23/12/14

Tagliata di carne con puntale


1987. Sera di febbraio, pioggia.
Minuto 4:33 di “Cygnus X-1” dei Rush. Non me lo aspetto, quel che accade nel pezzo. La voce stridente di Geddy Lee, il suo Rickenbacker gonfio e saettante, le ritmiche di Neil Peart, gli arpeggi elettrici di Alex Lifeson.
Cambia il mio modo di ascoltare musica. Sono forse ancora in tempo per andare al centro storico e acquistare un basso, ma lo so che non sarò mai come Geddy Lee. Sarebbe impossibile. I Rush cambiano il mio modo di ascoltare e comprendere la musica, sganciano bombe su Spandau Ballet, Duran Duran e sui cantautori italiani. Non sugli Wham e su George Michael, che ho sempre salvato dal diluvio: romanticismi.
Li ho difesi poco i Rush, nelle sfide verbali circa i gusti musicali, negli anni a seguire. Li ho difesi poco nel senso che non ho partecipato alle tavole rotonde sul vero o finto progressive, non ho raccolto le provocazioni del gustaiolo di turno, questi sono grandi, quelli una latrina. D'accordo, purché tu stia zitto. Tanto lo so che ti piace fare sesso con la band di psicopunk per sentirti ancora membrana fresca e che Demis Roussos ti illanguidisce contro la tua volontà, come è accaduto con le ariose canzoni di Amedeo Minghi.

Mi ricordo del primo ascolto dei Rush nel 1987, ma in compenso ho rimosso tantissimo altro. E non alludo unicamente alla musica.
Se mi siedo in poltrona dopo una sigaretta sul balcone, posso percepire l'autentico sentimento della nebbia, che per metà è un quarto d'orgasmo e per l'altra una tagliata di carne morta con i contorni bluastri.
Mi capita anche quando mi parlano in metropolitana o quando qualcuno tenta di convincermi che la sua vita funziona, che i suoi sistemi sono efficaci ed efficienti, e che l'amore possa davvero essere una religione che non si schizza in bocca da sola.
In questi giorni di palle, puntali e fiocchi su tutto, mi sono seduto in poltrona e mi è tornata puntualmente in mente una canzone dei Coroner, dal fantastico “Grin”, il loro disco d'addio. Un disco di una potenza incredibile, virtuoso, aggressivo, trash innervato quasi di math rock, lento proto-death metal ferale con aperture melodiche, un capolavoro. Quel disco mi dava ritmo nel 1993 e oggi vola come un caccia bombardiere sulle mie città fantasma, ma anche su quei piccoli rifugi dove le persone che conosco riescono ancora a conservare il cuore sotto il cuscino, di notte.

Mi dispiacqui molto quando i Coroner si sciolsero. Erano un gruppo del calibro dei conterranei Celtic Frost, piaccia o meno si trattava di trash intellettuale, per quanto la definizione possa apparire grottesca.
I Coroner si sciolsero perché vendevano poco. Ma era, ed è, uno dei gruppi che mi ha emozionato di più.
Vengo a sapere che i Coroner si sono riformati. Ne sono felice e aspetto con ansia un loro disco, venti anni dopo. La strada maestra ogni tanto riappare.

I posti di mare hanno quasi sempre i muri bagnati e le ringhiere arrugginite. Ci faccio caso di più, perché sto invecchiando. Sto percorrendo la mia strada e mi accorgo di molti più dettagli. Quando agisco, sono più attento all'errore. Perché non è più come prima. Gli errori si pagano. Anche molti anni dopo. Sono più attento a come le persone guardano, come guardano, ed è più facile capire quando si ferisce, si disattende, si mischiano le carte in tavola subdolamente.
Non significa che io sia diventato un'anima pia. Me ne guardo bene, e poi sarei comico. Forse, semplicemente, significa che ho imparato cos'è la nostalgia e come l'indifferenza sia il cemento odioso di strade sempre uguali, senza dei e senza demoni, senza preghiere e senza maledizioni, un'anticipazione della fine in vita, il peggio.
Guardo le copertine dei dischi dei Marillion nella mia vecchia camera di ragazzo semi-uomo, mi viene una certa nostalgia, mi sembra di ricordare tutte le sere di pioggia del biennio '89-'90 e lo trovo sciocco quanto inevitabile. Scongiuravo il peggio ogni sera con una nuova fissazione.

