18/11/14

Il viaggio mancato


Me la ricordo quella storia. E quella donna.
Ci eravamo incontrati per caso, io ero l'amico degli amici di altri amici, quelle cose di quel tipo “aspetta che voglio presentarti una persona” e via dicendo.
Gli occhi di quella donna mi dissero subito che le interessavo. Mi inorgoglii.
Mi piaceva come mi guardavano, quegli occhi. Mi era necessario. A quell'epoca il buio era solo il vestito del sabato, non lo esibivo, somigliavo ad uno che nella vita si dava da fare, era effettivamente così e le note stonate erano state sedate a dovere.
Negli occhi di quella donna, lampi di curiosità e domande spontanee mi dicevano che avrei potuto farmi avanti, che avrei potuto scrivere con lei un brandello di film, il capitolo di un romanzo, e che avremmo potuto contare certi numeri del sonno insieme, incluse le comete.
La stella dei giorni dispari e il valletto delle tenebre, sembrava il titolo di un pessimo feuilleton ma poteva funzionare. Scrissi di più, in quel periodo, come tutte le volte che qualcosa mi accendeva per contrasto. I miei occhi mi piacquero di più, come la mia bocca ed il resto del corpo.
Dimenticai anche velocemente i tuffi nei musei del passato, quelle visite estenuanti tra reperti di illusioni, i desideri ridotti a immagini formato fototessera, i brividi fermati a metà del cielo e persi come pioggia breve e liberatoria.
Dimenticai l'eventualità del mio nome.
Dimenticai le scorie delle storie precedenti, quella scandalosa malinconia nel restituirsi le promesse. Dimenticai i buoni propositi che mi erano stati estorti alla frontiera dei cambiamenti di abitudini, all'ingresso della fabbrica di sopportazione della normalità.
In quei giorni mi tornarono anche in mente i sorrisi di tutti quelli che avevo perso, strinsi i pugni alla notte lo stesso ma tutto appariva più leggero e persino giusto.
Le mie parole, anche le più abusate, mi sembrarono di nuovo interessanti, più piene, attente a piccoli indizi di verità, persino sagge.
Ricordo in particolare una mattina, una passeggiata nel quartiere dove ero nato, il cielo era rosa e grigio insieme, non riconoscevo le insegne dei negozi, quasi quasi non mi riconoscevo neppure io. Il rosa dell'orizzonte non era più bello di me, quella mattina.
Mi piaceva il mio nuovo specchio. Mi piaceva quel viaggio negli occhi di quella sconosciuta.
Quando mi chiese “e ora dove andiamo?”, mi sembrò di aver smarrito qualunque forma di orientamento possibile. Potevamo andare dappertutto, per quel che mi riguardava.
Non riuscivo nemmeno a capire che profumo indossasse, mentre mi camminava a fianco, con passo sicuro, girando la testa in contemporanea al suono della mia voce.
Ma non scoprii mai quale profumo indossava quel giorno, e nel tempo a venire.
Perché non era accaduto niente. Proprio niente.
Le comete erano cadute tutte lontane da noi, anche se avevamo potuto individuarle una ad una e brillare con loro stringendoci senza toccarci, per confidenza, per necessità, per beffa.
Non accadde nulla e non ci scrissi niente, su questo viaggio mancato.
Mi sembrò, quando persi il conto dei giorni dall'interruzione di un niente che prometteva una pericolosa pienezza, di aver autorizzato qualcuno a proiettare un sogno nella mia stanza più grande e comoda. Mi sembrò anche di aver ceduto il posto a qualcun altro in sala, ma senza vederlo davvero; forse per educazione, per prudenza, per la smania di non stare mai fermo.
Chiesi una nuova camera, poco tempo dopo.
Una camera piccola dove finalmente sembrava impossibile sognare, e il cielo poteva apparire come una di quelle finte librerie nelle case dei ricchi svogliati.
I viaggi mancati sono sempre l'inizio di movimenti mai considerati.

Luca De Pasquale, 18/11/2014

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