano non me le sono gustate a tempo, forse troppo a caccia di realtà minori e ribelli da altri universi.
I Fluxus, da Torino. Li avevo venduti negli anni dell’import store, ma non li avevo ascoltati; perché altrimenti le cose sarebbero cambiate e il processo di conoscenza sarebbe presto diventato una passione. Come è stato dopo.
Quattro dischi, uno più bello dell’altro. Abrasivi, situazionisti, completamente scollegati dall’ortodossia stessa della musica “alternativa”, in fondo imprendibili, indefinibili. Capaci di esordire con un disco, “Vita in un pacifico nuovo mondo”, che era sì noise ma anche molto altro, e di concludere una parabola aperta e lucida con un album melodico, rarefatto, denso e molto emotivo, quello per intenderci con il porcellino nel rosa, album eponimo.
Da quando fanno parte del mio bagaglio musicale ma anche interiore, non ho mai tentato biecamente di confinare i Fluxus tra gli artisti di culto che spesso, per celia e retorica, finiamo per considerare solo dei grandi incompresi con un talento spaventoso. Continuo, ed è anche un desiderio, a considerare i Fluxus come un’entità aperta, rinfrancato dalla recente reunion e dalla giusta considerazione che è stata loro rivolta, ma è sempre troppo poco, con un disco tributo uscito nel 2013, “Tutto da rifare”, che ha visto diverse band “angolari” cimentarsi con il repertorio di questi scontrosi eroi.
Colmo la mia sezione di rimpianti, due su tutti, non averli vissuti dal vivo e non averli sparati al massimo nell’ultima insopportabile macelleria musicale dove ho lavorato, rivolgendo alcune domande a Luca Pastore, basso e chitarra nel gruppo, ma anche filmaker, sceneggiatore, autore e quant’altro.

LDP: Luca, ho ancora un bel ricordo di quando vi ho scoperti. In una serata in cui avevo macinato i soliti Gang Of Four e “Pink flag” dei Wire. Fulminazione. La prima impressione è rimasta, e cioè di un magma non etichettabile, una sorta di contenitore sonoro senza pareti. Ho tentato anch’io, noise, post-punk, art rock violento… e poi ho rinunciato. Siete sfuggiti ad ogni possibile inquadramento: questa a mio avviso è stata la vostra grande forza; in realtà ve ne siete meravigliosamente fregati del mercato. Cambieresti qualcosa nel vostro percorso?

LP:Intanto mi fa piacere che tu ci abbia 'scoperti' mentre macinavi Gang of Four e Wire, due gruppi che ho amato e amo moltissimo per il loro coraggio, la loro coerenza e (nel caso dei Gang of Four dei primi 2 dischi) la loro sensibilità politica.
In realtà i Fluxus al tempo del primo album sono stati inquadrati come 'grunge', forse perchè allora qualsiasi cosa suonasse forte era etichettata così. Certamente il punk c'entrava molto, sia per le nostre storie personali che per i nostri gusti... I Wire possono essere un buon punto di riferimento: punk 'obliquo' e intellettuale.
Ma questo riguarda la musica, gli ascolti, i feticismi personali... Quello che per noi doveva fare la differenza erano le parole, lo sguardo su quello che ci circondava: in questo senso, facendo quella scelta, era automatico rinunciare ad un confronto con 'il mercato', eravamo perfettamente consapevoli che facevamo musica invendibile almeno in Italia, e sopratutto che dicevamo cose poco 'correct'... ma ci piaceva, ed eravamo molto donchiscotteschi, a volte persino sprezzanti...
Non cambierei nulla perchè non potrei farlo e non avremmo potuto farlo nemmeno allora: i Fluxus erano e sono quella cosa lì, nel bene e nel male.

LDP: La sensazione che si prova oggi, rimestando e rovistando nel rock “altro” italiano, è che manchi a tutti gli effetti una band come i Fluxus, capace di rievocare Sonic Youth e Wire, la rarefazione estetica intelligente e la pura, giusta, brutalità. Come vedi la scena italiana odierna?

