04/11/14

Il buio oltre lo schema


Mi piace scrivere di musica, mi viene naturale. Mi piace molto meno, salvo rare eccezioni, scrivere in modo poetico. Ci trovo qualcosa di arrogante e di stancante nel tentare la carta delle emozioni a tutti i costi.
Ho l'impressione che c'è chi lo fa come se preparasse un toast, basta infilare la parola amore da qualche parte, accompagnandola alla trita litania sulla passione che vince ogni forma di raziocinio.
A volte basta il vento. O le carezze. Oppure l'idea di guardare la persona che amiamo mentre dorme. O, ancora, di strappare l'amato bene dalle mani e dalle attenzioni di altri, che eroismo, che sfrontatezza.
La gente ha bisogno, continuamente e travalicando di molto il senso del ridicolo, di emozioni positive, di certezze, ha bisogno di osservare quel che ha creato e salvato senza provare troppo terrore di perdere tutto.
Questo terrore indegno, acqua marcia di stomaco e totale assenza di Dio, è uno degli incubi ad occhi aperti peggiori che si possano vivere. E in tanti cercano di scansarlo.
La sensazione di poter perdere tutto in un attimo, in un solo istante pazzo e imprevisto, mi accompagna da quando ero bambino. Non è neanche più paura, neanche un po'.
È l'anima di ferro che mi porto dentro, la struttura portante del burattino. Sarà per questo che della poesia non me ne frega un cazzo e sono intollerante rispetto alle celebrazioni emozionali che attizzano l'ego e l'ingegno di molte anime sensibili.
Buttaci dentro l'amore e non l'inganno, cristo.
Buttaci dentro l'innamorarsi e non il mandarsi al diavolo senza possibilità di recupero.
Buttaci dentro due corpi che fanno l'amore, amandosi con intensità ma senza cacarsi addosso paure e anni dispersi alla rovescia; così sarai letto, così sarai apprezzato (ma dura poco), così ti salverai dal segno meno, che viene visto come un male incurabile, strizzare gli occhi al pensiero ma provarlo mai.

Non conto le ore di questa notte.
L'unica conta che riesco a fare, ma mi distraggo spesso, è quella delle auto che sfrecciano in strada, fasci di fari nell'umida nebbia di questo ennesimo sonno mancato.
Forse mi sono ammalato di quello che è il principale timore di molte persone per bene: mi piace mancare. Non esserci. Non incontrare. Non ritrovare. Giammai ritrovare. Non perdonare. Non riconsiderare. Non accontentarmi delle briciole.
Forse mi sono ammalato, ma continuo a fottermene delle poesie. Forse la cosa è molto grave.
Le connessioni tra le persone mi disorientano. Non mi piace il grande paese. Non mi piace riconoscere qualcuno nella folla. Riconoscersi, ad un certo punto della vita, è un ricatto affettivo.
Non guardo, e non mi interessa farlo, con indulgenza alle peggiori scene dell'elemosina affettiva. Uomini con il fegato marcito dalle delusioni, il fiato di una capra macellata e il cazzo a riposo, uomini disperati e sorridenti che chiedono di essere amati a tutti i costi. Che tristezza. Donne che hanno giocato alla riffa e poi hanno preso quello calvo e tranquillo che fuma la pipa la sera, ha quindici anni in più e sembra saggio, ma è solo un fottuto morto che cammina.
Non guardo con indulgenza nel fondo dell'acquitrino che ci chiede, come un molesto dio monco, di apprezzare quel che ci è capitato e di tramutarlo in orgoglio, in tranquillità, in parco giochi per bambini nati solo per sentirsi presentabili al mondo.

La notte è suggestiva. Amarsi anche di più. Questo è vero.
Ma scriverne, spesso, è da guitti.
Tante cose che ho scritto negli anni scorsi, per amore, per innamoramento, per suggestione, per incontinenza emozionale, nel tentativo accecato di legarmi addosso gioie sfuggite o forse viscide, oggi mi risultano come pagine di diario di un imbecille colossale. È questa, dunque, inumanità? Cinismo?
Le definizioni si sprecano, la sensazione resta e corrode.
Mi sono sempre perdonato poco. Mi sono perdonato meno di quanto abbia perdonato agli altri. Mi affronto, mi corco di botte, mi massacro al buio, poi mi accendo una sigaretta e aspetto il mattino seguente. Essere indulgenti con se stessi è tipico dei deboli. E io trovo la debolezza oscena, molto più della pornografia e della religione più ottusa, quella che chiamiamo speranza, una religione disattenta e zeppa di codicilli fastidiosi, di clausole inique.

Non mi piace perdonarmi, così come non mi piace finire nel fumo di una grigliata, tra le stupide risate obbligatorie, fotografando piedi, tette, amici, amanti, libri, statue, uccelli, alberi, gatti e bambini. Mi piacerebbe scattare foto alla febbre di vivere, o foto alla solitudine che si contorce e cava dal silenzio il suono di un gesto nuovo.
Non mi piace perdonarmi. Non me lo posso permettere e non me lo sono mai consentito sul serio.
Facilmente si viene pedinati dalla controfigura, che ti continua a sussurrare “perdonati, apriti, apri le finestre del sole” e tu lì, a cercare di spiegare a quell'ombra che nel buio ci sono delle bellezze incomparabili, c'è il battito d'ali del momento prima della tempesta, c'è il traghetto che salpa all'alba con pendolari senza nome, che per inciso non ameranno leggere poesie.
Io credo che il buio abbia un senso. Che sia un'altra strada, non meno valida delle scorciatoie illuminate.
Si può scherzare con gli amici, bere vino con loro, carezzare la donna che ami, costruire un lavoro, uno scopo, una forma espressiva, restando comunque al buio. Si può gioire per un regalo, per una ricorrenza, ci si può innamorare ogni giorno di più delle forme d'arte, restando in un buio fondo, denso come vecchi rancori, si può provare un'emozione forte brancolando nelle tenebre, si può provare tenerezza, darla e riceverla, continuando a giocare sporco con la vita, accettando che mentre cingi l'oggetto del tuo amore un pugnale lurido e senza pietre preziose incastonate ti sta scannando come un maiale.
Certi risvegli mi scuoiano, mi appendono in macelleria, mi vendono a tranci, e la mia carne andrà a male, quella avanzata, inizierà a puzzare come tutto ciò che si dimentica sul bancone del tempo che passa.
Cerco il vento, cerco in fondo la sensazione delle labbra che bruciano, delle mani fredde che scrivono sulla pioggia giocando con un eterno imperfetto che è solo pensiero, azzardo della mente e doloroso bisogno di libertà.
Non si tratta di essere complicati, o negativi, o lontani dal bene.
È che forse sei nato su un ferryboat mentre pioveva, alcuni marinai hanno giocato con i tuoi primi sorrisi e il mare, incredibile ma vero, era già nostalgia prima ancora di cominciare.


Luca De Pasquale, 4 novembre 2014

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