Chiudo gli occhi mentre non prendo sonno, mi sento come un ex ragazzo che vorrebbe andare al cinema per una rimpatriata e lo trova chiuso.
E gli amici che sono diventati adulti, le mogli grasse e spettinate, i bambini che picciano, la voglia di credere finita nelle conchiglie ubriache dei lutti aperti ventiquattro ore al giorno, e avere amanti giovani che convincano, ad ogni appuntamento, della possibilità di rimandare l'invecchiamento, di sfidarlo e abbatterlo come un nemico.
Ma una camera zeppa di orgasmi sbattuti al muro con tutti i respiri e i capelli rimasti impigliati non ha nulla a che vedere con eredità, successione e salvezza, e forse neanche con la memoria.
Per molti conservazione del bene e infedeltà sono ancora come due vecchi pugili che se le danno e collassano all'unisono, per molti è ancora così importante scoprire qualcuno che ci guardi diversamente da dietro le tende, da un computer, da un'idea maniacale più volte messa alla sbarra e obbligata a processi sommari.
Ho perso molti dei giudizi costruiti in anni di intolleranza. Alla fine la nebbia è più suggestiva e riserva più sorprese. Le opinioni sono noiose e le convinzioni assolute sono merdose prigioni.
Quanto al ravvedersi, è solo una sera a teatro. Quando il pubblico sarà andato via, si torna peggiori, bendati, condannati a ripetere tutto il calendario di espiazioni anche allo specchio.

Due anni fa scrivevo su questo blog di Jean-François Jenny-Clark e oggi di Coroner e Celtic Frost. Non sono schizofrenico. Fa tutto parte del bagaglio, saranno anche contraddizioni ma funzionano come pietre da fuoco.
Con le persone non si può fare altrettanto. Aprire le braccia al mondo è sempre un rischio circense, si creano delle sale d'attesa dove si fa entrare senza numero, a capriccio, a seconda dei dettami dell'egoismo e delle necessità più elementari e scheletriche, quelle di ottenere attenzioni.
Cattivi medici di noi stessi, sempre ad elemosinare medicine e pozioni, sempre a riempire e svuotare buchi, con il grembiulino da massaia a lavare cuore e genitali nei giorni di primavera, inventando un pollice verde, una sega circolare per costruire palafitte difettose, alle prese con corsi di sopravvivenza taroccati.
La sera, nel letto, abbiamo bisogno di calore. Ci facciamo proteggere e così facendo proteggiamo di rinculo. Poi, per le fantasie preferiamo rimanere soli, quando abbiamo la quasi certezza delle nostre insicurezze, di modo da giustificare ogni debolezza con il raggiungimento di un nuovo livello di pensiero.

Sono dietro i vetri della mia camera. Nelle case di fronte ci sono luci intermittenti. La fontana nel parco è stata addobbata. Mi fa male la mano sinistra e non voglio che le mie abitudini me la succhino per allontanare il male. Ci sta. E ci sta anche il freddo. Va una cover dei Byrds ad opera degli Ulver, “Everybody's been burned”. La canzone mi si attorciglia come un rampicante e mi rilascia alcuni minuti dopo a compiere gesti meccanici.
Giorni di Natale, nebbia da tagliare a fette, nebbia puntale senza fari. Anni che si accavallano, che si fraintendono e si confondono, spostamenti a destra di una foto non scattata, a sinistra del suggeritore che bisbigliava e diceva solo cazzate.
Nella libreria ci sono dei libri inutili e fastidiosi che non sono riuscito a vendere. Non li ha voluti nessuno. Sono libri di persone che conosco o dovevo conoscere. Di leggerli non me ne frega un cazzo, sono sincero. Non mi ritaglio spazi per complimentare qualcuno. Non “linko” link di link che linkano altri link. Non mi sforzo per recuperare dalla memoria numeri di telefono che mi consentano di giocare all'Ulisse moderno che si è appena sciacquato le mutande e le vene e ha di nuovo una bella voce maschia e presente.
Nel mio regno, Ulisse torna alle ombre e non alle parole. Ulisse ricorda le parole una ad una e non dimenticando dimentica. Ulisse ascolta gli Ulver e accende una sigaretta, stavolta corta, in una notte di nebbia e coltelli affilati per un bel taglio di verità da dissossare.
Ulisse non insegue i lettori distratti e non celebra le manie, Ulisse è solo un film che si annuncia noioso già dal titolo e dunque si risparmia le moine di circostanza.
Ulisse riconosce l'ombra quando è già giorno: ha quindi cambiato nome in tempo.

LdP, 23 dicembre 2014

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