31/12/15

Relapso (Ruggine Neon Burro di cacao)


Ciao 2015.
Ciao, vaffanculo.
Archiviato, bruciato senza incendi, inculato con olio per il corpo, pagato a rate, sciolto sulla lingua, addormentato sul cazzo o sulla panca di una chiesa inventata, smarrito nelle case di rappresentanza, elemosinato dagli zuccheri delle droghe peggiori, pieno di musica che è già altrove, lontana a far festa, a consolare altri individui.
Il 2015 ha cercato di chiamarmi con dei nomignoli insulsi, di quelli che si usano in alcova, anche; ma non gliel'ho permesso. Gli ho ricordato, al 2015, che non ci conoscevamo. Nessuna confidenza.
Forse pensava di flirtare con me, di darmi un nome tutto nostro, un ruolo esclusivo. Non gliel'ho permesso. Forse pensava di chattare con me fino a tarda notte, come si fa quando si vuole scopare qualcuno. Magari di nascosto. Non gioco fino a tardi. Non gioco. E di notte mi devi chiedere permesso, non devi blandirmi.

Quest'anno ho scritto molto. Come al solito. Ma ho scritto diversamente. Libero. Tendenzialmente libero, libero in una folla di fantasmi. Me ne sono fottuto di piacere o meno. Più del solito. Se ancora fossi impelagato in quella storia dei consensi, avrebbe più senso che mi sparassi. Ho spesso scritto come un ladro, in stanze fredde e con la finestra aperta, perché non riesco a scrivere senza fumare. Quando scrivo, la Philip Morris incrementa i suoi affari nel sud Italia. Ho scritto quando sentivo di volerlo e quel che sentivo di voler esprimere, perché il professionismo mi è stato chiesto altrove. E io ho finalmente imparato a distinguere le cose.
Ho scritto senza pensare al prodotto finito, e non ho mai inviato un solo cazzo di link chiedendo di essere letto. Vuoi? Bene. Non vuoi? Bene uguale. Vuoi leggere in quel che scrivo dei riferimenti personali, delle palesi allusioni? Liberissimo di farlo. C'è gente che crede ancora alla giustizia divina in giro, figuriamoci. Ognuno è libero di interpretare qualsiasi cosa, incluso il foglio di montaggio di un tavolo svedese. Ognuno gira il ventilatore verso il suo culo, il suo ego, la sua follia e il suo rancore idiota.
Non amo i ventilatori.

Ciao 2015, con i suoi equivoci molli come la pastina al brodo vegetale. Con i messaggi per interposta persona. Con le nostalgie accese ma soffocate da un profilattico al kiwi. Con l'alternanza di nuove conoscenze ottime e confortanti e clamorose teste di cazzo. Quest'anno ho avuto la fortuna di incontrare degli artisti veri, coerenti, aperti, curiosi, sinceramente interessati alla realtà ed alla conoscenza. Ho conosciuto, per il contrappasso previsto, degli arroganti, degli “sminuitori” di professione, dei cortigiani con le chiappe macchiate e la lingua pendula, pronti a difendere il loro padrone indifferente, tirannico, l'accumulatore di crediti ed oboli.
I grandi mi hanno trattato alle pari e si sono guadagnati il rispetto, spesso i piccoli hanno alzato la voce rendendosi ridicoli.
Non sono un servo ed un cortigiano. Se alzi la voce, se tenti l'abuso io non ci metto niente a decollare il re e scegliere la luce fuori, quella che si vede in lontananza e ha quel profumo strano di coraggio ed incoscienza.

Mancano poche ore alla notte che non cambierà nulla, ma che è comunque un traguardo nuovo. Giù per strada c'è un vecchio che piscia su delle piante. Il vento sferza la vegetazione. Ho ruggine in bocca e burro di cacao addosso. Il neon nel cervello. Lo stereo riproduce un brano leggero, “Holiday” di Donnie; al basso c'è Jonathan Maron dei Groove Collective e questo basso saltellante, funky, insinuante, somiglia forse ad una foto che non faccio da anni. La foto ai sogni in movimento. La foto alla resistenza che non chiede altro che strada, strada e campo aperto, vista sui laghi, sulle stazioni della sera, resistenza che ha bisogno di fumare, di riflettere fino all'alba, di non sciupare i lampi nell'odio e nella frammentazione dei silenzi.
Il vecchio piscia e sgrulla, io scrivo. I botti sono iniziati. Se avessi una tazza del water da buttare, la lancerei sul SUV parcheggiato sotto casa. In fondo, non ho mai smesso di essere un teppista. Anche se ho ingrigito i capelli, se ho rughe d'espressione e di memoria da domare, anche se mi immalinconisco per un sorriso che svanisce, per un bambino che piange, per l'inevitabile dispersione della materia onirica in rigagnoli di disillusione organizzata, con tanto di organigramma e feste patronali.

Ciao 2015, ci siamo piaciuti qualche volta, ma non siamo mai andati oltre. Non era tempo, non era luogo, non era modo. L'intimità è una conquista che ha bisogno di fiducia e pazzia, e nessuno di noi due ha mostrato questa disponibilità. Non ti amo e non ti detesto. Non ti celebro e non ti ripercorro. Non ci siamo innamorati, anche se ci hanno invitato allo stesso party. Ci siamo annusati, poi tu hai preferito le tartine, altre lingue in bocca, ed io ho scelto le sigarette e un basso saltellante come questo “Holiday”. È sempre il basso a ricordarmi chi sono, da dove vengo, cosa potrei volere e come mi muoverò. Il basso mi dice come devo muovere i piedi, mi spinge a seguire il tempo muovendo la testa come un tacchino, mi concede di dimenticare, di tentare, ritentare, e di non fissarmi con onorevoli origini da ostentare.
La musica è sempre stata la mia famiglia migliore, e il basso l'altro padre, il motore interno, il deus ex machina, il riordinatore di impulsi e il coach scriteriato dei migliori voli.
Sul groove di questo basso, il basso di Jonathan Maron, mi avvio verso nuove tonalità di viola, il mio colore, la mia aura e la mia perdizione annunciata. Dimenticherò e sarò dimenticato ancora e ancora, ma il groove da sotto i piedi non me lo ha mai tolto nessuno.
Ah, non ho scritto il coccodrillo per Lemmy Kilmister. Non riesco a dare il meglio nel futile sciacallaggio e nella dolente agiografia. E poi penso che Lemmy non saprebbe cosa farsene, da quell'altra parte, del mio tributo. Anche se non gli piacerebbe neanche un po', gli dedico questo basso così funky da aver saputo riscrivere la mia carta d'identità nella notte di S. Silvestro. Cheers.

