14/11/14

Lettera dall'ombra


Un uomo si abitua anche agli addii.
Un uomo può abituarsi alle privazioni, all'aria che diventa improvvisamente gas.
Un uomo può abituarsi alla consistenza del buio, senza ninnoli sulle mensole, senza foto ricordo, senza parole di accompagnamento.
Un uomo finisce, se predisposto, ad abituarsi alla sua storia e alle sue conseguenze.
Un uomo di un certo tipo sulle sedie vuote vede l'assenza e non l'attesa.
Un uomo che è stato bambino in una culla sul maremoto non può che bere e consumare le persone, invece di attorniarsene. Una sorta di vampirismo silenzioso, con il retrogusto dei posti abbandonati, delle porte scardinate, dei ritratti sfocati, illanguiditi solo dalla percezione fantasma di quello che non è continuato.

Tutte le volte che qualcosa è finito, io stavo fumando. E guardavo oltre. Una finestra, un finestrino, una prigione. E tutte le volte mi sono ripetuto che era diverso ed uguale, che la cascata cambia direzione, l'acqua torna indietro, le pietre restano scivolose e gli ingenui ci cadranno, sfasciandosi la testa.
La cosa più difficile, mi sono sempre detto, è dare continuità e senso all'oscurità. Sceglierla. Senza timori. Senza vigliaccheria.
Amo l'oscurità come una madre persa e necessaria.
Amo il grembo vuoto delle ore, la conca difettosa, consumata e accogliente. Amo le sensazioni stonate e taglienti, amo medicarmi dopo un'emozione e continuare ad ascoltare la fascia di dolore intermittente, la bocca masticata che implora il giorno dopo senza soccorsi, senza luoghi comuni e soprattutto senza amori fasulli.
La luce mi interessa pochissimo, mi confonde il più delle volte, e detesto tutte le salvezze come nemici giurati.
Mi devo diluire. Avvelenare. Devo incidermi la pelle con disegni dai pochi contorni, suggestioni spartane e sempre armate, lasciarmi andare significa giocare tra buio e luce ma non passare mai nella stanza più illuminata.

L'oscurità non è triste. L'oscurità è il fuoco. L'oscurità è la fontana che non rinnega l'origine della tua acqua. L'oscurità è l'ambiente in cui accogli quando ami, e lo fai credendoci, lo fai in buona fede, lo fai perché esistono creature del giorno e creature della notte.
Non si ama facendo trovare la casa pulita, il sesso profumato, non si ama con le promesse di eternità, quelle sono rose nelle mani del diavolo, non si ama sponsorizzando il lato dolce e costruttivo degli inganni, non si ama mistificandosi, rinnegando l'eccesso di ombra.
Io sono fedele. Non ho mai cambiato idea e non la cambierò. Anche nelle dimore oscure si ama. Anche negli alberghi svuotati dal tempo e dai cambi d'abitudine si può costruire un nido, si può tentare di accendere un fuoco.
Non ci tengo ad entrare nello spicchio di luce a tutti i costi. Non sarei io.
La musica funziona meglio nel buio. Come gli sguardi. Anche i silenzi funzionano meglio, non sono carichi di menzogne. Nel buio puoi parlare liberamente, puoi non preoccuparti dei preconcetti altrui, puoi trovare lo stile più aderente ai tuoi desideri e alle tue inclinazioni. Nel buio puoi congiurare contro te stesso e poi rivelarti che scherzavi. Nel buio puoi prendere la mano dell'ospite e chiederle di trattarti normalmente, di incontrarti in una zona neutra e grigia dove le carezze non sono tavole della legge e la disperazione può risultare solo un hobby passeggero.

E se i tuoi fantasmi, innumerevoli e mai stanchi, si mettono a giocare a dadi tu puoi decidere di fare altro. Il buio ha pochi confini, forse non ne ha, mentre la luce arriva sempre con quell'atteggiamento di dono, di ricompensa, che non gradisco affatto.