LP:Sono sincero, non seguo la musica in termini di 'scene', cosa che negli anni '80 e '90 facevo. Credo ci sia tutto e il contrario di tutto in Italia e fuori. C'è un'offerta pazzesca, e questo è bellissimo per chi suona ma è davvero impegnativo per chi ascolta: si rischia di non approfondire nulla, di saltare qua e là freneticamente senza avere punti di riferimento. Ci sono cose che mi piacciono, mi appartengono e che sento affini al nostro percorso: Fuzz Orchestra, Teatro degli Orrori, Linea77, i vecchi grandi Massimo Volume... in Italia continuo a sintonizzarmi sulle cose che sento più vicine. Pur senza approfondire troppo mi piacciono anche parecchie delle giovani band che hanno reinterpretato i nostri pezzi in "Tutto da rifare", e in generale tutti quelli che rischiano e sono liberi di suonare quello che gli pare senza calcoli.


LDP:Tutti voi siete impegnati in altro, pensi che potrebbe verificarsi la possibilità di incidere di nuovo insieme?

LP: Fino ad un paio di anni fa avrei risposto sicuramente di no. Ero assolutamente contrario a fare qualsiasi cosa sotto l'etichetta Fluxus. Mi sembrava che potessimo essere fraintesi, che il fatto di suonare ancora insieme potesse essere interpretato come puro egocentrismo. Ora, dopo aver ripreso a suonare insieme devo dire che non me ne frega nulla di come possa essere interpretata questa reincarnazione: le sensazioni sono le stesse di prima, l'attitudine, un pò isolazionista, anche... quindi credo che prima o poi faremo qualcosa di nuovo.

LDP: Naturalmente, i vostri dischi sono fuori catalogo. Cosa che non stupisce, considerata la miopia discografica italiana, e che costrinse anche me ad una gimkana inestricabile tra siti tedeschi e austriaci e venditori che facevano pagare “Non esistere” a peso d’oro. Ma l’ho fatto. Non voglio addentrarmi in questioni di diritti ed altro, ma pensi che l’idea di un poker di ristampe sia inattuabile?

LP: Immagino che anche tu come me sia legato al supporto fisico, al disco come oggetto che si può toccare. Io sono veramente fondamentalista, ma non per snobismo: amo davvero profondamente la musica e se qualsiasi altro oggetto (dalla macchina ai vestiti ai mobili di casa e persino ai libri e agli strumenti) ha per me un valore puramente 'strumentale', ai miei dischi sono legato visceralmente. Ascolto esclusivamente vinile. Ma, lo ribadisco, non per snobismo: quando ho il tempo per ascoltare musica è automatico che scelga un vinile, tanto che ho venduto la maggior parte dei miei cd (e ne avevo tanti avendo scritto recensioni per 'il manifesto' per 3 anni). La musica 'liquida' non mi appartiene, non scarico nulla: se qualcosa ascoltato in rete mi piace cerco il vinile, se non lo trovo devo rinunciare ad ascoltare quel disco. Ammetto senza problemi di essere feticista, so che la maggior parte di coloro che appartengono alla generazione successiva alla mia non riescono a concepire questo atteggiamento: amen. Per questo la prima cosa che dovrebbe succedere in tempi non biblici è un'edizione in vinile del maialino (che è l'unico dei nostri dischi uscito solo in cd) con un intero disco inedito in allegato (in download o cd, ahimè): "Satelliti e marziani", un lavoro mooooolto sperimentale registrato nel 2004. Ne stiamo parlando con i ragazzi di INRI: vedremo, anche per gli altri dischi.


LDP: Come detto precedentemente, non siete stati assolutamente derivativi. Ma mi piace chiederti quali sono state le tue influenze personali, in materia di musicisti, band e anche rappresentanti di altre arti. Mi fai qualche nome?

