25/12/14

Viola profondo defilato


Tangenziale deserta la sera di Natale.
C'è una stronza per strada che canta delle canzoncine a tema. Da una finestra aperta si sentono le grida di gioia di bambini che scartano regali. Concepisco Natale come una festa esclusivamente per i bambini. Per il resto è un giorno come un altro.
I guanti nuovi aderiscono bene alle mani, ma l'umidità filtra lo stesso. Il fumo dalla bocca si mescola con quello della sigaretta. Le terminazioni nervose sembrano un'altalena tra luce e buio, tra scosse elettriche e moti sussultori impercettibili.
Il sogno pornografico dell'altra notte era una donna di picche annegata, un sortilegio a brandelli, una mistificazione dell'inconscio. Il tempo scava e tornisce, potente e gigantesco, smussa e massacra, addolcisce e rotola contro cancelli sbarrati.
Il tempo sodomizza gli affanni, li sbatte al muro e li penetra da dietro, senza dolcezza, senza storia da costruire, li ridicolizza con la vitalità. Il tempo rende protagonisti o rifugiati a seconda dei momenti.
Non ho dovuto rispondere ad auguri catene di Sant'Antonio, forse il messaggio è passato anni fa, meglio niente che le finzioni.
Meglio non fingere di ricordarsi di qualcuno solo perché da secoli si mormora in giro che questa notte occorre essere più buoni. Riconosco il pater familias che aiuta la moglie ad apparecchiare e intanto avrebbe tanta voglia di metterlo in bocca ad una puttana e sporcarla, farsi passare quel cazzo di mal di testa.
In sere come questa riconosco, ed è un ghigno allegro, la tentazione della distruzione. In sere come questa io ricordo le bugie e non le pacche sulle spalle, ricordo i procedimenti di comodo, la gentilezza con le emorroidi a grappolo d'uva e non i morbidi materassi che attutiscono le cadute, gli abbracci con le ascelle profumate che non serviranno mai ad un solo vero minuto di verità.

Tangenziale deserta la sera di Natale.
Guardo un cane su un balcone. Lui abbaia. Guardo la luna tra le nubi viola e la tormentosa noia provocata dalle abbuffate augurali.
Guardo al mio interno e osservo un vulcano ancora attivo dal quale pendono fili e fili e fili, liane nere, foulard di troie, salviette rinfrescanti per combattenti, festoni del carnevale frainteso anni ed anni fa, trampolini di carta copiativa per sciocchi atleti della parola. Mi guardo dentro e mi rendo conto che c'è tanta di quella febbre a zonzo per feste, riunioni e incontri che si potrebbe morire di caldo e soffocare, se si decidesse di parlare, oltre che scrivere.
Il dolce di mandorla era bello tra i denti e dopo in gola, ma nello stomaco meno. Come per certi baci. Come per certi ricordi. Come per certi film.
Una ragazza con una gonna grigia citofona nel palazzo di fronte, le aprono, le sue cosce sembrano stuzzicadenti anneriti, chissà che profumo ha sulle labbra, probabile che dopo una zaffata curiosa diventi nauseante.
“Sei tale è quale a... te lo giuro...”
Non giurate. Smettetela di pregare anche quando siete in piedi e siete truccati per vivere. Piantatela una buona volta di cercare sogni e somiglianze ad ogni angolo di strada. Accettate l'alternarsi di bicchieri rotti che tagliano le labbra e calici per brindare con i fantasmi migliori della vostra vita.
Anche oggi riguardo delle vecchie foto. Foto che dovrebbero spiegarmi chi sono e invece sono indizi di una vendetta che è solo a metà percorso. La strada è ancora lunghissima, e per non lasciarla bisogna sopportare delle grandi folate di silenzio.
Ma il silenzio è bello. È totalizzante e increscioso, scivoloso e compatto, è blu con chiazze di nero e di luci al neon. Scopiamo spesso. Non godiamo sempre, ma sappiamo cos'è la gratitudine.
Non intendo recuperare altre foto di quegli anni. È come parlare dei morti. Fiumi di retorica e ricordi impotenti. L'impotenza dei rimpianti e dei rimorsi mi fa schifo più di ogni brutale malattia.
Qui e ora ci freghiamo, qui e ora cerchiamo di non perderci, qui e ora. Qui e ora. Niente si rimanda, niente si procrastina, niente per un secondo momento. Conosco una marea di gente che crede nei secondi momenti. I secondi momenti sono, come si presentino poi, la morte di quello che siamo ora. Qui e ora.
Guardo le foto. Cerco commozione. Cerco indifferenza. Ottengo solo l'effetto di un angelo strabico che scambia un costone di roccia per Lucifero appostato. Rinuncio.
La tangenziale è deserta. Tutti a strafogarsi. Mamme che fanno le mamme, padri che sorridono e vanno a fumare sui balconi, nonni dei quali si scongiura la fine, animali domestici innalzati a templi di dolcezza ravveduta, amanti ai margini, con il telefono acceso ma muto, amanti che accendono il dieci per cento di se stessi con amici di riserva.
Tangenziale deserta. Tenda rossa di fronte a me, luna defilata, nubi viola, foto che ho rimesso in un quaderno, cartoline augurali che hanno sibilato sotto la porta del mio motel senza entrare e senza darmi filo da torcere. Sogni osceni con carte scoperte, ridotte a sfizio simbolico, pagine di un libro svogliato e già consultato, tiro mancino di un inconscio un po' brillo, abbastanza stupido da cercare il colore viola in bottiglie verdi.

LdP, 25 dicembre 2014



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