Luca De Pasquale, 31 dicembre 2015

30/12/15

Cercare di conquistare una donna su facebook e scegliere il consulente sbagliato


Un tale che conosco fa di tutto per piacere ad una donna, con la quale si è chiaramente fissato. È una cosa tristissima, anche perché la donna in questione a stento sa della sua esistenza. E lui tenta, tenta, tenta. Conoscendola solo di vista o quasi, ha pensato bene di chiederle il contatto su facebook: lei glielo ha concesso. E poi non lo ha calcolato mai, se non con due o tre “mi piace”. Lui si è illuso per quegli sporadici episodi, e me lo è venuto a dire. Ho provato compatimento e profonda malinconia. Farà schifo quel che dico, ma non concepisco ormai da anni nessuna forma, anche solo accennata, di corteggiamento. Tutti quegli uomini che parlano e scrivono continuamente di seduzione mi sembrano dei pali della luce e spesso dei miseri mistificatori. Se ci si piace, se ci si piace sul serio, dentro, sentendo quello strano dolore, quel magone frammisto a sensazioni di ultimo gesto possibile, allora forse c'è qualche speranza di incrociarsi. Altrimenti sarà la nostra lontananza a infarcire la nostra stupida e sonnolenta libidine di “mi piace” senza domani.
Nella mia brevissima e lunghissima vita, ho spesso associato al concetto di amore quello di dolore sordo, di passione finale, l'immagine di notti che si abbracciano e si abbandonano in continuazione. Per me l'amore è sempre stato il faro sulla nebbia del niente, il primo e ultimo lago dove fermarsi, l'inutile confessione a stelle malpensanti, beffarde, precipitate sulla mia insonnia eterna senza cocchiere, accompagnate da un contrabbasso, una tromba, un fil di voce e lacrime già smontate.
Ma il corteggiamento io non l'ho mai previsto. Ho comprato fiori, piante, ho scritto lettere, ma non mi sentivo mai coerente, e la fiamma dentro mi diceva, da grande innocua puttana, “sono solo un gioco e anche tu lo sei”.
E lo è anche lei”, mi diceva alla fine. Quando era già troppo tardi. Quando il mio stupido cuore aveva già creato un'associazione fiduciaria, un circolo ricreativo un po' suicida e un po' buffone, il Casanova spaventapasseri dai connotati invertiti.
Tentavo di essere seduttivo mentre scrivevo, ma sapevo bene che ero entrato in una ludoteca, per giunta non accompagnato da un adulto. Se pure ho corteggiato, ho smesso presto. E non ho mai cercato di trattenere nessuno, perché ero ben consapevole di essere un addio vivente. Un uomo che somiglia ad un addio e non se ne duole nemmeno, se non per il tempo di una canzone.
Il mio conoscente mi fa tenerezza. Mi ha mostrato le foto della donna che lo appassiona. È una bella donna, sicura in apparenza, forse eccitante, ha le labbra carnose dell'errore e la bellezza della delusione quasi certa. Ho consigliato all'uomo di desistere, e lui è rimasto deluso, deluso da me. Perché era rimasto a quella storia insensata dell'eroe romantico, dell'uomo-valico, dell'uomo-frontiera, dell'uomo-scrittore, dell'uomo che ama la musica per arrivare alle donne o viceversa.
Sono stato crudo, desolante, poco letterario. Deludente. Davvero deludente. Gli ho detto che anche se riesce a farci l'amore, sarà una sola volta o due e poi finirà per dannarsi tutta la vita. Perché gli odori, i sapori e le illusioni sono come cicatrici stimolate da sapone vivo, acido del demonio, apparizione notturna senza contatto, senza il fiato caldo del bacio tanto voluto. I ricordi delle emozioni sono macchine da svuotamento con occhi freddi e morti da predatore degli abissi. Si soffre, ci si contorce, finendo poi con l'idealizzare il grottesco ordine della solitudine.
Quando, da casa sua, abbiamo visitato il profilo facebook della sua fata impossibile, mi sono sentito uno spione, un uomo di merda, il compagno sbagliato di un sogno difficile, il confidente più inopportuno. Riesco a sentire quel che non vedo, ma non avrò mai una strategia da suggerire in materia amorosa o seduttiva. Non so di cosa si parla.
Vedo solo attraverso fogli di carta trasparente come zucchero, con le tenebre intorno. Vedo attraverso le note isolate di uno strumento in appartamenti vuoti. Ogni giorno vedo fallire tonnellate d'amore per aperti limiti, per la selvaggia assurdità dell'invecchiamento precoce, per la maledetta confusione che si fa tra preghiere e promesse. Vedo fallire l'amore per ignoranza, per superficialità, per tendenza ad ossessioni inattive, per il carico di sogni violentati nei nostri anni migliori, quelli di bambini.
Non voglio che mi si chiedano consigli. Non voglio raccontare il mio passato, o parti di esso, come utile paradigma per esperienze altrui e altre. Sono diventato il guardiano del mio faro, ogni tanto salvo delle navi, ma è solo senso del dovere. O una velleitaria vocazione al bene che non andrebbe al ricevimento di consegna medaglie.
Le strade per arrivare dentro qualcuno, cerco di spiegare al mio conoscente infelice, sono quasi tutte interrotte. Per arrivare bene si deve forzosamente passare da più estetisti e maghi luridi, fattucchiere doviziose, scandalosamente attenti alla premessa esteriore, all'esibizione di particelle congrue di benessere. Arrivare dentro qualcuno è comunque un viaggio. I viaggi si prenotano, si versa un anticipo, si va organizzati per ogni evenienza. Mi piace di più l'idea di un riparo improvviso, di una darsena con un neon acceso e le onde nelle orecchie, di una barca senza remi in una notte d'estate che non avrà mai la pretesa di finire in un racconto, in un libro, in una confessione.
Ma sono chiacchiere tra uno che ha optato per altre mete ed uno, lui nel caso, che è un professionista dell'innamoramento violento, estemporaneo e ossessivo. Lui non ha trovato un Cyrano, io non posso pugnalarlo come vorrei, per risparmiargli inutili pene e movimenti in scenari di sole e neve che si inseguono, si sciolgono reciprocamente per finire in una fotografia familiare o in un elenco scioglilingua di amori sventati dalla crudeltà doganale del nostro poco tempo.
So che non mi chiamerà più, il patito dell'amore. Non sono l'eroe romantico che pensava. Me lo dice ed io mi rallegro. Finalmente qualcuno che mi fa un complimento serio, senza blandirmi per simpatia o per idealizzazione.
Finalmente qualcuno che non pretende di restituirmi qualcosa con gli occhi o con le parole, fondando sull'autonomia emozionale dell'irrazionalità.
Qui siamo tra rigattieri e il rancio è poco per tutti. Chi sceglie la pena d'amore in campo aperto ha la sua legittimità.
Chi sceglie di dormire in diagonale nel faro eroso dalle onde ne ha altrettanta. Non c'è bisogno di diventare amici.

Luca De Pasquale, 30 dicembre 2015


27/12/15

La rimozione dal palinsesto degli auguri forzati


Conosco molte persone affettuose. Molte persone formali. Molte persone gentili. Molti ipocriti.
Sono categorie che si incrociano e si mescolano, ma partono da presupposti differenti. Modi di vivere e di pensare spesso inconciliabili.
Sono ormai molti anni che non faccio auguri, a Natale. Sono anche tanti anni che il Natale non lo sento. Qualche volta è stata una vera e propria seccatura.
Da molto ho smesso di fingere di celebrarlo; e, contestualmente, di inviare auguri a raffica: auguri che sarebbero totalmente privi di senso. Perché se tengo a qualcuno, gli auguri di una vita bella, piena e colorata possono venirmi anche il 19 aprile o il 22 ottobre. Non c'è bisogno di Natale. Che, parlando banalmente, per me non ha una valenza religiosa e men che meno consumistica, quindi vale poco più di zero. Chi ha bambini attorno ragiona in modo differente ed è giusto che sia così.

Mi sono visto, in questi giorni. Entrare nei bar, nei negozi, rispondere al saluto di qualcuno per strada. Ho sentito la mia voce dire “'guri...” con inesistente convinzione, improvvisa timidezza. Nella migliore delle ipotesi fai la figura del rompicoglioni, del bastian contrario, del sociopatico. Di fondo c'è solo l'onestà di non dare aria alla bocca senza motivo.
In passato, qualcuno si è offeso. Offeso di brutto. Le mie spiegazioni, forse perché date con un senso di tedio addosso, non sono servite. Io non dico “Buon natale”, chiarivo, come non ti direi “buona scopata” se so che hai un appuntamento galante. Non faccio i versetti da scemo ai bambini nelle culle. Non parlo agli animali come se fossero degli esseri senza capacità di interagire. Non tratto gli altri da fessi e pretendo, esigo, lo stesso trattamento. Se non ci filiamo da lustri, stai certo che non ti canterò la canzoncina di happy birthday. Se mi conosci, se invece mi conosci veramente, allora non ti offendi e tutto è come prima. Se il nostro vincolo è genealogico ma non ha un senso logico, non ti porterò le paste a casa di domenica. Non sono obbligato a farmi piacere i tuoi modi ed i tuoi cari. Se la tua religione mi appare come una multa comminata alle mie abitudini, non fingerò di abbracciarla. Se dei tuoi amori me ne frego, come tu te ne strafotti dei miei, non prenderò il tuo bouquet al volo, con addosso un'insulsa cravatta.
Il tuo scrittore preferito non sarà il mio. I tuoi valori democratici o rivoltosi cozzeranno giocoforza con la mia adorazione per il disordine emotivo, per la casualità, per il colpo di coda senza salvazione.

