08/12/14

"Ma perché non intervisti anche John Entwistle?"






L'odore della notte esiste. È palpabile, penetrante, indimenticabile.
Legna bruciata, tracce di salsedine fermentata, fumo. Anche il freddo notturno ha un suo preciso odore.
Un odore che qualche volta fa male al cuore e ti stringe il petto in una morsa; poi passi avanti, perché si passa sempre avanti, il senso stesso della continuazione è quello.
Le luci natalizie intermittenti, rosse blu e verdi, accendono la distanza dallo sguardo al resto, si può andare in pace anche solo per questo.
Gli odori di casa esistono davvero o è solo memoria? In fondo, si cerca un odore familiare, rassicurante, anche in luoghi improbabili e in momenti inopportuni.

Scambio quattro chiacchiere con della gente della quale neanche ricordo il nome, o forse lo confondo. Mentre le loro bocche si muovono, penso che ognuno deve riportare a casa la sua fiamma a fine giornata, e che si tratta di un compito con un coefficiente di difficoltà infernale, spietato. Ognuno deve almeno provare a portarsi a casa riserve di energia e resistenza per affrontare la notte invernale.
Le loro bocche si muovono in una strada che non mi piace. C'è una tabaccheria piuttosto chic, i soliti bar ogni dieci metri, in tanti sciamano nervosi con pacchi in mano, frenesie, sciarpe e foulard dozzinali spruzzati di Narciso Rodriguez, ogni due persone ne incontrerai una che ti magnificherà i figli o i compagni, i lavori e i progetti, i gusti e le apparenze. Quasi ognuno di loro ha un Dio d'argilla nascosto sotto il cuscino, un pupazzo di sabbia e di ricordi che serva come amuleto e come spauracchio per le voglie più impure, e che soprattutto nasconda l'insicurezza al prossimo, un'incognita perpetua. Chiunque potrebbe approfittarsi di palesi debolezze, è la legge della giungla che si sbroda addosso come un vecchio pazzo.
Ho un lieve senso di vertigine mentre Malco si scatena contro il nostro sindaco, parlandone come di un nemico privato, un vecchio avversario personale. Anche quest'anno l'illuminazione natalizia stradale è grottesca, sembra di stare in una succursale unta di Disneyland, ma come direbbe qualcuno forse parlo così perché non ho figli e perché non mi piace fare pace ogni giorno con la mia testa.
La moglie di Malco mi scruta mentre rispondo svagatamente e fumo guardandomi intorno, come un ladro, in cerca di vie di fuga. Già so cosa dirà al marito quando mi sarò allontanato; “com'è strano quel tuo amico, ma che fa?”
Primo, non sono un amico. Secondo, la stranezza è il modo di definire chi non si spiega da subito e che si va a sistemare nel presepe dei nostri pregiudizi, con le mutande macchiate e la mano tesa per un sorriso, un bacio, un amore solo sussurrato, come i contentini per i bambini o per i pony. Terzo, un uomo non fa, un uomo è. Ho fatto, rifarò, mi sono fatto fare, ho fatto il cattivo. La clessidra scende, misto di neve finta, veleno diluito e sabbia in bustine a pagamento.
Tutti siamo strani, a turno. Ruotiamo, pagati più o meno dallo stesso padrone, il tempo che abbiamo in testa e che qualche volta riesce a somigliare al cielo in qualche modo. Teniamo la rotta, ma non è da escludere che un giorno ci sveglieremo pensando di voler mettere della dinamite nella chiesa personale di qualcuno. Quando pensiamo questa merda, la società cerca di guarirci e così facendo ci lobotomizza.

Passo per le vetrine di una libreria, una finta libreria. Accanto a me c'è una coppia che spuma entusiasmo. Sono giovani e lui fa il maestrino, rivela alla sua donna le letture che ha in serbo di fare. Lei ha gli occhi sgranati, di chi ama senza farsi troppe domande. Grande errore o grande saggezza.
Non c'è un solo libro in vetrina che mi richiami. Quattro su dieci sono di cucina, e le copertine sono un incubo. Chef di richiamo si alternano a persone comuni agghindate con grembiuli e cappelli. La gente non pensa altro che a mangiare e guarnire sbobbe in modo artistico: è questo il nuovo business nel residence di polistirolo chiamato Italia.
L'Italia è diventato solo un plastico macabro nelle mani e nello studio di Bruno Vespa. Ma sì, cuciniamoci pure sopra. Ogni tanto preghiamo. Ogni tanto scopiamo forte e poi buon natale e buona festa della mamma, del papà, della repubblica e regaliamoci qualche bacchetta magica di commozione sociale per scambiarci un po' di spessore come figurine.
Il ragazzo/uomo che parla di libri ha un'aria davvero convinta. Nel senso che ci crede, a quel che dice. C'è di che invidiarlo. Parla con voce stentorea, perché è esibizionista. Anche nell'amore, anche quando dorme o si fa la doccia. È narcisista, ma con finto autocontrollo. Non provo fastidio nell'ascoltare involontariamente le sue stronzate sulla creatività e sulla letteratura, così come le accolgo le sbriciolo e scompaio veloce.

