21/12/14

Il pavone


Odore di notte. Odore di sbagli. Selciato bagnato di umidità e l'ego come un colabrodo, come un canale di scolo per ogni cosa che sembri necessaria e inutile allo stesso tempo.
Metto fuori la coda del pavone e respiro forte, come un idiota in procinto di gareggiare per qualcosa, come in un film americano e solenne, come per guadagnare pezzi pregiati di cibo per maiali.
Pepite per maiali: l'animale caccia la coda, mille colori in mezzo al veleno, il bluff, il menefreghismo accentuato, le bugie di rinuncia, la continua e fraudolenta scopata con il vuoto.
Il mare stanotte è una pozza lunare, la tentazione è quella di simulare indispensabilità per accaparrarmi emozioni passeggere, la tentazione è quella di essere un tentatore, ma sono solo un pavone che si è impiccato ad una cartolina.
È un'idea flirtare con la decadenza, basta essere disattenti e cacciare il setaccio dal mantello. E aspettare. Tutto è precario, è droga per la memoria, è la dose sbagliata con le spalle a dio e al cielo, è la sbornia che non rende allegri bensì crudeli, smantellatori, è la giostra della creatività e dell'improvvisazione ma anche della decomposizione.
Questa musica house del cazzo, il dentifricio in bocca, house liquida a dadini e cazzo a sinistra, il naso di tabacco, il mal di testa, tutta la merda del passato a prendere il sole sulla spiaggia libera a fianco.
Ed io a fare il bastardo in un lido privato, ingresso unico, una sola notte poi mai più.
La croce del cimitero sulla collina, bianca e accesa, a sovrastare tutto quello che non voglio considerare, pianificare, ricordare, proteggere.
La croce in alto e il mare in basso. Ottovolante per giocolieri mutilati, perdite di tempo, baci sporchi per accelerare l'autodistruzione, la mancata responsabilità, baci a pioggia per rifiutare sempre il bel tempo.
Il bel tempo degli altri e le stupide parole di vicinanza, che non sono mai vere.
Sulla sabbia scura, pronti alla corsa, ma lo starter è un fantasma e non ci sono giudici di gara disponibili. Il pubblico è pagato per tifare, per giocare alla famiglia trepidante, il pubblico è pagato per morire appena sarà finito il veloce carnevale.
Le mani e gli occhi non sono strumenti, non sono armi in dotazione, sono demoni sensibili al calore, demoni senza testa, parti del caos, generatori di vortici brevissimi e magagne dell'intuito.
Mi stupro per partecipare, mi stupro per essere ricordato e desiderato, mi stupro per piacere e per diventare languida e minima mania di qualcuno, sono solo un pavone che vuole giocare la mano del morto in un posto periferico, con sirene solo disegnate, amici macchiette e procuratori di distrazioni con il fiato malato di paura.
Ho scritto perché mi divoravo e perché ero uno schifoso pavone.
Ho scritto perché la vita in fondo non mi è mai bastata sul serio, dovevo sovrastrutturare, sabotare, guastare le premesse e adulterare il gusto quel che serviva per andare fuori asse e fottermi.
Se la vita non ti basta, e non basta quasi mai, la logica delle azioni diventa allora la minaccia della morte, il tempo consumato, la spugna che ti umilia e ti implora di continuare a resistere, il tesserino anonimo di numero che si emoziona e piscia amore ad ogni angolo, scambiando le stelle per dio e i baci per appuntamenti freschi con l'eternità.
Corri a casa, con le braghe in mano, sotto la notte che luccica, che brucia e si inoltra dentro te come un teorema di fede confusa e invadente, corri a casa e ti metti a scrivere come un maledetto pavone al quale non basta mai niente.
Poi, quando finisci, c'è odore di legna, di assenza, e non sai bene cosa fare delle tue parole, dei tuoi desideri che si incrociano come lame e fanno meno scintille di quel che prevedevi.

