16/11/14

L'insopportabile snobismo dell'infelicità


Mi sveglio con una canzone dei Mr. Mister in testa.
Sì, dei Mr. Mister. Mi piacevano, e anche parecchio. Richard Page aveva una gran voce e suonava bene il basso, i pezzi erano ariosi e ben costruiti, il taglio era molto americano ma è inutile fare gli snob, questi preconcetti è meglio lasciarli a quelli che escono di casa con i foulard al collo per dimostrare che hanno classe.
Mi sveglio con “Partners in crime” e scopro che fuori c'è il sole. Quindi oggi sentirò più voci di bambini, più risate nelle case qui attorno, sarà una domenica più confortante per tutti.
Preparando il caffè, penso allo stereotipo dell'infelicità che finisci per trovarti addosso, come il filo di lana che si usa per segnalare il cliente della banca da rapinare. Ti si chiede di essere coerente con l'infelicità che ti porti dentro. Devi essere aderente al ruolo, devi fare un certo tipo di cose e non devi allontanarti troppo, altrimenti sei un bluff. Se possiedi particelle concrete di infelicità devi dimostrarlo, assestarti sulla tua pedana, quella a picco sull'inferno, e non deviare mai.
Devi sbagliare continuamente. Ed essere esposto alla visuale altrui.
Se qualcosa ti va bene, se qualcosa lo riesci a custodire e sviluppare, non devi darlo troppo a vedere. Quelli come te sono quelli dei disastri, perché stai esitando di fronte alla prossima catastrofe?
Perché non ascolti musica triste? Perché non assumi un'aria malinconica, perché non sei sempre la fotocopia regionale di Stéphane in “Un cuore in inverno”?
Se scrivi un certo tipo di cose, se propugni una certa specie di pensieri e convinzioni, ti è richiesta la tristezza, la tetra compunzione del vaticinatore infelice ed inascoltato. Devi essere una specie di Cioran casereccio da tasca o da borsa, al quale ricorrere quando si è disposti a intraprendere qualche discorso astratto e pungente.

Mi muovo in casa, anche in casa mia, come un ladro. Ho le movenze di un ladro. Mi appartiene più l'effrazione che la comodità.
Sono strane e poco variegate le idee che la massa ha della tristezza. Io provo una profonda ed inconsolabile tristezza osservando le evoluzioni del bene obbligatorio.
La regolarità dei cicli può distruggermi. Ne sono consapevole, e dunque evito di entrarci.
Ma se capisco che il mio ruolo dev'essere quello del triste, dell'abissale, mi ribello. Mi sento molto più leggero e frizzante di certi pachidermi che portano il loro fottuto sorriso ovunque vadano.
I ruoli uccidono gli uomini. I ruoli uccidono le passioni e anche le coincidenze. I ruoli rendono un uomo e una donna solo scopata, costruzione e malinconia.
Il ruolo, quale che sia, ti rende solo un uomo di merda. Un lombrico.
Gli uomini più morigerati, i padri di creature, i coccolatori della quiete, finivano per toccare il loro vertice guardando di nascosto spezzoni incestuosi di film porno, dove un tizio entra in bagno, ci trova la sorella e se la sbatte.
Gli uomini di pace sono quasi sempre degli insicuri, dei complessati, con un disegnino di Edipo stampato sul cazzo.
Mi muovo come un ladro tra le persone, nelle relazioni, sono disturbato dall'idea di finire in un ruolo. La sensazione di avere un ruolo, quello cui tanti aspirano con la bava alla bocca, mi fa impazzire e allora devo scombinare le carte.

Dopo le seratine mi abboffavo di Swayzak fino all'alba. Sembra il nome di un medicinale. Lo erano, gli Swayzak, un medicinale. Tornavo a casa, mettevo su la loro deep house spietata e suggestiva, chiudevo gli occhi e ballavo da solo fino alle prime luci del mattino. E poi crollavo. Dovevo far muovere il mio corpo in modo diverso, senza un obiettivo, dovevo liberarmi. Non ho mai smesso di liberarmi. Mi ci vorrebbero millenni per superare i movimenti obbligati con i movimenti spontanei.
Spesso giocare all'amore e all'amicizia è stato un movimento obbligato. Non aveva nulla a che vedere con quel che desideravo e che sentivo.
Per questo non scriverò mai storielle borghesi per i borghesi. Storielle piene di inventiva che si concludono con una morale borghese o semiborghese; e che comunque dovrebbero distrarre dalla noia elefantiaca di vite compresse e davvero infelici, quelle sì. Nulla mi è apparso tanto infelice e condannato come il sistema di vita borghese, fatto di tanti traguardi da raggiungere, step introduttivi, soste insapori, emozioni aiutate da corsetti rossi su tette calde, morsi sulla schiena e creme gelatinose per rassodare qualcosa che rimarrà sempre molle, floscio e deprimente.
Secondo il sistema di vita in corso nella mia classe di appartenenza, quella classe media e culturalmente attenta non si sa a che, io dovrei essere l'infelice, lo zero che si dibatte nelle sue maledizioni, il reietto elegante e acculturato che protesta inascoltato.
Non cado in questa pentola di frattaglie e sugna.
Non sono l'infelice in sala d'attesa: per restare sveglio, per essere combattivo, ogni mattina faccio scempio delle mie certezze, mi infilo il cazzo in culo da solo, volgarissimo seppuku per non ridursi a riserva di altri numeri, di altre realtà, per non essere il passatempo di nessuno e neanche di me stesso.
Non mi piace la pietà. Mai e con nessuno. È una pianta che ti invade casa, e il suo colore verde nausea finisce con il convincerti che sei tra i giusti. Stronzate.
La gente ama assolversi fingendo sacrifici spirituali, comprensioni sospirate, vicinanze ridotte, e guarda il dolore degli altri, senza conoscerlo, fingendo che sia una trasmissione della De Filippi. Chi crede di essere scampato al brodo di bontà è solo un pazzo o un visionario, condannato a scrivere roba autoprodotta, ad amare il suo stesso bisogno di amare, perso in nostalgie suggerite, in mancanze trovate nei film, nei risvegli, in quei momenti senza tempo che seguono le pratiche sessuali e gli addii senza copyright.
Non mi piacciono i borghesi. I borghesi mi fanno veramente schifo.
E non sopporto l'infelicità da contratto.
Dunque stappiamo un Asti Gancia, mostriamo pure il dente cariato e mescoliamoci senza pretese, cani senza padrone, operai spremuti e fustigati dalla curiosità di quel bene salvifico che in giro si dice funzioni.
Poche volte nella vita la scintilla accende la luce: in quei momenti occorre essere lucidi e senza suggeritori. Senza teatro. Senza mutande. Senza numeri. Senza penitenze. Senza debiti. Senza scrupoli.


Luca De Pasquale, 16 novembre 2014

Nessun commento:

Posta un commento