29/12/14

Disordine fiamma scura


Vidi per la prima volta “La stanza del Vescovo” con mio padre, credo nel 1982. Il film di Dino Risi, che la critica aveva maltrattato, tacciandolo di servirsi delle nudità di Ornella Muti e accostandolo ad un certo “cinema vuoto con cosce” tipico dell'epoca, mi piacque da subito moltissimo. Tognazzi era come al solito mattatoriale, la musica di Trovajoli estremamente suggestiva, ma quel che mi colpì fu la storia. Mi piaceva questo Maffei, che girava per il Lago Maggiore in cerca di avventure sulla sua “Tinca”. Mi piaceva ancora di più lo sfondo lacustre al tentativo, da parte del protagonista e anche del vecchio satiro Orimbelli, di mantenere l'idea della giovinezza vivida grazie alle tentazioni carnali e ad un fare disinvolto, gaudente, edonista.
Ma quello che mi risultò irrinunciabile nel film fu l'aria e il volto di Patrick Dewaere, che impersonava Maffei con una maschera stranamente dolente, qualcosa che mi suonava terribilmente familiare.
Da quel film non ho più lasciato Dewaere, uomo difficile e tormentato, attore quasi posseduto dalla sua irrequietezza esistenziale. Come è noto, Patrick si è ucciso nel 1982. Ho sempre sentito una fratellanza inspiegabile con Patrick Dewaere, al punto che ne ho scritto spessissimo e mi sono documentato fino all'impossibile sulla sua vita e sulla sua arte. Di Patrick ho adorato l'arroganza mescolata all'insicurezza, la fretta di vivere e bruciarsi, la sfortuna e lo scalmanarsi senza ritegno, il carattere libero ma soggiogato al suo stesso dolore di vivere.
Da anni vivo in un misurato culto per Patrick Dewaere, come del resto per Valerio Zurlini e per il suo eroe nero Daniele Dominici, le cui immagini penso abbiano tormentato i miei amici ed i miei lettori.
In realtà, credo che il vero Dewaere (e il suo Franck Poupart ne “Il fascino del delitto” di Alain Corneau, un vero testamento di autodistruzione), il personaggio Daniele Dominici, il Richard interpretato da Mathieu Amalric in “Histoire de Richard O.” di Damien Odoul, il Matteo Carati de “La meglio gioventù”, Paul/Marlon Brando in “Ultimo tango a Parigi”, Stéphane/Auteuil in “Un cuore in inverno” e persino il Freddo/Kim Rossi Stuart in “Romanzo criminale” siano tutte unità disadattate al vivere, immerse in tentativi di amore sovraccarichi e votati al suicidio, cellule fantasma a spasso per la vita, con sigarette accese, sguardo fisso e distratto su orizzonti inafferrabili, mani disperate su corpi femminili. Naturalmente, ho omesso un numero imprecisato e ragguardevole di altri personaggi cinematografici ed eroi da romanzo, penso in primis al Pecorin di Lermontov che poi ispirò Sautet per il suo liutaio Stéphane nel citato “Un cuore in inverno” e all'accoppiata formidabile Alfonso Nitti/Emilio Brentani di Svevo.

