01/11/14

Novembre


Per strada c'è un funerale.
Solo che le persone non piangono. Sembrano dei figuranti più preoccupati del nodo alla cravatta che del cordoglio. O, anche, gente in coda per le audizioni di una nuova edizione di qualche grande fratello.
Non piange nessuno. Forse è meglio così, pare che piangere, piangere qualcuno intendo, porti a peste.
Forse i sogni sono linee di febbre, a maggior ragione se questa realtà è un baule che regala schizzi di merda ogni volta che cerchi di vestiti a festa.
Ci si chiazza di merda. Velocemente e in modo inatteso. Il vestito della sposa può valere come carta igienica in un autogrill, se il destino si è svegliato dalla parte sbagliata del letto.
Una ragazza scatta centinaia di foto ad un bambino, ma anche più di centinaia, è una devozione incredibile e mi sfugge subito di mano. Finisce che devo sempre fare la parte del cattivo, anche e soprattutto con me stesso.
La ragazza scatta nevroticamente, senza sosta, qualunque cosa il bambino faccia o pensi di fare.
C'è gente che fa continuamente foto. E altri che passano la vita a giustificarsi. E altri ancora a sognarsi addosso. Quasi sempre si tratta di ingiustizie che arrancano alla ricerca di un percorso.
È arrivato novembre; ma non si vede e non si sente. All'alba tira vento e di sera fa umido, ma sembra una succursale di settembre con le pareti tinteggiate tenui, inutilizzabili per il letargo che serve.

Continuo a pensare di aver bisogno di fare i conti.
Di restituire i gesti a vuoto, uno dopo l'altro. Senza più attenzione alla gentilezza, reale o presunta, senza contabilizzare i movimenti.
Continuo a pensare che per far quadrare questi maledetti conti occorra essere spietati. Prendere provvedimenti. Restituire. Ripagare. Bene, ma anche male se necessario.
Spegnere tutte le fontane e diventare un getto di pietra. Un invitato senza tovagliolo. Pisciare sul proprio numero. Uscire dalla fila. Rifiutare il rancio. Ammutinarsi. Senza contare sui sodali d'occasione. Che non contano niente, sono come i vermi nascosti dietro i vecchi quadri.
Senza contare sull'abuso del concetto di passione, di apprezzamento, di crescita e di movimento. Agire in un getto di pietra, con un'anima di cera.
Non mi trovo a mio agio nelle relazioni sociali. Ci riesco, a sostenerle, ma mi annoio. Dopo un'ora sono già lontano. Ho fatto molto rumore da ragazzo, ma ora è così noioso.

E poi, sempre troppo domande.
Che fai. Che vuoi fare. Che facevi. In cosa credi. Cosa vuoi dire. Chi ti piace avere vicino. Hai il cuore impegnato. Che bambino eri. Che uomo credi di essere. Voti. Cucini. Ti piace il sesso. Ti piace il calcio. Ti piace Dio. Ti piacciono i bambini. Sei per la fedeltà o per il tradimento. Ti piace viaggiare. Dove hai studiato. Che lavoro hai fatto.
Le domande mi sibilano a fianco come il catarroso sputo di un vecchio, non ho nessuna voglia di rispondere. E non si tratta del gusto di alimentare chissà quali misteri. I misteri finiscono quando si nasce, e riprendono quando si crepa. Le domande mi sfiancano. Le conversazioni, quasi sempre, sono una forca. Non ha nessuna importanza se l'interlocutore è interessante o uno stronzo qualsiasi. Si parla troppo. Si scrive troppo. Si cerca il bene, quello che si pensa tale, con un fare ossessivo.
Ci sono giorni che sono una piccola colata di olio nell'acqua fredda, impossibile amalgamarsi, impossibile evitare di essere visti dopo l'impatto, e la beffa è che ci viene richiesto il classico comportamento da corpo estraneo: fuori calibro, fuori asse, sfocato, incerto, contraddittorio.
Si esegue. Si esce dalla fila. Qualcuno si incuriosisce, ma sbaglia le mosse e finisce nel corteo.

Volevo fare il poliziotto. Sì, il poliziotto.
Mi sembrava un mestiere adatto per disciplinarmi. Al momento giusto non ne ho voluto sapere. Ho sbagliato. Quando passano le auto della polizia, soprattutto se impegnate in un inseguimento, ho ancora quel brivido che avevo da ragazzino. Un brivido di partecipazione, di azione repressa, che come molte altre azioni disinnescate finisce nella scrittura.
Ho cercato la disciplina tutta la vita, trovandone pezzi inutilizzabili, blocchi osceni di regole elementari e ridicole, dettami pretestuosi, teoremi dai genitali tappati, vere e proprie deformazioni della sofferenza di stare al mondo. La disciplina isolata dai sogni non vale niente. Meno dei vermi di cui sopra. È solo nevrastenia, il condannato a morte che annaffia le piante sul balcone.

In una trasmissione televisiva si parla di seghe. Quante te ne fai, quanto tempo ci metti, vieni nei fazzoletti o riesci a schizzarti anche in bocca?
Poi fai godere meglio la tua donna? Conosci bene il tuo pene?
Battutine, freddure, in un parterre di femmine scosciate e uomini con avventurosi tagli di capelli (e nasi grossi, che poi si pensa subito al cazzo), e io sul letto a fumare, gli occhi tra crepe e vecchi poster, attratti dal mare lontano ma pigri come killer in pensione.
È una guerra di pazienza e di fango. Novembre fa paura come una vecchia amante della quale ignoriamo le sorti, quei tranci di vita andati storti che perdono fattezze grazie alla dura repressione del tempo e all'acido salvifico che corrode parti della memoria.

Chissà se ho ancora la febbre, come ho sempre pensato.
Chissà se facendo il poliziotto avrei trovato quella luce blu notte che ho paura di perdere anche quando sembra che io me la sia solo inventata.
Mentre questi eleganti signori parlano di onanismo, la corsia dei miei pensieri si restringe, spingendomi sul piccolo sentiero che porta a quel giardino delle tigri che è l'organizzazione di una serata con alcuni specchi coperti e la propria voce.
Mi fa schifo tutto questo continuo alludere al sesso. Direi che non si tratta di moralismo, me ne stupirei. Il sesso contiene violenza. Smania di vivere, smania che si divora da sola. Il sesso contiene parti vitali dell'ottusità dei sogni, e del perseverare sulla faccia della terra. Il sesso è un'esondazione accecante la sera di Natale; gli altri aprono i regali e tu ti consegni a una necessaria disperazione. E cioè esserci, incidere, conoscere. Per me il sesso con le risatine e i gargarismi è una forma di imbecillità, il sesso è una partita a dadi con l'infinito che ti assilla.
Perderai, sarai sbeffeggiato, innamorandoti crederai di aver sfidato l'eternità, e questo non ti sarà perdonato dagli oratori insalivati sul baldacchino del Grande Bene.

L'inverno non è ancora arrivato.
Novembre”, leggo sul calendario. È una beffa, è un gioco di società.
Non fa freddo, non puoi appoggiare la testa alla finestra, con la sicurezza che i vetri appannati non permetteranno il riflesso.
È un continuo riprodursi, ritrarsi, aggiustarsi i capelli per inviare al meglio il bacio fantasma smangiucchiato dall'etere.


Luca De Pasquale, 1 novembre 2014

Nessun commento:

Posta un commento