Mentre sto ascoltando Franco Campanino, che nelle tracce più sexy delle sue colonne sonora scimmiottava apertamente un Gato Barbieri a patta aperta, mi arriva una mail di un tipo che si offende per ogni cosa. Si offende da decenni. Una volta tentò di farmi una lezione su “come si dovrebbe coltivare un'amicizia”. Io mi astenni, a mia volta, dal consigliargli uno di quei gel utili ad allungare il pene. La mail del superpermaloso verte su dei libri che non riesce a trovare, vorrebbe una mano, ma si conclude con un perentorio e unticcio: “... e comunque tanti auguri ANCHE A TE di buone feste, eh... ogni tanto potresti anche sollevarlo quel telefono...”
Io non sollevo telefoni, bimbo. Sollevo altro. Ti aspettavi gli auguri melensi del figliol prodigo? Volevi che componessi per te uno di quei messaggi utili per la catena? Magari lo avresti anche riciclato per quella vecchia zia e per quell'amica della tua donna che, ammettilo, te lo ha fatto venire un po' duro, solo come un callo o un occhio di pernice, qualche volta.
Mi hai chiesto dei libri e poi, a modo tuo, mi hai sgridato. Hai assolto al tuo compito di petulanza quotidiana. Hai ricordato ad un organismo espulso -a vario titolo- dalla società di doversi comportare come se ne facesse ancora parte.
Gli ho risposto sui libri: proprio non so dove cazzo dovrebbe andare a scovarli, si tratta di vecchie edizioni fatte bene, quando ancora le case editrici italiane non si erano sputtanate del tutto puntando su cazzoni mollicci.
Gli auguri, comunque, non glieli ho fatti.

Oggi è 27 dicembre. Tra quattro giorni questo esteta delle forme, questo rimproveratore garbato e saccarotico indosserà dei boxer rossi con la scritta “2016”. Avrà lo stomaco pieno di pesce e di cotechino e si prodigherà in dei divertenti selfie. Se gli gira bene, finirà alle due di notte supino su un letto con l'uccelletto cosparso di panna montata e la compagna ubriaca come lui. Il giro di auguri se lo sarà già fatto di certo. Lui e tutta la combriccola.

Io, a parte desideri privati e non comunicabili, voglio iniziare il 2016 con una canzone di Keni Burke, “Risin' to the top”. Il basso è straordinario, una leggenda del groove. Nessun virtuosismo a bocca spalancata, solo un groove aderente come un'ossessione, qualche minuto di puro sesso sonoro.
E dopo Keni Burke, sognare un lago. Una delle poche visioni di vera pace per i miei occhi, un grembo indimenticabile e quasi sconosciuto dove perdere memoria, contegno e vestiti.

Luca De Pasquale, 27 dicembre 2015

26/12/15

La menzogna della telepatia e del fuoco


Le luci in casa sono accese. Sul balcone c'è una parte di città ai nostri piedi. Odore tipico delle notti invernali. E il vento della notte, stavolta più impetuoso, che divora più di mezza sigaretta. In questo contesto, le donne sembrano più belle, gli amici più sinceri, quel che si dice sembra poggiare su concretezza e consapevolezza, ma questa sensazione finirà appena terminerà la serata.
Adesso tutto sembra annodato, consequenziale, parte di un percorso. Guardo negli occhi altre persone e sembra che tra noi non si sia mai interrotto niente. Che tutto abbia seguito un disegno confortante, sotto la supervisione dell'affetto, della sedimentazione del bene. Io fumo le mie sigarette, dico le mie cose, riesco ad essere come mi vogliono, come mi ricordano e come vorranno ricordarmi. Ma è solo un copione ad occhi chiusi che non mi costa alcuna fatica. Perché, ad ogni folata di vento, ad ogni nuova sigaretta, ad ogni pausa tra un racconto e l'altro, io mi ricordo delle sensazioni principali. Isola senza ponti, arcipelago senza cartoline.
Quante donne nella mia vita mi sono sembrate più belle di notte? Il giorno dopo la luce me le restituiva come incontri insormontabili, niente in comune, niente da raccontarci se non l'entusiasmo, peraltro assai claudicante, della novità. Quanti amici, nelle notti di chiacchiere, spaghetti e liquori mi sono apparsi veri, affidabili, davvero vicini, interessanti? Ma la vita, nel suo monotono flusso di doveri assurdi e di forme insopportabili, mi ha ripresentato spesso dei fantocci svuotati di ogni contenuto, come sacchi senza sabbia, bambole senz'aria.
La vita mi ha insegnato che la notte, la luce della notte, acuisce le illusioni, le rende armi, spesso armi rivolte contro se stessi, puntate negli occhi; o armi bianche che scuoiano la corazza e poi ti ricompensano con vasche ghiacciate di freddo trasparente.
Ma stanotte, con queste persone, sono io stesso la vasca di ghiaccio e freddo blu neve, sono l'illuminazione artificiale della loro bonaria e noiosa tranquillità.

Una delle donne che di notte guadagnano in fascino e “sentore di vicinanza” mi dice che, anche se ci frequentiamo poco, sente con me una sorta di telepatia. Io faccio un sorriso da pecoraro, da stronzo arreso, ma non condivido. Bugia invernale, come l'effetto di un sorso di brandy. Non ci conosciamo. Non condividiamo niente. I suoi valori non sono i miei. I miei per lei sarebbero solo vocazione all'errore, forse alla distruzione. Ignoro il suo Dio, non conosco la sua storia, la sua famiglia, nemmeno il suo modo di godere; e lei sta qui a parlare di telepatia. Non sappiamo niente. Ma il gioco della familiarità piace a tutti.
Spesso leggo alcune tue cose e mi ritrovo”, mi dice.
Atteggiamento di molte persone che leggono bene e con voglia solo quando c'è una base di compenetrazione. Ma io so che il mio mondo vero non le piacerebbe. Il suo non mi piace di sicuro. Troppi ninnoli. Troppi amici tra le palle. Troppe regole. Troppa giustizia. Troppa artefatta fiducia. Troppa fede nell'idea di avere una fede. Se fossi il selvaggio che dentro spesso sono, dovrei solo dirle che non c'è nessuna telepatia del cazzo tra noi. C'è tanta di quella distanza che solo un coito la ridurrebbe, ma non si andrebbe oltre una mezz'ora di assideramento inconsapevole. I profumi del sesso sono supposte contro la distruzione. Sono dirigibili che percorrono le nostre arterie deserte, concorrono al movimento e all'accelerazione del respiro, dilapidando saliva, ossessioni, trasporto di fiori senza petali e con troppo odore.

Il mio amico racconta storie brillanti che lo riguardano, i suoi successi. Tra un aneddoto e l'altro spilluzzica struffoli e dolcetti natalizi. La sua finta modestia mi fa veramente schifo. Fa il modesto ma si pavoneggia, e da come si muove sembra abbia una scopa infilata su per il culo. Ha il fiato greve di quelli con i denti cariati, di quelli che guardano i propri familiari con senso di appartenenza ed orgoglio. Lui sostiene amabilmente di disporre della miglior moglie in circolazione e dei figli con maggiori potenzialità, anche se uno ha sette anni e l'altro nove. Lui ha smesso di fumare e lo ripete ogni mezz'ora. Ogni volta che lo dice, io accendo una paglia nuova e idealmente lo mando affanculo.
Può anche darsi, come lui tacitamente fa capire con allusioni di desolante pochezza, che io possa un giorno morire di tumore ai polmoni. Ci sono tanti modi di morire, ma altrettanti di vivere piuttosto inutilmente. Il mio brillante amico racconta una cosa di anni e anni fa che mi coinvolge in parte; naturalmente è lui l'eroe della storia. Il buono è lui. Io sono l'ombra. Non sovvertirei mai le parti, non mi conviene.

Poi c'è uno che mi chiede che musica sto ascoltando. Noto che ha un pezzo di cassata sull'incisivo e guardo altrove. Gli dico che ascolto quello di cui ho bisogno in quel momento. Oggi, gli spiego, sono passato dagli Smiths ad un rumorista giapponese, poi ho fatto una virata su Battisti e infine sull'hardcore americano. Solo che io ho bisogno di conoscere approfonditamente ciò di cui necessito. E dunque studio sempre. Imparo continuamente. Con umiltà. La mia fame è caotica, il caos è il mio sovrano, del caos non mi libererò mai. Troppi impulsi. Impulsi contraddittori e spesso crudeli. In tutto. Empatia, simpatia e brevi passaggi non mi appartengono. Devo conoscere. Andare a fondo. Immergermi e poi magari sparire. Non faccio il santone come lui, che si fregia di conoscere roba che non conosce, che vuole fare il divulgatore equilibrato e che è di un tedio mortale. Fossi una donna, non mi farei mai scopare da lui. Secondo me non ci sa fare e una donna decisa, abile nelle geometrie e negli incastri della carne, metterebbe in crisi lui e la sua fontanella da piazzetta di paese. Lui e le sue canzoni richiamo-collegamento-citazione con quelle modalità didascaliche da chierichetto entusiasta. Non è scopabile, non è amabile. La notte lo rende più decente. Punto.