Non bisognerebbe mai imparare che i fiori marciscono. Non bisognerebbe mai esserne consapevoli. Le bellezza che sfiora e non veste realmente inizia presto a puzzare più di ogni male necessario.

Ci sono momenti in cui la dolcezza è qualcosa di insopportabile. Ferisce. Proprio come la luce dopo il buio. Gli occhi devono abituarsi, la postura del corpo patisce la novità, si dibatte cercando di trascinare tutto nell'oscurità, come una preda, senza rispetto. Ma perde. E allora ci si divide in due. Metà uomo al buio, metà no.

Su un canale privato c'è un film con Mastroianni. Piove. Tutto è lento, fangoso, denso, e il ricordo di se stessi è una goccia di sangue su altalene vuote. Se qualcuno entra nel mio regno quando il giorno finisce, so che la verità si ristabilirà quando rimarrò nuovamente solo. Non ci si può mentire quando si è soli. Meccanicamente apro lo sportello del frigo, passo per il bagno, fumo, mi cambio, mi piacciono i pullover scuri che possano confondersi con il colore dei capelli.
Un tempo mi piaceva molto scrivere lettere. Ne scrivevo di continuo. Andavo a fondo, affondavo la lama, inventavo persino desideri e malinconie. Scrivevo lettere nei tragitti in treno. Scrivevo con i guanti. Scrivevo con la febbre addosso. Scrivevo lettere e mi sentivo vivo, emotivo, una lastra blu notte nella vita di qualcun altro. Ho smesso di scrivere lettere. Preferisco guardare negli occhi. Se reggono. Se non sono solo acqua fissa. Se si abituano al buio.
Si finge l'amore per scongiurare il precipizio. Si finge la luce per poter dormire di notte. Si addestra la musica a facilitare l'immaginazione. Si parla di passione come si potrebbe notificare un male incurabile ad un amico. Si beve per cercare riflessi in bicchieri che sono specchi solo per un quarto. Si vomita per ricominciare e per toccare il fondo.
Si pensa che il sesso lasci tracce sensibili, squame illuminate, seconde pelli da carezzare quando la solitudine monta sulla marea e ride, ride come una sirena pazza e sconcia.
Tutto è denso e tutto si corrompe nel movimento, le sensazioni durano poco, troppo poco. Mi sembra di avere dentro un uomo che suona un pianoforte al buio e ciò nonostante non riesce ad innamorarsi di se stesso.
Probabile che la corda spezzata sia il sorriso più bello. Probabile che foderare un vecchio libro con una copertina turchese sia una gioia maggiore che capirsi. Può anche darsi che le lontananze siano le clessidre più affascinanti, quelle da spolverare almeno una volta al mese. Può darsi che la saggezza abbia un senso, ma continuo a considerarla un'inutile abitudine della quiete.
L'eccessiva altezza può dare le vertigini, ma anche lo sguardo dal basso, lo scorrere ai lati dei muri come un ruscello d'elettricità compressa, sovvertendo ogni valore in perfetta solitudine, senza manifesti.

Alla fine, hai scritto ed è molto tardi. Nel posacenere ci sono tanti di quei mozziconi da costruire un castello. Ma non hai messo ordine nella stanza centrale della casa. Quella non la tocchi mai. In quella stanza preferisci il disordine, perché è lì che ti piacerà ricordare pezzi del tuo futuro, senza commentare mai lo stupore, gli incastri e i disincanti di prassi.
Hai scritto a lungo, un flusso senza avvenimenti, come stavi e come avresti potuto organizzare gli spazi per i tuoi giullari e i tuoi assassini.
Hai scritto, infilerai le parole da qualche parte. Ti alzi e quello che vedi subito è il filo scoperto che non si è riavvolto al burattino. Ti conosci. Ti conosci, sei un figlio di puttana. Cercherai una pozzanghera dove far terminare quel filo e dalla scossa farai dipendere pezzi di vita, sviluppi e propositi, lidi di lacrime e viaggi estivi.
Figlio di puttana, che si corregge solo al buio e inverte i pezzi per esplorare l'indegna virtù dell'errore.


LdP, 14 novembre 2014

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