08/01/15

Chef, giallisti, navigatori e teste di cazzo


Non bastavano gli aspiranti cuochi e quei fottuti programmi di cucina dappertutto, ad ogni ora. Non ne posso più di gente con il grembiulino addosso e le mani nella farina, nella segale, nei pomodori innestati da fiori di lavanda e lattice saraceno. Non bastava sentirsi imprigionati in un paese popolato da milioni di cuochi e chef del cazzo.
Ora ci si mettono anche gli aspiranti giallisti. Giallisti per ogni dove.
Ci si sveglia la mattina e si decide di scrivere un giallo.
Ho talento”, si dicono, “ora creo un bel commissario, un investigatore”
Scrivo un giallo con protagonista un malinconico commissario, sempre con le mani in tasca, che fuma sigari tagliati a metà e ha avuto un solo amore infelice e da allora niente donne...
Napoli si è risvegliata città di giallisti. Il tenente Percuoco. Il commissario Pippariello. L'aiutante scemo ma saggio Passalacqua. L'appuntato Cuozzo, con l'hobby del presepe e una moglie disinvolta. Perché gli appuntati bene o male il biscotto lo intingono, mentre per i commissari tante doglie esistenziali e la nebbia trascendente che la mattina scende su Piazza del Gesù e fa tanto moderna cartolina.
In tanti ad imitarne solo uno. O due.
Conosco più giallisti che eterosessuali. Ogni quattro italiani ci sono due giallisti, e i due che non si cimentano hanno dovuto rinunciare solo per motivi di età o perché lavorano in fabbrica e non sono dei borghesi trinariciuti con la passione di farsi notare e “provarci”.
Amici sedicenti intellettuali hanno smesso di leggere libri “normali”, preferendo le gesta del commissario Cacazzo e sganasciandosi per gli svarioni grammaticali attribuiti al questore Succhioja. Il tutto, pur di distrarsi e non cadere nelle ganasce luride del “pensare negativo”.
Gli italiani si dividono tra ricette avveniristiche e tentativi di scrittura leggera ma zeppa di trame poliziesche imperdibili. Il resto della ciurma abbandona posizioni isolate per andare ad unirsi con il resto del mondo, incapaci, cronicamente riluttanti, di avere e perseguire una coscienza di classe.
Per non girarci troppo attorno, la classe media sembra aver assunto definitivamente la propensione a leccarlo a qualcuno. A provare gratitudine verso chi concede spazio, fiducia, utile amicizia. Dobbiamo essere grati a chi ci pubblica e chi ci legge, a chi ci fa fare l'amore, a chi si unisce al nostro voto, a chi smania sulla poltrona a fianco alla nostra per la stessa squadra del cuore. Siamo individui assoldati a nero da comiche forme di gratitudine partigiana. Siamo grati a chi ci segue nelle nostre evoluzioni e chi non partecipa fattivamente diventa un nemico al quale esibire i nostri trofei. La classe media italiana non guarda oltre il pozzo nero del suo buco di culo. L'aspetto grottesco della cosa è che guardando quel fiume di liquami fingiamo di intravedere i miraggi letterari, i messia dalle lunghe vestali e dall'enorme cuore, simuliamo il riconoscimento di eroi che hanno il solo pregio di apparirci familiari e dunque contigui alla nostra vita individuale.