La notte rende me, invece e per concludere, l'esatta continuazione di quello che queste persone già provavano e già pensavano. Non c'è progresso e non c'è frizione: io sono stato come loro speravano che fossi. Mi sono confermato e dunque non li ho mandati in altre terre, in altri ghiacci. Conosco i loro sorrisi, le loro cosce, i loro profumi, le loro manie di protagonismo, il fesso ottimismo nel vendersi socialmente, il fagocitare pubblicamente aspetti del loro essere che giudicano positivi e forieri di accrescimento di simpatie.
Io sono arrivato al punto che non me ne fotte più niente. Un lusso che ho desiderato a lungo e che ora è qui, come un lupo zoppo, ai miei piedi. Questo non mi rende migliore di loro, solo più svogliato e più rotto alle collisioni. Non c'è nulla di moralmente superiore in questa strafottenza, che è frutto dell'eccessivo alternarsi di miraggi notturni e bonifiche diurne, sempre con l'insegna del “bene riconoscibile” mezza fulminata o piazzata lì come un giocattolo cinese, quelli che smettono di funzionare appena li scarti.
Quando tornerò a casa non so di cosa avrò bisogno. Ma qualsiasi cosa sia, andrò fino in fondo. Anche contro i miei stessi interessi.

LdP, 26 dicembre 2015

24/12/15

Pelliccia di neve


Rubinetti rotti. Bolla di Natale. Presepe. Fumo dalla bocca. Il mercatino che toglie le tende. Io che cammino per strada con un panettone. Striscia blu di luci intermittenti al terzo piano di un palazzo che non conosco, in una strada che non conosco.
Calze a rete di una donna con bambina dietro. Un uomo anziano fa un apprezzamento. C'è un autobus fuori uso all'angolo della piazza; l'autista fuma una sigaretta accanto al bestione malato, ha un deck in mano, avrà chiamato un soccorso tecnico che non arriverà.
La città è un'enorme bolla di Natale e perdersi è così facile che non ne vale la pena. Qualsiasi procedimento in sospeso, penso, si azzererà nella notte di S. Silvestro e poi sarà tutto più semplice.

Un tizio cerca di vendermi dei calzini corti. Dice che ha bisogno. Al mio rifiuto secco, dice qualcosa tipo “jamme frà” e io rispondo girandomi a destra e accendendo una sigaretta. Potevo dargli il panettone. Me lo hanno regalato, ma non ci tengo particolarmente.
In edicola un ragazzo con un cappello giallo acquista il calendario del Napoli e 'La Settimana Enigmistica'. In edicola ci sono molte riviste che titolano enorme sulla separazione di Belen Rodriguez. Non fa freddo, ma è umido. Esce il fumo dalla bocca quando respiro. La pizzeria ha messo un cartello enorme scritto con un pennarello nero: “APERTI COMUNQUE IL GIORNO DI NATALE”. Mi colpisce il “comunque”. È come se volessero dire che fanno un'eccezione per bontà d'animo. La fanno pesare.
Le strade si sono svuotate, è tempo per molti di andare a cucinare. Cucinare duro e tradizionale.
A me piacciono i camini finti in serate come questa. Camini finti, quelli che danno solo luce d'interno, luce che è un vezzo, ma senza troppo calore. In serate come questa mi piace l'odore dei forni a legna, del fumo di sigaretta fumata senza vento. Mi piace l'odore dei vecchi libri, ma non quelli che odorano i libri.
In serate come questa mi accorgo, e me ne accorgo da lupo selvatico, che la pace, e i suggerimenti di felicità annessi nel pacchetto, chiedono sempre prima un passaggio alla dogana dell'oblio. Già pagato. Già fatto. Ma non è una tassa annuale e nemmeno mensile: è una tassa capricciosa, obbligata, impossibile posporre il debito ad altri momenti. Paghi subito, paghi allo sportello preposto, e sai che nei locali non puoi fumare. Per la pace corri subito a dimenticare. Non te lo ha mai spiegato nessuno, ma sai che devi farlo. Istinto. Istinto di conservazione.
Al solerte impiegato imbecille che mi chiede una firmetta per dimenticare quasi tutto lascio il panettone e il sorriso più stupido di cui dispongo, quello da venditore, quello da dimostrazione commerciale, quello da tolleranza. Per anni ho venduto e dunque ho in qualche modo mentito. Adesso sono in regola. Cittadino zero, possibile predatore alfa in un deserto scelto sui cataloghi, ancora così idiota da chiedermi se tra la musica e le stelle ci passa qualcosa in mezzo. Affretto il passo, mollo degli auguri ad uno che mi sorride, l'effetto amnesia comincerà presto e potrò godermi tutta la pace che ho sempre trovato nei libri più duri e scorticati. Perché nella violenza dell'espressione c'è un bisogno di pace che può arrivare a rendere un uomo degno un autentico cretino. Ma che, volente o nolente, alla fine ti salva il culo.




23/12/15

La notte che sono stato inseguito da un tacchino


La notte scorsa ho sognato un enorme tacchino che mi inseguiva per tutta la città. Ero terrorizzato. Il tacchino, sontuoso, mi ha inseguito fino ad un parcheggio. Mi sono rifugiato sotto un'automobile bianca, ma il tacchino, con una forza insospettabile, ha sollevato l'auto ed io mi sono svegliato.

Oggi ho portato con me, per strade, per le deliranti strade natalizie, gli effetti del sogno nefasto con quel fottuto tacchino. Non so perché, ma mi sentivo ingrigito, invecchiato, pesante, in preda ad un escapismo onirico perennemente interrotto sul più bello. La sensazione era chiara, non far parte del presepe. Vecchia storia. Ho deciso di tagliare i capelli e la barba. Il barbiere, che è una brava persona, mi ha detto che è della classe 1963 ed io mi sono interessato alla sua vita con piacere e sincera partecipazione.
Nove anni più, mi dicevo, ma qui le vieux con sembro io.
Un tizio con il codino è passato a salutare il barbiere. Ho biascicato un arrivederci quando è uscito, ma la mia voce non l'ho sentita nemmeno io. Fuori passava di tutto. Donne sexy stilizzate. Vecchi con la tuta del Napoli. Giovani leoni. Persone della mia età con molta crema in faccia. Abbronzati. Tutti alle prese con regali e telefonate. Nessun tacchino. Ho lasciato parlare il simpatico barbiere, una specie di tregua. Perché con gli altri, quelli che non sono barbieri o tacchini, per accettare cinque minuti di conversazione devo incastrare tutto tra due sigarette. Altrimenti reggo poco.