Non riesco a togliermi dalla testa “Crosseyed and painless” dei Talking Heads, è un brano che mi possiede spesso e completamente, soprattutto per l'uso della chitarra ritmica e per i vari strati di basso. Mi rende quasi indistruttibile e rotto a tutto per le strade della città, cammino con quel ritmo in testa e mi soffermo solo se ho voglia. L'incontro con Alberto è un fallimento. Certi vecchi amici bisognerebbe ricordarli per quel che erano, e non per quel che sono diventati. Alberto è una brava persona, ma a mio avviso la sua vita è un perenne bocchino sotto mentite spoglie.
Pur sotto le spoglie del travet pacificato, sono anni che Alberto fa pompini morali a tutto il circondario. Ai suoi superiori, alla famiglia della moglie, ai creditori, ai contatti di lavoro, è un debole che moraleggia spesso: come tutti i deboli.
Si sente vivo anche perché ha smesso di votare a sinistra, l'inesistente sinistra italiana, ed è passato ad altri movimenti che si prefiggono di redimere l'intero sistema. Questo lo fa sentire vivo e con una coscienza critica, ma è straordinariamente debole anche in questa scelta, perché è una scelta di pancia, è praticamente, come si dice a Napoli, una loffa dopo una cattiva digestione.
Mi chiede subito che lavoro faccio e quando gli parlo di musica già non sente più niente. Per lui non è un lavoro. Mi dice, con distacco studiato, che ha visto delle mie interviste, ma... cerca di mostrarmi tutto il suo disinteresse, lui non le ha lette. Ma non sa che certo non desideravo che le leggesse, non è su persone come lui che conto. Mi chiede chi ho intervistato, gli rivelo qualche nome, lui si mordicchia le labbra come se qualcuno lo avesse appena infilato con una banana ad uncino.
Poi ritiene opportuno dirmi che ha avuto un aumento di stipendio e che per Natale conta di andare a Parigi. Mi mordicchio anche io le labbra, con uno sguardo sacrificale da sex toy, non replico niente e facciamo pari con le disattenzioni reciproche.
“Pensi di intervistare anche John Entwistle degli Who? Lui è un grandissimo interprete dello strumento, secondo me il migliore, mi stupisco che tu...”
Non mi scompongo: “John Entwistle è morto”, gli dico, soffice.
Fa la bocca a carruba.
“Oooh... e quando sarebbe morto...? Mi è sfuggito, sai, il lavoro...”
“È morto stamattina mentre si faceva la barba, mi hanno avvisato i suoi cugini”, dico, gettando lontano la cicca.
E lui fa la bocca a carciofo, mentre il giorno ci muore addosso, asessuato e stanco per tutti gli scampati vizi.

Rientro a casa, sempre con “Crosseyed and painless”, che ormai è diventato un tatuaggio. Leggo delle mail e ho la conferma che con i dischi non ci sa fare proprio più nessuno. Non è più come ai miei tempi, e da qui vedo che sono invecchiato. Sono un vecchio fottuto brontolone, ma l'import è stato il mio pane ed oggi i pivelli ne hanno uno spauracchio psicocomico.
Tant'è che ti rispondono, ci provano, “questo si trova solo da scaricare”, perché hanno quasi orrore di cercare. E invece il disco si trova, quasi sempre si trova. Io non sono un genio, ma in quindici-venti minuti lo trovo. E allora significa che l'errore sta nell'approssimazione isterica altrui. Perché il disco non è più un oggetto da cercare, è un plus prescindibile, più che altro una mania nostalgica, addirittura una perdita di tempo.
Rispondo garbatamente ad uno stizzito grossista italo-elvetico e continuo a martellarmi con le sovraincisioni al basso di Tina Weymouth.
Per i Natale passati ho sempre scritto qualcosa di seccato e probabilmente di monotono, perché Natale lo soffro e lo ammetto, vado in malinconia come gli animali vecchi o malati.
Quest'anno no. A pensarci bene, mi diverto abbastanza. Mi piacciono le luci intermittenti e adoro il profumo delle notti di dicembre. Tiro dritto, sono diventato tanto gentile con le persone, davvero una cosa inattesa. Sarà merito dei Talking Heads.
Come un tempo, almeno questo, la musica è un argano sempre funzionante, sfancula le pastoie dell'esistenza in un soffio, è una new age in abiti scollacciati e ritmici che fa spessore nelle notti più fredde.

Questo sarà un Natale crosseyed and painless.
Sì, c'è ancora un senso. Alla vita, alla lotta, ai Talking Heads; peccato non poter intervistare John Entwistle. Tutta colpa di Alberto.

Luca De Pasquale, 8 dicembre 2014

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