Negli anni del liceo ho scritto per un giornalino che si intitolava “Rene” ed era ironicamente ricalcato sul famigerato “Cuore”. Scrivevo quei pezzi di notte, alla macchina per scrivere, mi sembra di ricordare che avevo da protestare e da muovermi anche allora.
Non ricordo quegli anni con grande entusiasmo. I miei coetanei mi interessavano assai poco, e la cosa era reciproca. Come ho già avuto modo di scrivere, o ero il pazzo o il genio del gruppo, ma nessuna delle due storie era vera. Ero semplicemente uno scorticato vivo, uno che faceva le somme ogni sera e finiva puntualmente per non trovarsi. Non gonfiavo il petto e la coda, all'epoca. Scrivevo quei pezzi senza pormi minimamente il problema dell'avere qualcosa di riconoscibile da dire. Scrivevo sul vuoto, citavo i gruppi che amavo, i Rush di “Power windows” ed “Hemispheres” erano un'autentica ossessione, mi arrampicavo su un'idea del futuro che non mi comunicava il calore naturale dell'età. Non so se sia stato giusto e sensato sentirsi fuori concorso a soli sedici e diciassette anni, ma era così. Ed ero sincero, molto più di quando, diversi anni dopo, ho iniziato il gioco dei colori lividi, l'arcigno amputarsi volontariamente in presenza dell'altrui curiosità, quando la spelacchiata coda del pavone è comparsa oltre gli specchi polverosi delle case passeggere.
Quella era la spontaneità del niente a pretendere, il problema dell'andarsi a genio, di accettare il ritmo del proprio respiro, proprio non si poneva. C'era tanto di quel tempo a disposizione ed i sogni sembravano recuperabili anche dopo le più stupide nefandezze.
Ricordo che mi piacevano da morire le strade deserte, di notte. Mi alzavo apposta a metà della notte. Mi accendevo le sigarette alle quattro del mattino sentendo i miei che russavano, mi sembrava di poter chiedere qualche briciola di infinito al cielo nero. Finita la sigaretta, però, finiva tutto. Mi restava addosso un'energia spropositata e frammentaria, una sensibilità duttile e masochista, mi veniva voglia di fare sesso con una sconosciuta e sparire subito dopo. Ero ossessionato anche dalla sparizione, non solo dai Rush e da Geddy Lee. Sono ossessionato dallo svanire anche oggi, ha un sapore diverso, è un'ossessione compagna di giochi, una sorella svagata, una che ti conosce e non disperde le forze rivolgendoti domande inutili.
Avrei preferito conservare quello stupore, quei tramonti indecisi ma puliti, piuttosto che lavorare per troppo tempo alla coda del pavone, la mia, strappando piume per cercare ferite che mi piacessero.

Mancano quattro giorni a Natale. Come al solito, non sento niente. Come un'anestesia dal dentista, tutto ovattato, tutto da considerare di passaggio e senza incidere su carne. Le feste non si accordano bene con il mio modo di sentire la vita. Finisce che mi manca il respiro, che mi sento sotto un enorme bicchiere trasparente ma sporco, insieme ad una ciurma di idioti di buona volontà.
Quando arriva Natale mi manca mio padre e non ho più voglia di festeggiare da tanti anni. Mantengo l'onore di questo dolore fermo ed immutabile e non cambio idea per compiacere chicchessia.
Mantengo l'onore delle assenze. Con riserbo, senza patetismi, senza orazioni postume, senza annegarci.
Mi accendo una sigaretta di notte, ancora oggi, sempre verso le quattro, osservo, mi giro a guardare se quella fottuta coda mi è sparita dal culo, come desideravo, come è giusto che sia.
Sguazzando tra piume strappate, tra recite a sottrazione, mi sono certamente perso qualcosa. Volevo ottenere una scena scarna e potente, accesa di luci notturne e refrattaria alla luce solare. Ci sono riuscito, al punto che a volte confondo il mio respiro con il vento.
Regalo la mia coda a questo anno che muore, gliela sbatto in faccia e non mando i saluti alla famiglia. Mi piace di più pensare ai traghetti che vedo partire ancora con il buio, mi piace fumare in orari inconsueti e non fare più quella stupida corsa a scrivere per vedere che effetto fa.

LdP, 21 dicembre 2014

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