Con i capelli tagliati sono entrato in un negozio di abbigliamento. Mi sentivo un bambino invecchiato, spigoloso. Ovviamente tabagista. Escapista. Un po' tacchino. Come al solito, da subito, le coppie in negozio mi sono sembrate ridicole. Le donne sole avevano come un'aureola in testa, un anello di fidanzamento, un brillocco cafone. Nessuna santità, solo un destino segnato. Sono fuggito dal negozio e appena fuori ho acceso una sigaretta. Accerchiato. Insidiato. Non libero. Non libero. Non libero. Il tacchino simboleggia gioie familiari. Io fuggivo. Non mi stupisce affatto.
Appoggiato al muro, ho consumato la mia sigaretta. Con i guanti simili a quelli di Layne Staley. Una delle mie fissazioni da giovane vecchio. Mentre ero al muro con la mia sigaretta, ho pensato a quando avevo trentasei anni. Non so perché l'ho fatto. Sembra ieri. Ma anche trent'anni fa. Sembra anche da venire, se non mi sveglio assediato da un tacchino. Le sigarette sono il mio marcatempo. Ho sempre bisogno di ritmo. Forse è per questo che in alcuni periodi ho un disperato bisogno di musica elettronica e mi dimentico, per qualche tempo, del rock. Ho bisogno del battito mentre fluttuo. Battito ed espansione. Un'illusione di dominio di me stesso.
Mi sento ancora il ragazzo che tirava su la saracinesca del piccolo negozio di dischi. Per questo finisce che poi mi ritrovo solo di notte. Proprio non riesco a tirarmela: non la saracinesca, ma la quota del mio ego. Ho la sgradevole sensazione di vivere in mezzo ad eserciti di padreterni che se lo ripetono ogni due ore, di essere grandi e di fare passi avanti. Non hanno capito un cazzo della vita. La vita si stende sulle sottrazioni, sulle sottrazioni acquista margini. La fuga dal centro è un atto di ribellione e di espansionismo, è quasi un gesto predatorio. Il treno della notte che ti porta nella città ostile, quella che non ti conosce e per questo non ti esamina con la stessa noiosa spocchia, è un atto di affermazione di se stessi.
Forse non ho bisogno di dormire. Forse non ho bisogno di sentirmi al sicuro. Non mi piace sentirmi in famiglia con chiunque. Ammettiamo le distanze. Riconosciamole. Facciamole diventare stazioni e magari, in maniera previdente e non prudente, evitiamo di raggiungerci ad ogni costo. Garantiamoci, ogni tanto, almeno ogni tanto, una visione solitaria e neutra su tutto quello che abbiamo all'orizzonte e che non ci godremo mai interamente.
Fogli di carta. Musicisti. Recensioni. Qualche volta, rock decotto, reazionario. Autoreferenzialità, presunzione, reiterazione degli schemi. Vieti schemi con riflettore fisso. I nostri amori sempre sugli scudi, ma sono amori fragili. Sono un pretesto per sembrare più umani. Più bisognosi. Più attenti all'attenzione che ci vorranno riservare. I never sleep.
Dischi, comodini, dischi, sigarette, telefonate, comodi raggiri e pretenziose abitudini, caffè, anagrafe, taglio di capelli, tacchini, scrivere e fingere di prendere pace e congedo. Come fantasmi, come rapaci, anche senza scrivere finiamo per sognare comunque. Ed ogni sogno, ho imparato, uccide i precedenti con una crudeltà che esclude, per quel che mi riguarda, qualsiasi forma di fede e di devozione all'irrazionale.
Figlio di? Uomo di? Professione? Hobby? Passioni? Che ti piace? Da dove vieni? Chi senti vicino? Chi senti affine? Buona forchetta? Per chi tifi? Playlist dischi, playlist libri, playlist sesso, playlist recensioni, playlist incubi. Tutto in continue, insensate classifiche da finti padreterni che sostengono di sapere il fatto loro. Appunto, lo sanno loro. Qui, tra torri eburnee divorate e tacchini che costituiscono l'avamposto dello più stupido escapismo onirico, non attecchisce altro che il suono, il battito, il fumo. E lo stupore di essere ancora in piedi, zuppo di sogni appena accennati come quando, durante un temporale pazzesco, entri in un portone e ti accendi una sigaretta. Senza avere la minima certezza di chi sei e quanto durerai.
Tutto è notte, tutto è distesa di suono, le prove da sforzo valgono meno di una televendita sgrammaticata. Le dimostrazioni di originalità valgono meno di un pompino. Senza battito, senza l'ammissione di fluttuare senza timone, non costruiremo mai una sola stazione decente.
Al prossimo tacchino affamato.

LdP, 23 dicembre 2015


Tracklist:

Pop 3 – I Never Sleep (Swayzak remix)





21/12/15

Una serata tra persone per bene


13/11/1963 Sporting Lisbona-Apoel Nicosia 16-1

APOEL NICOSIA: Antonis Mavroudis, Savvas Partakis, Stavros Nathanael; Dimitris Chiotis, Nikos Kantzillieris, Stelios Charitakis; Antros Antoniadis, Solis Andreou, Nikos Agathokleous, Andreas Tassouris, Andreas Stylianou. Coach: Neil Franklin

Quando esci da un appartamento, dopo una serata con amici, la notte ti offre il suo spettacolo. È come tornare a casa, prim'ancora di tornare veramente dove vivi, dormi e mangi. È come finire lo spettacolo. La sensazione più veloce è che non tutto torni. Che non si detto tutto. Che non si è detto il vero. I rapporti si reggono su un sistema così fitto di piccole e grandi menzogne da tenere al guinzaglio che una serata sincera, davvero sincera, è quasi sempre l'ultima.
La mania di apparire veri è una delle ultime e più perniciose idiozie dell'uomo moderno. A me è passata la voglia da tempo. Non apparirai mai come vorresti. Non riuscirai mai a comunicarti completamente senza incorrere in equivoci. E allora perché applicarsi tanto?
Perché cercare l'armonia prima del tempo? Perché tentare la cieca strada di una verità?

Anche stasera ho fatto il mio. Tra una sigaretta e l'altra, lo show della simpatia: ma avevo una pistola carica nella giacca. Il mio acre -e qualche volta sgradevole- umorismo mi ha fatto timbrare il cartellino senza il rischio di passare per asociale. Ho parlato anche di calcio. Di quella partita del 1963 che tanto mi colpì da bambino. Sporting Lisbona-Apoel Nicosia 16-1. Record di goal e di scarto nelle coppe europee. Ho raccontato che in camera ho un piccolo gagliardetto dell'Apoel Nicosia, che l'ho comprato su ebay qualche anno fa. Mi piacciono i gagliardetti, i pennant. Più le squadre sono piccole, più mi piacciono. Qualcuno degli amici ha sorriso al mio racconto, che si è fatto forte della vittoria, proprio mentre ero lì con loro, del Real Madrid sul Rayo Vallecano per 10-2, nel campionato spagnolo.
Emilio, per esempio, mi ha detto: “E ora acquisterai il gagliardetto del Rayo Vallecano?” Risate di gente per bene, e intanto lui e la sua compagna si sono scambiati un velocissimo bacio sulle labbra. Lei è incinta.
Carmelo detto Carmelitano, che ci ospitava in casa sua, ci ha voluto per forza mostrare la sua collezione di bottiglie di vino. Un branco di quarantenni che stava in compagnia, nessuno che pisciava fuori dal vaso o in un vaso, nessuno che desiderasse, seppur minimamente, di comunicare qualcosa al di fuori di una serata tranquilla e di comodo. Ci sono stati momenti di noia assoluta. Mi sono più volte chiesto, mentre li osservavo, se si rendevano minimamente conto di aver perso. Forse meno di me, ma hanno perso comunque. Con i loro modi affettati, il vezzo di contrabbandare i propri privilegi per diritti inalienabili, i loro noiosi spot da condottieri di famiglie perfette.