Di questi personaggi comprendo il meccanismo, la scintilla e la dannazione. Sono arcobaleni falliti o tramonti in fiore, dipende dai punti di vista, dipende dai momenti e dalle prospettive. Sono parabole diseguali e sfuggenti, creature bisognose di spaventose dosi d'amore come del libero arbitrio della fine.
Capisco come i loro demiurghi, eccettuato il vero Dewaere, li fanno muovere e ragionare, capisco che funzione avevano all'interno delle storie dove sono nati e dove hanno trovato la distruzione forse salvifica, comprendo la portata drammatica e immodificabile della loro irregolarità.
A volte mi capita di respirare sul vetro di una finestra, a tarda sera, e di guardare un punto lontano che distinguo poco e male, e di essere invaso da una smania di movimenti contraddittori, paradossali, con la pretesa di essere risolutori, definitivi, senza pensare a nessuna conseguenza. Mi capita ancora di più di osservare freddamente il mio disordine interiore, non dimenticando il ribrezzo che provo per prospettive ordinate, organizzate, senza sbavature. Mi serve, proprio mi serve, inabissarmi quando ne ho bisogno. Ci sono giorni che ho una necessità fisica e dolente di muovermi sanguinando, di colmare spazi e buchi neri con scomposte condotte emozionali, con silenzi interrotti da risate volgari, di pisciare su quel che scrivo e provo, e di ballare mascherato su quella morale latrina che hanno cercato di inocularmi come veleno, come integratore vitaminico, come lacrime sciolte di un Dio vanitoso e accentratore.
Sono anni, tanti anni, che cerco di divincolarmi dalla morsa degli imbonitori con gli slip puliti e i libri sul comodino per sperare ancora, anni che per scrollarmi di dosso la merda dorata del buon pensare finisco per fare male a qualcuno. Ma qualcosa bisogna pur sacrificare. C'è sempre un prezzo da pagare, un prezzo alto e perennemente iniquo, faticoso, contorto, invalidante. Come sabbia negli occhi, pece nello stomaco, puttane plancton a spasso per sogni inermi ed infantili.
Come baci che bruciano e muoiono annoiati sotto una sottile pioggia di primavera equivocata, come giocattoli tarati per durare poco e deludere all'apice dello svago, traiettorie di passione paralizzate dalla fissazione per l'ostacolo.
I personaggi che ho citato, e gli uomini in carne ed ossa che sembrano somigliare loro in più tratti, sono comunque esternazioni semplici di una normalità che diverge, ma neanche tanto, dall'essere umano in quanto tale.
Non siamo, mi consento di annettermi per l'ultima volta al lotto di loschi figuri, quadri deambulanti di disarmonia, disincanto e vocazione al nulla. Siamo uomini. In possesso, forse, di un qualche imprinting doloroso che ci ha condizionati, spesso eredi di qualcosa che non conosciamo, che ci tormenta senza darci un nome davvero riconoscibile per gli altri. Non siamo angeli rovesciati, non siamo eletti al contrario, siamo solo uomini. Possiamo finire su una barca, in un motel equivoco, tra le braccia di un errore, possiamo cercare di catturare una promessa nel vento, sapendo che ci sfuggirà; ma non c'è malafede e nemmeno ebbrezza della diversità. Col cazzo. Baratterei certe mie notti con un intero concerto di Gigi D'Alessio, mi darei vincente se preferissi il romanzetto di catenacci d'amore e scopate all'olio di caucciù piuttosto che andare a caccia, come un rabdomante coglione, di cupio dissolvi letterari pure fuori catalogo e di film introvabili. Per una dose di semplicità durevole mi darei malato al collocamento dei tormentati, e sostituirei le luci blu notte con lampade gialle e con quei maledetti bastoncini d'incenso accesi per celebrare qualche stupida passione sessuale.
Inabissarsi non è altro che uno dei tanti aspetti del vivere. Non c'entra niente il Diavolo, non c'entra la condizione economica e sociale, non c'entrano dark ladies velenose e indimenticate, tutt'altro. Tutto, probabilmente, si spiega con una discendenza distratta e mai comprovabile con una vecchia notte, un momento fermo e disciolto, una porzione di buio impenetrabile e tentatrice, un richiamo involontario.
Come quei profumi che mi fanno girare la testa quando entro in qualche casa, in qualche vita, in qualche soffitta; come quei colori lividi e ultramarini che mi ricordano momenti inesistenti eppure tangibili, quando forse riuscivo, come i miei fratelli di pena, ad essere l'efficace controfigura di un buio ancestrale.


LdP, 29 dicembre 2014

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