13/01/15

Cave tibi a cane muto


C'è un cane che gira per i cortili di notte. Morde, aggredisce, ferisce. Non sbrana perché non ha il tempo e perché è più impegnato a nascondersi.
Dev'essere un cane che ha sofferto, penso mentre abbasso la tapparella, forse non gli basta più pisciare sulle scarpe delle mezze calze e degli stronzi.
Come lo capisco.
La vicina mi ha raccontato questa storia del cane cattivo, anche un po' zoppo, la sua paura è stupida perché lei di sera si rinchiude a casa con il marito. Io la trovo una cosa romantica, questa del cane. Del cane zoppo che tende agguati nel buio. Un Cujo di provincia, uno che ha preso le botte.
Al marito della vicina puzzano i piedi e il fiato. È stempiato ed un tempo votava Partito Liberale. Ha delle proprietà in tutti i paesi limitrofi ma conduce la vita di un meschino accumulatore. Senza figli, c'è da chiedersi a chi andranno i suoi soldi.
Ma preferisco pensare al Cujo di provincia. Ogni cane sciolto ha una vendetta da compiere, almeno una.

Alla cena alla quale sono stato invitato partecipano molte persone che non conosco. Quando sono chiuso all'interno con le loro voci e le loro battute, mi sento come incollato. Sulla terrazza si ride per poco e per pochissimo, si fa la grigliata, ognuno sembra contenere piccoli pezzi degli altri e la mia estraneità è assolutamente non dolorosa.
Vado in bagno e mi sembra di poter otturare le orecchie, fissare la lingua su assi di giusto silenzio. Come se riuscissi davvero a chiudere quel piccolo mondo in un cesso, ed evitare contaminazioni.
Non mi sento conflittuale con queste persone, anche se mi danno l'idea di suonarsela e cantarsela da soli. Si scopano tra di loro, con delle turnazioni persino educate; stavi con Heather, ora ci sto io, poi Heather sceglierà Mago e continueremo ad uscire tutti insieme. Gente bene che cerca di vivere bene anche le cagate di sopraffazione.
La padrona di casa, che somiglia ad una Anne Heche dalle movenze disinvolte, attrae gli uomini e fa ingelosire le donne. La puzza di carne cotta mi finisce nel collo, mi rovina la sigaretta. Non indosso la camicia. Non sono in divisa da persona educata. Sono come quel cane. Dietro la gentilezza c'è l'attitudine a sbranare e viceversa. A quest'ora, preferirei disporre di questa terrazza, larga e panoramica, ascoltare un interminabile disco di post rock ambientale e sovrastrutturato, guardare l'orizzonte fino a convincermi definitivamente che non ci ho capito un cazzo e le cose non cambieranno comunque.
Non mi sento quel che sono stato. Non mi sento le persone che ho conosciuto, le azioni che ho compiuto, non sento che il mio cognome spieghi chi sono, come ciò che mi piace, la scrittura, la musica, fumare, oppure la passione per i luoghi abbandonati. Nulla mi spiega, neanche a me stesso, nulla mi rende storico, motivabile, prevedibile, al di là di questo merdoso garbo che mi hanno insegnato da piccolo.
È importante risultare ciò che si è scelto? No.
È importante segnalare la propria provenienza? Io dico di no.
Io non sono napoletano, non sono quarantaduenne, non sono quello che ho cercato di far credere e le mie stesse decalcomanie non mi hanno convinto neanche un po'. Non so bene cosa ci faccio in mezzo a questi entusiasti tutti “spostati che ora scopo io mentre tu soffri e poi ti rifarai”, questi tipetti così presi dai loro appuntamenti, dalle loro piazze del divertimento e degli aperitivi, dalla coscienza molle e flaccida tipica dei borghesi che hanno paura di apparire e apparirsi vuoti.

Fino a qualche anno fa, la serata avrebbe guadagnato senso finendo a fottere. Corrompere la curiosità di qualcuno e poi fottere. Con un foulard rosso sull'abat-jour, i corpi sudati sotto il lenzuolo, i quadri alla parete, il silenzio della notte, la sigaretta, la sofferenza basica al guinzaglio.
Ma le cose ripetute perdono facilmente valore. Soprattutto se ne avevano ben poco. Sento addosso questa puzza di carne cotta che altri pezzi di carne con nasi, occhi e camicie mangeranno come suggello della sera.
C'è puzza di carne viva e transitoria. In serate allegre come questa, è come se i dolori fossero destinati a vite lontanissime e non conosciute, non a noi.
Pagherei cifre alte per non ricordare quasi niente. Per ricordare solo i tratti di nave e di treno con le cuffie nelle orecchie e le sigarette che mi cadevano dalla tasca. Pagherei per avere addosso l'odore di quelle notti di movimento e non questa carne puzzolente, grassa, ritualistica.

Mi sposto nell'angolo più isolato della terrazza, accendo la mia Camel, l'orizzonte offre un mare viola chiaro ed un cielo terso blu lampadina. C'è qualche barca. Città di mare, città senza nome, io senza nome. Con la coda dell'occhio e l'udito involontario capisco che c'è una coppia che si sta formando proprio questa sera. Tra due ore o poco più lui sarà un ragno con i calzini tra le gambe di lei, lei si sentirà in dovere di gemere più forte di quel che in realtà sente, lui si inarcherà, gemiti, lingue in bocca e qualche insulto di prassi, “sei davvero una gran troia, per tutta la sera ho sentito che volevi il mio cazzo, prendi, tieni, tieni, oh Gesù”.
E lei si limiterà a dire, “sì, sì, lo volevo tanto. Da tanto tempo”.
La parte maschile di questo incombente coito indossa una di quelle camicie a righe nausea che mi fanno stare male. Quei rigoni da pappone, con le maniche leggermente arrotolate. Pizzetto curato, capelli in fuga ma disordinati ad arte per colmare i vuoti. Lei, capelli mesciati, stivaletti e probabilmente perizoma nero e fica rasata.
Finisco la mia sigaretta. Chissà che cazzo di mutande indosso io, nemmeno lo ricordo. I cani non dovrebbero indossare mutande. E copertine. E maledetti fiocchetti.
Chi sei, da dove vieni? Che mi racconti di te?
No, che noia i passi accorti nelle anticamere altrui. Chi sei che vuoi cosa mi dici di te per me è un martirio inaccettabile. Al massimo, teniamoci compagnia. Vuoi una sigaretta? Quello è tuo marito? Gran faccia di culo, ma preferirei comunque non saperlo.
Che studi hai fatto? Come è nata la passione per la scrittura?
Silenzio, che mare e cielo, con il passare dei minuti, prenderanno lo stesso colore e allora ogni singola parola sarà di troppo.
Ho nome e cognome in tasca, proprio ora, ma non ricordo. Non spiegherebbe niente.
Noi cani, bastonati all'epoca delle carezze, pisciamo a caso e sbraniamo per un equivoco più che per un torto.

13/1/'15

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