Hanno mangiato tutti come porci. Tranne me, che mangio pochissimo, e alcune delle donne che dovevano mantenere la linea.
Mi mette a disagio vedere come gli altri si fiondano sui piatti, la foga con la quale masticano, la voracità con la quale finiscono la porzione. Io mangio tabacco e fumo e c'è sempre qualche tristo mietitore che mi paventerà sommessamente un tumore ai polmoni. Può essere. In quel caso, mi lancerò dal Transiberian Express in corsa, impugnando un libro di Henry Miller. Mi sembra abbastanza poetico ed esotico, ed è quello che molti si aspettano da me. Qualche stranezza anche in coda. In coda, invece, occorre essere sobri, spartani, mai solenni.
Tutte le coppie che ho osservato mi hanno un po' depresso. Non ho trovato dolcezza, solo abitudine, tra di loro. Poi magari scopano anche deluxe e sono soddisfatti. Capita che il benessere ridicolizzi e annienti il sesso. L'abitudine rende le coppie simili a fratelli o cuginetti. Almeno all'esterno. Ma i miei sono giudizi sommari e sono disgustosi, perché si basano sulla disarmonia che serate del genere mi istillano dentro. Non sono tagliato per queste cose. Forzo la mano per non annoiarmi troppo; ma anche la dinamicità delle mie risoluzioni ha difetti di fabbricazione, ed ecco che all'uscita del palazzo scopro che è notte, notte fonda, e qualcosa mi torna ancora meno di prima.
Degli altri mi rimane poco addosso. Tutti i miei compagni di serata non mi hanno lasciato addosso neanche una mollica di autentica disperazione di vita, di fretta esistenziale. Mi sento sporco ed invischiato. Corrotto dalla quiete che mi hanno esibito e che ho dovuto replicare. Nauseato dall'olio, dalla salsa, dalle pizzette, dai rutti trattenuti, dall'odore di deodorante ambientale e da quel leggero lezzo di piedi che emanava Giuliano.
Nando poi, lui e Pat Metheny. Che tedio. Lo ha chiamato prima “PADMEDINI” e poi, cercando di anglizzare e glottizzare, “PADH MEDENEY”. Ha anche messo su un disco, di Padh Medheneye. Il basso manco si sentiva. Sembrava la colonna sonora di un programma di Focus sui viaggi. Quelli che alla fine ti alzi dalla poltrona, vai a pisciare e non ti sei arricchito di niente, se non di immagini patinate e montate.
Mentre Nando parlava di Meodhoney, e la sua compagna si perdeva nell'iphone, ho avuto voglia di impasticcarmi forte e di mettere su un pezzo che adoro, “Lip reading” dei Soul Of Hex, nel trattamento di Mr. Fingers/Larry Heard. Impasticcarmi e andarmene via di cervello, libero e fluttuante.
Annamaria e Ciro, invece, ci hanno mostrato foto della Grecia e della Turchia. Il loro viaggio. Il loro viaggio autentico alle radici del bello. Schiumavano entusiasmo, ed io fingevo di seguire, ma in realtà guardavo oltre la finestra, disperdendomi nel nero elettrico di una Napoli troppo tersa per essere davvero la mia città, almeno stanotte.
Le serate trascorse a guardare foto dei viaggi di Gulliver mi possono mettere knock out per qualche mese. Si sentono tutti Bruce Chatwin e questo è deprecabile. Anche io ho viaggiato, a raggio limitato, ma non ho mai ammannito le mie foto a nessuno. Non si viaggia per mostrare poi. Altrimenti siate coerenti. Scattate foto anche prima di un coito, con addosso quello straccio ottomano sexy. Scattate foto al cesso della stanza e dite: “Qui ho cacato potente, erano tre giorni che non andavo di corpo”. E tu Ciro, fai vedere la foto che hai scattato al culo di quella turista olandese, che sarà il soggetto delle tue fantasie solitarie da scaldasonno sei-minuti-e-poi-mi-addormento e niente coccole.
La verità atroce è che il mio approccio è fetente e fastidioso. Sono fuori quadro, in queste riunioni. Parto prevenuto, lo ammetto, sono greve, strumentale. Ma poi non accade nulla che mi fa cambiare idea, e questo lo trovo grave, perché giuro che sarei felice di smentirmi. Non voglio parlare di cereali. Di prodotti della natura. Non voglio parlare della nuova biblioteca per ciechi. Non voglio essere corretto per correttezza. Se siamo amici o parenti ma non mi vai a genio, siamo spacciati. Sono antipatico e fetente. Limitato, cortese e falso. La mia gentilezza è costruita: è frutto della buona educazione che ho ricevuto, ma l'anima sbava fuori cornice e si vede. Sono antipatico al fondo della vera essenza, perché vedo le rovine anche nei templi che le persone mettono su. Basterebbe osservarmi bene: sarei depennato in eterno da qualsiasi imbastitura festaiola e commemorativa.

Finita la serata, come detto, mi trovo la notte di fronte e rifiato. È finita. Non devo più parlare. Non devo rifugiarmi in Sporting Lisbona-Apoel Nicosia 16-1. L'odore del pesce fritto è rimasto in quella casa. La mia giacca imbottita puzza di fumo stagnante e un letto, da qualche parte, mi aspetta. Una pillola e un libro sul comodino. Non sono dalla parte giusta delle cose, ma non mi riuscirebbe diversamente. La strada è deserta. Cartacce. Vento. Insegne e luminarie natalizie. Avrebbe senso mettersi a ballare come un imbecille, come un drogato, dato che si è completamente fuori dal binocolo di Dio e dal microscopio di amici e conoscenti. La notte è la grande madre, la stupenda e fedifraga puttana che in fondo non mi chiede più niente da anni, ed io da lei. Il nostro incesto non fa rumore e non produce figli che piangono e richiedono attenzione. Ce ne andiamo per motel senza specchi, con un solo abat-jour mezzo fulminato sul comodino, consumiamo i nostri rapporti senza dirci niente dell'amore, senza una sola di quelle promesse creme caramel che piacciono alle persone-spot.
La notte sa quanto sono minuscolo, ininfluente e incattivito; la notte sa quanto posso essere perverso nel mio garbo, nel mio scrivere, nel mio provocare il destino fino a smontarlo. Nel mio ostinarmi a non mostrare un lato più attraente, che pure sarebbe facile, perché basta spalancare gli occhi e mostrarsi bonari per sembrare meno una merda di quel che si è davvero.
Purezza. Non saprei. In notti come queste, se mi garantisci un pasto caldo, un pigiama scuro e un lavoro, io le tue foto del cazzo me le guardo pure. Ti faccio i complimenti per la piantana in salotto, per il quadro alla parete, per la moglie con il culetto tirato a lucido e liposutto, e mi complimento per la fede che continui a mostrare, tra una sventagliata di ego ed un qualsiasi pezzo di Padd Madhedhoney. La musica adulta per chi non sogna neanche quando fotte o muore. La musica comoda delle poltrone, del prelievo in banca, la musica del “lasciamo tutto alla signora delle pulizie”.
Io lascio tutto al vento. E domattina, memore di quanto io sia avido di errori, non mi guarderò allo specchio. Preferirò le canzoni e un telegiornale in bassa frequenza. Preferirò scrivere, lontano dagli amori retti o ad angolo retto che mi avevano profetizzato i soloni. Un animale con le fauci a forma di zero, abituato ad azzannare la neve per dormire almeno un po'.

Luca De Pasquale, 21 dicembre 2015

19/12/15

Il marketing del narcisismo


La vanità si incontra nei luoghi più insperati: a fianco della bontà, dell'abnegazione, della generosità.
(Ernesto Sabato)

Guardami.
Guarda la mia foto. Ti piace? Ti piaccio? Flirtiamo?
Guarda la mia intelligenza. Guarda i richiami al non detto. Guarda la mia sensibilità; enorme, proporzionata al mio cazzo.
Guarda dove sono stato. E come ci sono stato bene. Guarda come mi apprezzano. Guarda come sono simpatico, arguto, a volte severo, guarda come sono diverso dagli altri.
Flirtiamo. Mi serve. Mi serve che ti piacciano le mie foto. Il mio profilo. L'arte che mi scorre nelle vene: io la vedo, la vedrai anche tu.
Poi, guarda che amici brillanti. Guarda, ascolta, leggi i nostri dialoghi. Differenti dal resto. Si focalizzano su di me. Io mi focalizzo su di me. Le mie passioni mi servono per fare presa sugli altri, anche su di te. Le mie passioni mi serviranno anche per entrare tra le tue cosce. Per essere il tuo autore. Il tuo amico dei sogni preferito. Il sogno proibito che fa schiuma d'amore. Dimostriamo al mondo che possiamo amarci. Sarebbe comunque merito mio. Io mi focalizzo su di me. Che bella la mia intelligenza, il mio intelletto, la mia ambiguità, la mia dolcezza con retrogusto di dramma personale. Vuoi prenderti cura delle mie ferite? Io te lo consiglio, perché le mie ferite sono diverse e valgono di più. Io mi piaccio e sono ambiguo con me stesso. Se fossi una donna, direi che di me, delle mie foto, del mio stare al mondo, ci si dovrebbe innamorare. Leccami l'anima, fatti scopare. Leggimi. Scattami delle fotografie che mi serviranno comunque per gli altri. Dimmi che so scoparti e io ne farò un luogo comune della mia storia personale. Mettimi la lingua in bocca, muovila, io ti confesserò intanto una cosa: sono ambiguo. Potrebbe piacermi anche un uomo. Io scelgo. Mi piace eccitare con l'ambiguità. Mi eccito da solo, ma sarai tu a farmi venire. Leggimi, scrivimi, pensami, trova riferimenti superiori in ogni cosa che dico, faccio e mostro. Voglio scopare il mondo e fingere di avere una strana attrazione per il suicidio: funziona. Sono bravo e bello e non lo so se scopo davvero bene, ma tu me lo dirai. Sono un uomo moderno e mi piace piacere anche se faccio lo schivo. Mi piace guardarmi l'anima, il cazzo, e leggere il mio nome su locandine, targhe, copertine, documenti, il nome sullo specchio appannato dopo la doccia, dopo che ti ho chiavato bene. Ammirami. Io mi ammiro. La morte, mi cago sotto, ma mi piace dire che non la temo e ci lavoro sopra, come sulla superficie di un lago ghiacciato. Io narcisista? Ti sbagli. Amami. Amami in pubblico. Anche se non scopiamo.

