05/01/15

Acqua di colonia per cubista da foglio bianco


La morte di personaggi noti, ai quali magari siamo legati da ricordi e suggestioni, da stima e trasporto, genera sempre banali riflessioni sulla transitorietà dell'esistenza. Oggi è morto Pino Daniele. Ho molto amato la sua musica, in particolare i suoi primi otto dischi.
Ma oggi non ho voglia di riascoltare la sua musica. Lo trovo lugubre. Mi sparo invece della deep house tra cuore e mani fredde e vaffanculo allo stillicidio della commozione; la musica di Pino resta, non c'è fretta di farsene oggi un'overdose.
Con la deep house riesco a pensare meno, e ad andare meno a fondo. Con quel sottofondo suggestivo, ipnotico e vagamente erotico, mi allontano dalle parti più sensibili della discesa buia che mi piace percorrere ogni giorno.
Con la deep house fluttuo, galleggio su pozze tiepide di attesa, e posso illudermi di fottermene di tutto. Mi sembra già un ottimo risultato.

Le feste sono praticamente finite.
Tutto il perbenismo della gente è finito nello scarico del cesso, nella maggior parte dei casi. Montagne di carne, di patate, di lenticchie, di pesce fritto, di auguri brilli, tutto è finito molto naturalmente a sagomare la merda.
Tutti gli inquilini di questo stabile stanno vedendo gli speciali su Pino Daniele. Sulle reti nazionali c'è una cessa che dice “era un artista campano ma ha saputo diventare nazionale ed internazionale”. Che profondità, che analisi accurata.
Invece, la deep house mi scende dal cervello ai polsi come liquido amniotico, come lozione per la pelle, come lubrificante per un azzardo fatale, acqua di colonia per un cubista del foglio bianco.

Quest'anno la ragazza pon-pon del palazzo a fianco non mi ha fatto gli auguri. Mi vede con una donna, sempre la stessa e da tempo, ed allora rinuncia al romanzetto andato a male. È bello sognare sporco sulla solitudine altrui, costruire la fantasia degli incontri, vero? Ma la realtà spesso interrompe il ridicolo coito sterile con l'immaginazione, si finisce di sognare quando qualcosa non è lì, a fingere un richiamo solo desiderato.
Del resto, con un certo bagaglio di esperienza e di vita è impossibile contentarsi degli auguri di una pon-pon girl. La concretezza è il campione in carica, sbaraglia le troniste, le veline, le ragazze immagine di vecchi sogni andati in acido.

Tutti sanno, in zona, che il ragioniere F.T.G è coprofilo e va nei club del basso Lazio a farsi pisciare e cacare addosso. Sua moglie è davvero diventata un frigorifero, e lui fa sinceramente schifo, con la sua pancia bianca e dilatata. Ha avuto una storia di prestazioni pagate con una donna delle pulizie dell'area flegrea, poi i due sono stati scoperti e lui si è anche fatto rivedere la domenica in chiesa. F.T.G vota a destra perché non ha mai capito cosa fosse la sinistra (e comunque non avrebbe saputo cosa farsene, delle idee di sinistra), e come aggravante non ha mai davvero imparato a far venire una donna o a leccarle la fica. Per cui, anche come godurione ed epicureo, si può dire che abbia fallito in tutto.
Mi saluta per strada, mi fa gli auguri di buon anno, la sua bocca è un oblò sporco di finta bonomia e di vizi mai consumati fino in fondo, mi fa ribrezzo. Una volta l'ho visto su una panchina con una mela ed un libro di Baricco, e mi è sembrato peggio che vederlo sodomizzare un travestito in pubblico.
Per i miei modi piuttosto urbani e sporadicamente raffinati, F.T.G pensa che io sia uno con i soldi. Del resto, non mi sono ucciso dopo aver perso il lavoro. E quindi devo per forza avere qualcosa che mi rilassi l'anima, il cuore, l'ano, la memoria. Qualche rendita. Qualcosa di non dichiarato. Può pensare quel che vuole. Io invece non fantastico sulla sua coprofilia. È libero di farsi cacare in petto e di votare ancora per il Cavaliere Inesistente. Non voglio la sua bonomia, il suo sorriso cariato, il suo alito di sugo con cipolla troppo cotta, non me lo voglio immaginare sulla moglie con un rivolo di saliva, vestito da Kabir Bedi. È solo un borghese di merda. Come tanti.

Anche lui starà piangendo per Pino Daniele. Magari è l'unica cosa spontanea e pulita che gli riesce di fare.
Tutto nella calza. Tutto nella calza, fino a dentro. Carbone e cacao e bocche piene di rossetto scuro da vecchia e dentiere rimaste sui cuscini.
Brindi frizzante, brindi amabile, leggi Paulo Coelho, chiavi?
Cosa pensi della morte, secondo te è sonno senza sogni, è come quando dormi beato, è un lago di luce, è la punizione per i comandamenti infranti, diventerai un lombrico arancione, incontrerai tuo padre e tua madre in un giardino?
Ma che cazzo ne so.

Ti posso taggare quando muoio? Fammi sapere.
Tu, conferma una mia competenza su Linkedin prima che io crepi.
E tu ancora, dì pure che sono una bella persona anche se ci siamo mandati affanculo, fammi sentire quanto è soddisfacente sentirsi uno di quelli che “si fa voler bene” e “ricambia le attenzioni”. Taggami dentro e fuori, taggami le rughe, l'istinto di depredazione e la smania di pulizia, le marce indietro che sembrano un nuovo linguaggio se non finiscono in qualche anfratto di culto. Partecipa alla mia fame maleducata, leggimi, fraintendimi come ti fa più comodo e poi torna a guardare Rai Uno con una tisana per liberarti dagli imbarazzi solidi delle feste.
È sempre festa quando capiamo che non tocca a noi la ruota, è carnevale quando riusciamo a pensare al nostro libero arbitrio come ad una forma di momentanea onnipotenza.

Ma i laghi scuri, quelli, sono sempre al loro posto. Poco sopra la bocca, fuori telecamera, gelidi nei momenti di incertezza e caldi, eccitanti, quando i rischi sembrano alla nostra portata.


Luca De Pasquale, 5 gennaio 2014

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