Callo Maria, amico della sinistra fatta ad uva rancida e 99 Posse, stigmatizza fortemente i miei eccessi verbali ed ideologici. Mi fa capire senza mezzi termini che mi trova sgradevole e non gli piace quello che scrivo. Per me un dolore incommensurabile, che neanche le unghie incarnite. Perché lui cerca sempre di essere civile ed accogliente, a costo di rendersi ridicolo. La sua donna è stata l'elemosina che la vita gli ha concesso. Quanto al suo lavoro, glielo ha passato il padre. Non ha meriti di alcun tipo, ai miei occhi. Non ha mai rischiato un parere, un opinione, un comportamento, un'attitudine, non si è mai ustionato il culo nella realtà. Però gli piace ascoltare gruppi tendenzialmente schierati a sinistra, leggere autori dichiaratamente progressisti, attribuendo alla parola “progressista” un valore eccessivo se non grottesco. Sfuggo ai suoi inquadramenti mentali. Non certo perché io sia un grosso intellettuale, non ci terrei nemmeno, ma perché le mie provocazioni -così le giudica- lo indispettiscono non poco. Non mi riesce a collocare, ed ecco che impazzisce. Il suo fare tignoso, in compenso, me lo fa collocare in un posto poco illuminato, esattamente all'estrema sinistra dei miei slip. Ma non ho mai litigato con lui. Non sono un tipo litigioso e le discussioni mi provocano solo uno sciocco mal di testa.
Mentre ci prendiamo un cornetto al bar, mi dice: “Sto scrivendo un libro”
Oh, bene”
È un giallo. O meglio, sarà un giallo. Sono arrivato a pagina sette e per ora mi piace... Annalisa mi ha detto che è abbastanza appassionante... e io mi fido di lei, perché come sai è una donna straordinaria”
Mmmh”
In questo libro narro le avventure di un disilluso commissario di sinistra...”
Molto originale, Callo Maria”
Vuoi sapere come l'ho chiamato?”
Non vedevo l'ora di chiedertelo, te lo giuro su Callejon”
... si chiama Palmiro Spigola”
Aspetta che io rida. E io rido. Rido tanto, al punto che l'uccello mi fa una piroetta antioraria nei succitati slip.
Basta poco per fare felici gli entusiasti di se stessi.
Palmiro Spigola. Bravo. Bravissimo. Io non avrei mai potuto.
Complimentissimi”, sussurro, “nome originalissimo, suggestivo”
Un personaggio che mi appartiene molto. Per scrivere, ho dovuto abbandonare il corso di cucina che facevo insieme ad Annalisa, “Neapolitan Power Cooker”, che mi stava entusiasmando”
Avevi elaborato qualche ricetta tutta tua, Callo Maria?”
Gli scialatielli al brodo di polipo con maggiorana, kiwi e Nesquik”
Ecco perché non trovi mai il tempo di divertirti un po' con i gingilli di famiglia, penso.
In questo cornetto ci avrei messo un po' di cannella”, erompe saccente mentre mastica con entusiasmo. Detesto la gente che mastica forte. Quando si mangia bisognerebbe mettere il silenziatore e pensare a questioni di filosofia spicciola. Aiuterebbe.
Finisce il cornetto, ancora tutto preso dalle variazioni che apporterebbe alla pasta sfoglia, poi mi chiede se sto scrivendo e cosa. Rispondo vago, il suo parere non mi interessa, e poi so che non vede l'ora di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Avrà dei massi, lì dentro, una diga di pietre, figlio di puttana.
E infatti.
Ho letto che stai facendo delle interviste. Non so se ti pagano, comunque quei musicisti non li conosco. Carina come cosa comunque. Penso ti serva anche per affrontare la perdita del lavoro... brutta storia quella...”
Figurati, Callo Maria. Niente che valga il tuo Palmiro Spigola, ci mancherebbe”
Resta interdetto, nel dubbio che lo stia canzonando. Ma continuo a depistarlo: “Mi piace il tuo omaggiare la melancolia partenopea con questo personaggio a metà tra Eduardo e Salvatore Di Giacomo, questo Maigret dei Vergini, questo Poirot dei decumani. Bravo”
Ehm... grazie”
Testa di cazzo. Se me lo lavorassi a dovere, se gli facessi sentire la mia stima dura e regolare come il membro di un pornoattore, lui mi sarebbe grato di qualcosa. Della mia attenzione. È così che funziona. Lo giuro. Funziona così.
Come va con la tua compagna?”, chiede.
Benissimo, grazie”
Ah... bene... oh, bello”
Sembra deluso, Palmiro Spigola. Ma certo. Ma certo, coccarda di chef umana. Lui è “abituato” ad una mia infelicità di fondo, era comoda da delimitare, era comoda da analizzare, Jung micropenis, Fred under attack.
Hai trovato una tua serenità dopo momenti duri”, valuta lì per lì.
Già amico. Mi funziona il cuore. Il cazzo pure. Non ho ridotto il fumo. Non ho perso lo scalpo e non ho messo adipe. Non uso Viagra e manco Malox. Non voto il Partito Democratico. Non sono finito come te nei Movimenti.
Ma nessuno è come la sua Annalisa. Nessuno è come le sue ricette e il suo commissario Spigola. Nessuno è come lui. Per fortuna nessuno è come lui.

Mi accompagna ancora per un po'. Mi dice che ha scoperto la terapia del cibo. Nel senso che cucinando, per sintetizzare, si palesa il Dio della sua calma e della rinascita. Tra un tortino di farro che fa anche andare al bagno con regolarità e le avventure di ispettori, agenti semplici, funzionarie attraenti e giudici appassionati di scacchi, la sua vita si compie.
Poi, magari, non ha mai letto un libro di Simenon e cucinare diventa un surrogato dei coiti, che sono troppo sporchi per un'anima bella come la sua.
Dopo averlo salutato, mi sento in colpa con me stesso.
Parecchio, pure.
Perché non gli ho detto la verità e quindi non ho tenuto fede alle mie reali posizioni in materia di letture e cucina. Avrei dovuto riferirgli il seguente pensiero: “Non ho nulla contro i giallisti. Quello che mi secca è che si cimentino tutti e che credano anche di essere originali, mentre ricalcano pedissequamente modelli vincenti. È un mio diritto non leggerli, non fingere interesse in materia. Preferirei la biografia di una vecchia tenutaria di bordello. Esclusi McIlvanney e Brookmyre, i gialli mi hanno rotto i coglioni. Detesto gli uomini che cucinano. Sono pedanti e credono di essere seduttivi, le loro complicate ricette sono sostitutivi del cazzo. Così la vedo io, dunque il tuo tortino di zucca araba te lo puoi anche infilare dritto in culo”

Ma mi sono davvero tradito non esponendo questa posizione?
Quanto conta la mia posizione? Nulla. Se non per me stesso. Quello sì. Tengo la mia posizione. Sarà solitaria quanto si vuole, ma è la mia. Non entro nel flusso delle idee condivise per forza.
Trovo molto grave che tanta gente abbia sostituito la lettura del giornale con le storie del sergente Stipsi e le tante puttanate virali dei social. Da vecchio e fetente macho del sud, trovo comici gli uomini che si agitano tra i tegami fingendo che lo charme nasca in cucina e non altrove.
Non mi piacciono i gialli. Non li leggo.
Non mi piacciono i libri umoristici. Non li leggo.
Non mi piace la napoletanità esibita. Non la reggo: è fasulla.
Piuttosto che Masterchef e affini, preferirei guardare un film cuckold gay.
Non credo negli eroi e vorrei spiegare una volta per tutte che la scelta di mantenere una posizione isolata è una scelta dolorosa e non una posa.
Non credo alla gratitudine consequenziale e di comodo.
Credo in pochissime cose: per quelle, mi si creda in parola, sono anche pronto a sguainare la mia spada de foco.

©Luca De Pasquale

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