Quante persone potrebbero parlare così? Quanti uomini? Tanti. Tantissimi. Quanti asceti? Quanti intellettuali? Quanti stronzi? Per strada zampogne, organetti e onde irrazionali di narcisismo assurdo, ingestibile, stantio. Specchi ovunque. Specchi e gente negli specchi. Tracce di rossetto, di follia, di oblio. Di noia, di superstizione, di insicurezza elevata a confusa teoria di affermazione. Intanto, lo specchio nel mio stomaco si è rotto. Gestisco frantumi. Insofferenza. La strada della bellezza è un gioco dell'oca. Sono in coda per giocare. Ma ho lasciato lì una controfigura. Non ci sto a giocare. La bellezza obbligata è una cosa che mi fa orrore, è un concetto molle. Consolatorio. Perdente. Ma non perdente come piace a me. Penso che quando si perde, si deve perdere sul serio. Conoscere la rovina, non il semplice sbandamento. Lavarsi tra le macerie e non presentarsi semplicemente sciupati ad una cena di gala. Non lasciarsi osservare e studiare nelle difficoltà, ma danzare tra i frantumi come il peggiore dei coglioni. Capire che le stelle non arrivano mai su richiesta; che le comete sono un gioco estivo che serve a creare più che altro la nostalgia invernale.
Dalla mia finestra vedo il mare e anche il vicino che fa esercizi, pesi e cyclette: le due visioni cozzano tra loro. Lui mi vede fumare. Forse mi vede spettinato. Non sa neanche come mi chiamo. Molta gente che conosco, che dice di conoscermi, non sa come mi chiamo. Non sa dove vado e chi potrei essere. Non so giocare agli indovinelli.
La curiosità è uno strano ritmo che non ballo, che ascolto con diffidenza. Scelgo la sedia bianca e sporca in fondo alla sala, non applaudo, evito la traccia, riduco la portata dello sguardo ad un puro caso. Chiamami sul palco, ma avrò occhi da squalo: inespressivi. Caccio per fame di vita ma non presumo di portare con me altra vita; qualche volta porto nelle mie esplorazioni e nelle mie pigre fauci un'idea neutra della morte. Mi accusavano di narcisismo negativo, anni addietro. Erano dei coglioni. Non ricordo i loro nomi e le loro promesse. Rimuovo. Esonero. Sostituisco. Faccio veloce. Sono battute di caccia senza colonna sonora. È apnea, è roba sotto il livello dell'acqua, con lo specchio dello stomaco rotto e la fantasia in riserva, imbottigliata come vino che non vuole essere sorseggiato.
Mi mandi una foto di qualche anno fa?”
E perché mai?”
Perché vorrei sapere se hai mai sorriso”
Sorrido più oggi. Da bambino i conti non mi sono mai tornati”
Di che parli?”
Non ti rispondo non perché non ti possa riguardare: ma perché ormai non riguarda più me”
Che ti è successo nella vita? Che ti è successo tanti anni fa?”
Mi hanno detto che sono nato e ho cercato di fare del mio meglio per non diventare il servo di nessuno. Neanche di me stesso. Ma penso che fallirò”
Sei pessimista”
Sono uno che respira. Sono incostante. Non chiedo niente. Una cosa che alla lunga finisce per fottere”
Sei strano”
Ti ringrazio”

Mancano pochi giorni a Natale. Specchio nello stomaco rotto.
Mi faccio una foto di profilo? In chiaroscuro? Allo specchio? Al computer mentre scrivo? Alla notte fuori la finestra? Ai miei amori, agli oggetti che amo? Alla mia sigaretta accesa? Faccio una foto alla mia età del momento? Alla mia intelligenza ingaggiata da una società fraudolenta per produrre sproporzioni e ambiguità?
Decido di non fare foto. Decido di respirare. Nel ghiacciaio che culla i sogni di nebbia, e cioè, più banalmente, il giorno seguente.

Luca De Pasquale, 19 dicembre 2015


17/12/15

Il pesce di traverso. Asti Gancia per tutti.


Di notte la città in lontananza sembra una specie di presepe. Ma, forse, la scena è stata vista già troppe volte. Ho sempre la sensazione che il giorno dopo troverò gli addetti del comune ad arrotolare festoni, a staccare prese, a sostituire ghiotti inviti a veglioni di capodanno con facce ottuse di amministratori e relatori di conferenze.

In città c'è tanta voglia di rinascimento. Un fervore palpabile e distinguibile da chilometri. C'è voglia di riscatto con qualche sfumatura di redenzione. C'è voglia, in giro, di roba edificante. Edificante. Costruttiva. Una smania che fa muovere persone, idee, voglia d'espressione, una smania che accalora da morire quelli che si sentono sulla sponda giusta. C'è voglia di storie positive. Di piccoli miracoli di resistenza. Questo è uno dei tanti motivi per cui siamo invasi da una sorta di narrativa da riporto, una letteratura-parrucchino. La mia città, ma non è certo la sola, è stata invasa non dagli alieni -l'effetto sarebbe stato più divertente- ma da ogni specie di individuo affetto da spirito costruttivo presente sul territorio regionale e forse nazionale.
Artisti che si declamavano impegnati ed incorruttibili presenziano ad ogni sorta di inaugurazione, celebrazione, festa di piazza, festa del libro rilegato, festa dei galeotti recuperati, festa del caratterista che ha recitato la parte del camorrista buono, festa dello scrittore monumento regionale, cittadino, quartierale, condominiale. Si scopre una targa per un poveraccio ucciso durante una rapina, ed ecco che l'artista schierato e incorruttibile è lì, probabilmente a vomitare luoghi comuni contro un sistema che ha in testa solo lui. Ossessioni accresciute da un vittimismo epocale e mai sanato.
Non ho mai amato gli urlatori di verità accecate in partenza. Non ho mai amato i finti ribelli con il conto in banca pingue e le royalties garantite. Non sono loro i miei eroi. Non li ho mai presi sul serio.

In questa volontà di vedere e vivere cose belle, le persone spesso dimenticano di tirare lo scarico nel cesso di casa. Nelle loro sommarie santificazioni dimenticano sempre di bonificare qualcosa. E la puzza di merda, di vomito rimangiato e di tare caratteriali è sempre quella. Quell'odore zuccheroso, nauseabondo, che porta con sé un'imbarazzante scritta perenne: RIMEDIO. Loro cercano di rimediare. Ci provano. Chi non si accoda è un disfattista schifoso, un caso perso. Per molti esiste un solo tipo di lotta. Un solo tipo di giustizia. Un solo tipo di arte popolare. Loro dicono che il popolo vincerà sempre e comunque; io dico che il popolo ha permesso l'espansione di una second life qualunque di fantocci e persuasori neanche occulti. Ma chi se ne fotte, poi? Metti le lenticchie in tavola, che portano soldi. Sistema bene il puntale sull'albero. Sistema meglio il puntale nel culo del nemico immaginario. Fuori i nomi dei corrotti. Fuori i nomi dei maiali. Intanto abbuffiamoci, che è Natale. Indigniamoci, ma diamoci sotto con il pesce la sera della vigilia. La mattina dopo il cesso sarà intasato, ma la coscienza sarà rimasta convinta, l'unico organo intangibile da non mettere in discussione.

E intanto.
Intanto ci sono quelli cui le cose stanno girando. Te ne accorgi perché stanno zitti. Improvvisamente zitti. Non protestano più. Ma non sognano neppure. Hanno la pagnotta calda in bocca e preferiscono non salutarti, non sorridere. Ti inviano dei segnali, ma sono timidi. Perché sono soddisfatti e hanno paura di confrontarsi con i tuoi incubi. I tuoi incubi, quelli all'olio di ricino, quelli non conservati nella riserva dell'ideologia e della fede, quegli incubi che ti fanno sembrare un relitto anche se stai bene, perché stai seguendo quel che senti. I tuoi incubi inutili, che a quelli con la pagnotta calda in bocca sembrano dei maniaci con il cazzo duro di fuori davanti ad una batteria di bambine.
In questo momento storico di ossessione per l'edificante, gli incubi sono pornografia sociale, vanno stroncati; e chi lotta senza un quartier generale continuerà a scrivere, suonare, girare film e parlare per pochi intimi.
D'accordo. Ci stiamo. Accettato questo compromesso. Questo si accetta: la marginalità. Anzi, come diceva un tizio molto intelligente, accettiamo di sembrare crepuscolari, umbratili, paradossalmente d'élite nel nostro vagare a vuoto mentre si scoprono targhe, mentre falsi eroi tutti di un pezzo arringano il malcontento incurabile del cittadino incazzato.