LP: Le mie influenze sono davvero tante, tantissime, diverse, contradditorie. L'arte in generale è il punto di partenza, prima ancora della musica. E allora sembra banale citare gli artisti Fluxus, da Beuys a Nam June Paik, e ovviamente Maciunas (che è anche il nome del gruppo con Giorgio Ciccarelli degli Afterhours e Robi dei Fluxus). La cosa che mi ha sempre affascinato del Fluxus è la capacità di utilizzare diverse discipline artistiche rispettandone le caratteristiche. E' un modo di concepire l'espressione artistica estremamente moderno, precursore delle opportunità che la tecnologia offre oggi a chi voglia esprimersi artisticamente.
Ho iniziato ad ascoltare musica negli anni '70, veramente da bambino, con alcuni 'maestri' più grandi che mi hanno indirizzato verso quello che allora era l'underground... Quindi le mie radici sono nella musica creativa dei '70, dai Soft Machine ai Gong, da Zappa agli Area e ad altri 1000. Poi la rivoluzione punk e postpunk, l'immersione nella scena '80 e la scoperta di una libertà totale, non necessariamente legata all'abilità strumentale: Wire, Rip Rig and Panic, Ludus, Contortions, Tuxedomoon, Swans, Death in June, Psychic Tv, Gaznevada, Dead Kennedys, Black Flag, Germs, Cabaret Voltaire, Pere Ubu, This Heat, Pop Group e tantissima altra roba ispida e spinosa, fino al bridge di Husker Du e Pixies che aprono i '90... Da lì in poi ascolto praticamente ogni disco fino ai 2000.
Del cinema non parlo perchè aprirei una porta che è meglio tenere chiusa. Comunque il mio film di riferimento è "Festen", senza se e senza ma.

LDP:Siete stati “politici” senza cadere in nessuna delle tristi trappole della musica di rottura. Siete stati di rottura senza abbracciare l’estetica squadrata della ribellione, anzi spiazzando; pensi che oggi questo sarebbe ancora possibile?

LP: Siamo stati politici perché siamo stati documentaristici. Non abbiamo mai fatto altro che descrivere quello che vedevamo. Non siamo stati retorici, o almeno lo spero. Non siamo stati partitici o movimentisti. Non siamo stati "l'organo" musicale di nessun movimento: i nostri pezzi non erano adatti ai sound system delle manifestazioni (alle quali peraltro partecipavamo e, in parte, partecipiamo).
La politica onesta deve tornare ad essere spietata, anche e sopratutto con se stessi e con gli "amici", mettendo nel conto la possibilità di essere isolati. Odiamo i riti, anche quando ci commuovono...o forse proprio per questo. La resistenza bisogna farla, ognuno come può, non celebrarla.
Certo che è ancora possibile: anzi, è proprio il momento nel quale ci si può liberare delle etichette e guardare alla sostanza, alla coerenza, alla sincerità.

LDP: Il disco dei Fluxus che amo di più, pur adorando i precedenti tre, è proprio l’ultimo. L’ho ascoltato fino a consumarlo e “Una splendida giornata di luna” mi piacerebbe riascoltarla oggi da voi e da uno come Faust’O. Il “disco del porcellino” mi ha colpito anche per la quantità di persone che ha fatto affondare, nel senso di rimanerne affascinati, avvinghiati: persone che ascoltavano Dire Straits, reggae, lounge, John Coltrane mi hanno chiesto di procurare loro quel disco. Qual è stata l’alchimia di quel lavoro?

