04/12/14

Sogni troppo veloci per la pelle


Mi piace la musica tosta. È sempre stato così. Non mi piacciono le lagne, i lamenti folk, un certo pop decadente da intenditori fasulli, non apprezzo particolarmente le quiete atmosfere da poltrona e da assuefazione alla realtà. Assuefarsi alla realtà senza dubbi, senza lacerazioni, è un modo di morire in anticipo.
Non si è quel che si sognava. I sogni volavano troppo veloci per la nostra pelle. Non posso guadagnare il divano e godermi le mie quiete passioni. Ho bisogno di movimento e di energia, da sempre.

A volte la sensibilità è una trappola o uno spaventapasseri.
Ti circuisce, ti lusinga, poi te lo sbatte in culo e non godi nemmeno. Come un Satana di passaggio che incula e sventra una papera, non c'è piacere e non c'è emozione da corredare per le altre persone.
La sensibilità è un sistema idraulico con falle spaventose e probabilmente eterne. Forse le dinamiche non sono tanto diverse da quelle che ti portano ad indurirti il sesso e il cuore, a non prestare troppa fiducia nel vento, nella luna e nelle frasi di circostanza che sono sempre dei killer a piede libero.
Forse tutta questa storia è solo un gioco, e allora vale la pena andare fino in fondo, senza proteggersi gli occhi, nuotando nell'aria come nella tempesta.

Nel 1987 ascoltavo “Looking for love” dei Whitesnake nei giorni di pioggia, mi piaceva quella ballad emotiva con la voce potente di Coverdale e il basso suggestivo di Neil Murray. Quel ragazzo di quindici anni è l'uomo di oggi. I giorni di pioggia mi piacciono ancora come una volta. Sono ancora una pausa, uno spunto, una scena più protetta dove cercare, tra mille contraddizioni, di appartenersi ancora un po'.

Oggi, ventisette anni dopo, sono alla finestra di primo mattino con “Life somewhere else” degli Isidore, Steve Kilbey dei Church alla voce. In ventisette anni è accaduto di tutto, come è giusto che sia, ma durante la pioggia mi è rimasto il senso acuto di ricerca della tana. Nel mio regno ideale esistono caverne trasparenti colme di vento e di spazi ancora da riempire, ma anche parchi conosciuti da pochissimi, dove poter camminare senza contare continuamente centimetri di sicurezza e monitorare l'irragiungibilità dai troppi aliti frenetici di ospiti sgraditi.

Ventisette anni dopo, mi dico che tormentarsi non eleva e non innalza.
Non è una strada: ma non è nemmeno qualcosa che si è scelto.
Non si è scelto tra l'essere una bomboniera ed un vetro aguzzo, è la vita che ha giocato con i cocci e con il materiale di risulta, è l'amore che ha mescolato l'argilla e il fuoco in una pozzanghera di maleducate preghiere.
Ventisette anni dopo, ancora ricordo quella canzoncina ripetitiva circa la rabbia, la rabbia non serve, la rabbia fa male, la rabbia allontana. Ed io pensavo, ma che cazzo credete sia la rabbia? Un cane che abbaia, un uomo che urla e caccia lapilli di saliva, scavalcando ogni limite di ridicolo?
Pensate che la rabbia sia Satana? Pensate che la rabbia sia frustrazione, inadeguatezza a vivere, antiche delusioni e mai superati traumi? Pensate che la rabbia sia un fumetto, una striscia di Topolino?
La rabbia è un palazzo di vetro, invece, dove si osserva un rigoroso silenzio e si continua a vivere, dove per paradosso si sogna ancora di più.
La rabbia è un risultato, mai una scelta. Però può diventare uno stimolo, una sfida, uno schiaffo alla sciocca dama di carità che ti porta il rancio da degente.
In quel palazzo di vetro spesso si carezzano le assenze, e, come i gatti, si cerca il punto più caldo dove poter trovare un po' di sonno, un'assoluzione non scontata e non prescritta, un costume di carnevale che riservi la grande sorpresa della devozione. E cose simili. Non è tanto male. È spesso notte e dunque sei costretto a sognare, a sognarti, e per addormentarti spesso riesci a sostituire le pecore con dei cigni. Sono solo disegni, burle di bambini, ma funzionano sempre. La malinconia la guardi negli occhi, riesci ad amarla, è l'amante che sembra capirti a perfezione, ma sai bene che quando avrà finito sentirai la porta che si chiude e in bagno non troverai nessun biglietto, nessuna promessa di ritorno, nessuna confessione di vera passione.

I sogni volavano troppo veloci per la nostra pelle. Ne catturavi solo la coda, peggio delle comete, bastavano a riscaldarti per un'era breve, per qualche notte, il residuo di luce era il semaforo utile nei giorni sbagliati.
Chissà se tutto il vissuto ha insegnato qualcosa. Non si ha certezza di questo. Non c'è un diploma in solidità e capacità di rielaborazione degli eventi. E la stima degli altri, laddove ci sia, non è la garanzia che la trattativa con la vita sia andata a buon fine. Si deve valutare giorno dopo giorno, respiro dopo respiro, illusione dopo illusione, finendo ancora nelle pozzanghere agghindati per una giornata al mare o in barca.
Nessuno può pensare di padroneggiare la vita e di aver davvero capito.

Stamattina mi sveglio con un ricordo, e cioè la coda di “I dream in infrared” dei Queensryche, che ascoltavo ripetutamente proprio nel 1987. Quella chiusura solenne, con la voce straziata di Geoff Tate e l'arpeggio alla chitarra elettrica di Chris DeGarmo, mi davano un senso di pace e di appartenenza, ancora oggi non saprei spiegare. Quando il pezzo terminava, pensavo sempre, senza capirne il motivo, a chi aveva rinunciato a vivere, a chi aveva abbandonato il grande gioco troppo presto.
Pensavo, si continua anche per voi. Si continua per recuperare i grandi sogni bruciati e per dare un senso al vuoto. Si continua per ricordare qualcuno, nelle fattezze e nelle movenze, nel destino e nel sogno di una presenza che non sia solamente continuo tradimento e malcelata sopportazione.
Si continua, negli spazi bianchi rovinati da scritte oscene, nelle pozzanghere che sono diventati stabilimenti sotto un cielo perennemente giallo e grigio di confusione, si continua in quel palazzo di vetro dove, educatamente, si cerca di non svendere la scorta d'amore al primo idiota affamato.
Io sono il risultato di un'assenza, il diagramma di una rinuncia, una coda di cometa che si è mangiata da sola, eppure sono ancora qui.


LdP, 4 dicembre 2014

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