Classi povere che amano i ricchi. Individui narcotizzati innamorati del benessere storpio che ci farà morire meglio. Consumismo scacciapensieri. Poltrone che assorbono lo scacazzo delle insicurezze. Capitalismo illuminato, ma io preferisco dire capitalismo che illumina le sue sole stanze. Populismo becero per passaparola, per selfie, per artisti di regime che simulano la rivolta. Controverso garantismo da anime pie. Regole ambientali ed ecologiche che valgono solo per il proprio giardino. Votare bene, votare giusto. Votare ciò che serve e chi serve. Deridere sommariamente il vecchio gusto dell'ideologia riottosa, quella con pochi mezzi ma forse sincera. Tutto si annulla nel “Buon Natale” indistinto che si manda a più destinatari. Che tu ti stia suicidando o che tu stia baciando con la lingua, buon Natale a te e famiglia. Mille di questi giorni, mille di questi culi. Mille di quegli accomodamenti sostanziale. Mille di quei miglioramenti. Accenditi il tuo Dio al neon, ti suggeriscono, mettiti a pregare e vai pure a farti fottere. Io sono d'accordo su tutto, perché le fratture servono. Le fratture sono vita, mentre le fritture nei giorni santi finiscono solo nel tubo fecale.

Quelle che a tanti sembrano tenebre, in realtà sono coppe di champagne. Anzi, di spumante. Per il tempo che resta. Forse coerenti con la sordida sconfitta iniziale. Forse soli nella sala d'attesa senza garanzia di essere ricevuti. Forse imbecilli e non in attivo negli affari. Forse liberati definitivamente da questa mania della nobiltà d'animo e di intenzioni.
Ci sta anche questo: sono tanti i girasoli. Qualcuno che si voti all'ombra, senza votare e senza prendere i voti, costituisce l'inutile cifra della differenza da determinare.

LdP, 17/12/2015





15/12/15

Il novantesimo minuto della vita: Fiorentina-Cagliari 1-1, 13 aprile 1980


Fiorentina: Giovanni Galli, Ferroni, Tendi; Galbiati, Guerrini, Sacchetti; Restelli, Orlandini, Sella, Antognoni, Desolati.
All. Paolo Carosi


A mio padre, al cielo viola sempre troppo corto, al novantesimo minuto della vita.

Il 13 aprile del 1980, dopo pranzo, mio padre ed io andammo in camera sua. Chiudemmo la porta. Accendemmo la radio Telefunken Ketty arancione che era sul mobile bianco. C'era anche, su quel mobile, un posacenere giallo, un portamonete di legno, il pacchetto di Muratti Ambassador di papà con la scatola di cerini. E, forse, una foto di mio nonno. Avevo otto anni. Il primo anno di mio vero tifo per la Fiorentina.
Mio padre accese la prima sigaretta appena iniziò “Tutto il calcio minuto per minuto”. Se non fumava, durante la partita, finiva con il tentare di mangiarsi le unghie. Ma desisteva subito. Mio padre tifava in modo sobrio, ma una sconfitta della Fiorentina era capace di rovinargli tutta la settimana successiva. Io di calcio ci capivo poco, ma la Fiorentina era già la mia missione, mi esaltava il colore della maglia, mi piaceva Antognoni, non lo facevo per scimmiottare mio padre anche se lo hanno pensato in molti per anni: “Eh, quello vuole imitare il padre...”
I collegamenti da Firenze furono brevi. La partita veniva descritta come noiosissima, priva di emozioni. Mio padre scuoteva la testa. Io ero bambino. Mi arrabbiavo come si arrabbiano i bambini; spesso per giocare alla rabbia.
Poi, all'ottantesimo minuto, ci fu l'intervento da Firenze: Fiorentina-Cagliari 0-1, gol di Piras. Mio padre rimase impietrito e accese un'altra sigaretta. Forse era la sesta, dall'inizio della partita. Io cercai di commentare, volevo sapere cosa ne pensasse, ma si era definitivamente ammutolito. Mi disse solo che avrebbe voluto spegnere la radio. Io gli chiesi di non farlo. Era un misto di speranza ed incredulità. La Fiorentina non poteva perdere. Non doveva perdere. Noi lì, davanti ad una radio arancione, in una stanza piena di fumo, a Napoli, lontani da Firenze. Un adulto e un bambino. Un padre ed un figlio. Entrambi tifosi della Fiorentina, due strani napoletani. La Fiorentina non poteva perdere. Mi piaceva l'odore aspro ed amaro delle Muratti di mio padre. Mi diceva, quell'odore, che lui c'era. Che in qualche modo ci incontravamo. Che stavamo scrivendo la nostra storia insieme, la nostra parabola privata ed inconoscibile, la nostra abitudine a viverci. Me lo dicevano le sue Muratti e le partite della Fiorentina.
Lui era mio padre. Non mi interessava altro. Io della vita ci capivo anche meno che di calcio, mi sembrava una promessa, ma la cosa non mi era del tutto chiara. Di notte pensavo spesso che se fossimo andati a vivere a Firenze avrei potuto comprare poster, libri e quaderni della Fiorentina. Avrei potuto tifare alla luce del sole, senza essere preso in giro dai miei compagni di scuola.

Mio padre non parlava più da svariati minuti, quando una voce stentorea proveniente dalla radio attraversò la stanza: “Attenzione, qui Firenze, il pareggio di Tendi al 90°...”. Vidi il volto di mio padre cambiare, trasformarsi, prendere la forma di un sorriso gentile, il suo, il sorriso di mio padre, quello che mi portavo dietro a scuola, per strada, nei giochi. Si alzò in piedi, poi tornò a sedere. Entusiasmo contenuto. Io, invece, saltai dalla poltroncina di canapa dove ero sprofondato e mi dissi che avevo fatto bene a sperare. Che la Fiorentina non doveva e non poteva perdere, ed io ce l'avevo fatta a scongiurare un'orribile ed inutile sconfitta.
Non era un gran risultato pareggiare in casa con il Cagliari, ma eravamo felici. Quando spegnemmo la radio, mio padre iniziò a ripetere come un mantra “Alessio Tendi al novantesimo, Alessio Tendi al novantesimo”. Io giravo per casa con il pugnetto chiuso della felicità, euforico, inconsapevole, con le prime passioni esposte alle intemperie, vulnerabile, ingenuo, non svezzato.

Sono passati più di trentacinque anni da quel pomeriggio. Non c'è più nessuna traccia di quel che ero e pensavo in quel frangente, mi è rimasto solo il sorriso di mio padre ed un tifo totalizzante per la Fiorentina. Anche se la Fiorentina spesso tradisce, è una di quelle meravigliose donne che fallisce sempre la prova d'amore decisiva. Ma io la perdono sempre. E ricomincio. Non so se riuscirò mai a vedere uno scudetto. Non mi sono trasferito a Firenze. Ci sono andato, ma sempre in trasferta. Il cielo è spesso viola in questa città del sud che non disconosco. Quella radio Ketty arancione non c'è più da tanti anni. Il posacenere giallo è in un cassetto. Non lo uso mai. Se torna in mezzo, viene adibito ad altre mansioni, come contenere i bottoni caduti o qualche moneta utile per l'ascensore.
Quel pareggio al novantesimo minuto fu una sorpresa, un'iniezione di vita. Oggi è un bel ricordo, un po' scolorito, dal viola al lilla scuro, se il lilla scuro esiste. Come le maglie dell'Anderlecht e del Tolosa. Non è viola carico, il colore che amo di più. Il viola profondo, quello che è metà musica e metà consapevolezza degli attimi. Gli attimi sono brevi e sono superati, doppiati e spesso invalidati dalle onde di quel che viene. Io non so porre rimedio a questo e neanche alla nostalgia. Sono adulto e certo del mio privato, custodito, protetto ma anche scivoloso come tutto quel che involontariamente deperisce e diventa memoria. Memoria che per costume esistenziale è destinata alla manomissione, all'alterazione dei dati emozionali. Ma quel sorriso di mio padre si aprì sul serio, in un pomeriggio napoletano e primaverile del 1980.
Mi manca questo. E molto altro.

Luca De Pasquale, 15 dicembre 2015