LP: I Fluxus hanno avuto diverse incarnazioni. Al di là del nocciolo duro formato da me, Franz e Robi, sui vari dischi e nei vari tour si è alternata almeno una quindicina di musicisti, alcuni per lunghi tratti del nostro percorso (come Adriano Cresto e Simone Cinotto), altri per periodi più brevi, con rientri e uscite. Attualmente, oltre a noi tre, nei Fluxus suona anche Fabio Lombardo, che già aveva partecipato al tour di "Pura Lana Vergine". Dopo quel tour, come già era successo per i due dischi precedenti, abbiamo azzerato tutto, ma in maniera più radicale che in passato. Dopo 6 anni e 3 dischi nei quali cercavamo geometria e potenza, abbiamo deciso che volevamo esplorare un'altra strada. In realtà stavamo solo cercando un mood diverso per le stesse cose, dato che le parole erano più o meno quelle: forse il piano del racconto si faceva un pò meno terreno e un po' più mentale e visionario... Forse anche noi sentivamo una trasformazione sociale e politica in arrivo. Sicuramente dal punto di vista musicale il maialino nasce in modo diverso dai 3 dischi precedenti. Prima il materiale veniva composto per essere suonato dal vivo: si facevano parecchi concerti suonando i nuovi pezzi poi si andava in studio a registrarli praticamente in diretta. Per il maialino invece abbiamo lavorato in modo diverso, componendo il disco quasi completamente in studio. Io suonavo la chitarra già dal tour di "Pura Lana Vergine", e per la prima volta il basso è stato aggiunto ai pezzi già composti e parzialmente registrati. Attualmente suono una chitarra modificata con 4 corde 'spesse', splittata su due ampli, uno da chitarra e uno da basso. I Fluxus ora suonano senza basso. L'atmosfera generale del maialino doveva consentire a Franz di cantare senza urlare, in modo da sottolineare alcune sfumature che in precedenza erano affogate nel marasma strumentale. Strumentalmente ci interessava utilizzare lo studio in modo più completo: ci sono inserti di strumenti particolari (il flauto, il mellotron), faccio addirittura i cori, c'è un contributo sostanziale di Roy Paci, c'è la collaborazione di Theo Teardo... E' un disco probabilmente più emotivo degli altri, forse più amaro.

LDP: Sei regista, autore, hai fondato la Legovideo, hai curato alcuni tra i migliori videoclip di band “non allineate”. Il tuo percorso sembra dimostrare che, se si vuole, si riesce a trovare una voce e a non confinarsi in una sola espressione artistica. Come sei riuscito a trovare il tuo equilibrio tra stimoli ed impegni diversi?

LP: Non ho mai trovato l'equilibrio in realtà. Il bisogno di esprimermi (insieme all'egocentrismo senza il quale non si fa nulla) mi ha portato a vincere il timore del giudizio degli altri: ho provato a sperimentare qualsiasi forma di espressione e ho scelto di rischiare di vivere facendo l'artista. E' un gioco bellissimo e molto serio, per il quale a volte ti senti in colpa e hai la sensazione di essere presuntuoso; altre volte l'indisponibilità al compromesso ti crea qualche problema... Sicuramente non viviamo nel luogo e nel tempo migliori per percorrere la strada della sperimentazione artistica, ma malgrado le difficoltà faccio esattamente quello che ho scelto di fare e sono soddisfatto.



LDP: A proposito, “Freakbeat” è stato un film che ha raccolto molti plausi ed elogi. Lo hai diretto nel 2011 e rappresenta un tentativo riuscito di narrare di musica e non solo, occupandosi del beat italiano (con Freak Antoni assolutamente “in parte”) senza poter essere definito (e ci risiamo) un “documentario”. Hai altri film in cantiere, al momento?

LP: Il discorso su che cosa sia un 'documentario' è uno dei miei argomenti preferiti e porterebbe via davvero troppo spazio: magari approfondiamo prossimamente...
Ho altri progetti ovviamente, e altrettanto ovviamente il mio problema principale è trovare le sponde produttive per realizzarli, soprattutto in un periodo nel quale quando pronunci la parola 'cultura' le mani corrono al calcio della pistola... Ma bisogna crederci e insistere, e prendere i tuoi interlocutori per sfinimento: o ti cacciano o cedono.

LDP: Una sola ultima domanda: è ancora possibile essere punk?

LP: Non è certamente una scelta, è qualcosa che si manifesta a prescindere dall'estetica, dalle uniformi, dai gusti... Credo sia un fatto genetico: fra gli uomini delle caverne il primo che ha disegnato il graffito del bufalo era sicuramente considerato un tipo strano.



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